La mattina del 12 ottobre del 2013 scorgendo entrare dalla finestra le prime luci e rumori del mattino, guardo l’orologio e mi accorgo che sono finalmente le sei e dopo l’ennesima notte passata insonne, tiro un sospiro di sollievo pensando che, finalmente, una nuova giornata stia per cominciare. Il mio piccolino grande, il nostro bimbo allegro, era nato da poche settimane e raramente dormiva di notte, l’unico modo era camminare su e giù per il naviglio della Martesana, tenendolo nella fascia con la testolina poggiata sul petto e regalando in questo modo qualche minuto di riposo alla mia ragazza. Così quella mattina, rientrando, accendo la radio e ascolto distrattamente il radiogiornale, fin quando una notizia, terribile, cattura il mio interesse: nel pomeriggio del giorno prima, l’11 ottobre 2013, al largo di Lampedusa era affondato un barcone carico di migranti e si contavano oltre 270 dispersi, fra cui più di 60 bambini. Sessanta bambini molto piccoli. L’avevano chiamato il naufragio dei bambini, proprio per questo. Come spesso accade nella storia per una serie sfortunata di tragiche coincidenze, però questa sarà una di quelle notizie cui si da poco peso, per via purtroppo del naufragio di Lampedusa che aveva causato la morte, una decina di giorni prima, di oltre 368 persone e quindi, per la nostra ormai orrenda assuefazione ad ascoltare notizie di uomini, donne e bambini morti in mare, come se fossero cifre o semplici numeri, quel tragico, maledetto pomeriggio da cani dell’11 ottobre del 2013 è “trapassato” in secondo piano.

Ma in quel presto risveglio di ottobre, complice il mio piccolino con la sua faccina di pochi giorni schiacciato al mio petto, o forse complice la tremenda stanchezza che colpisce tutti i genitori di bimbi di pochi mesi, quella notizia mi aveva stracciato l’anima ed è rimasta lì fra il petto la gola, per molto, molto tempo. Come spesso avviene per questi tragici, terribili eventi non si viene a conoscenza, da subito, delle reali cause del disastro, così qualche mese dopo, grazie all’eccezionale lavoro di Fabrizio Gatti, un incredibile uomo e giornalista, grande amante della vita e della verità, si scopre che, a poche miglia di distanza dal peschereccio carico di profughi siriani, c’era un pattugliatore della marina militare italiana, la nave Libra, attrezzato proprio per ricerca e soccorso in mare, che sin dalla mattina avrebbe potuto soccorrere il barcone alla deriva.

Quella mattina mentre io passeggio al sicuro su e giù per il naviglio della martesana, con la mia ragazza e il mio piccolino in braccio, la piccola Joud Mustafa ha tre anni e sta giocando sotto il sole, con l’ipad del papà fra le braccia della sua mamma, sul ponte affollato di un peschereccio malandato e senza motori. Da due giorni non hanno da mangiare. Non c’è più acqua da bere. In quel momento però si diffonde una buona notizia. La Guardia Costiera Italiana ha risposto alla richiesta di soccorso. Sono le 12.26  e da quell’istante comincia così un conto alla rovescia che nel giro di cinque ore ucciderà Joud e la sua mamma. Nonostante in quelle cinque ore la nave Libra fosse a mezz’ora di navigazione, tra le 27 e le 10 miglia, dalla piccola Joud. L’sos lo lancia uno dei tanti medici a bordo, Mohanad Jammo. Sanno di essere ad appena 60 miglia da Lampedusa e come è logico pensare chiamano l'Italia. Ma i siriani sono entrati nell’area di ricerca e soccorso di competenza di Malta, quindi l’ufficiale della Guardia costiera italiana passa l’intervento ai maltesi, anche se l’isola-Stato è molto più lontana, a 118 miglia. Ascoltando le registrazioni di quelle telefonate, si può udire la voce del dottor Jammo che più volte implora aiuto “Please we are dyng” e di tutta risposta l’ufficiale italiano “Sir you have to call Malta, understand?” oltre a riferire la falsa informazione che sarebbero più vicini a Malta che a Lampedusa. Sarà soltanto intorno alle 15.30 che la centrale operativa Maltese decide di mandare il suo aereo ricognitore a verificare la situazione. Alle 16 dopo oltre mezz’ora di volo, l’equipaggio del Kingair  vede subito che il barcone è sovraccarico di persone e si inclina pericolosamente su un fianco per l’acqua che sta imbarcando. Ma soprattutto, è in quel momento che i maltesi scoprono la presenza lì vicino di una nave che da Roma la Guardia costiera ha tenuto nascosta. Leggono sulle sue lamiere grigie il distintivo ottico: P402.  Riconoscono che è la Libra. La chiamano sul canale 16 Vhf marino, quello riservato alle comunicazioni di emergenza. E la Libra non risponde. Due minuti di chiamate di emergenza sono un tempo lunghissimo. Dall'aereo chiamano allora la loro centrale operativa e chiedono di avvisare Roma che soltanto la Libra può salvare i profughi. Ma dal comando in capo della Marina militare, il Cincnav, dicono che la nave non è disponibile e la Guardia costiera si limita a riferire. L’ordine di non muovere Libra lo pronuncia nella telefonata delle h15:37 il capitano di fregata con queste parole:  (la Libra) «non deve stare tra i coglioni quando arrivano le motovedette,  che sennò questi se ne tornano indietro» (e poi tocca a noi). E poi tocca noi. Alle h15.41 l’ordine viene girato al comandante della Libra Catia Pellegrino. A quell’ora però al Cincnav non sanno ancora della presenza dell’aereo, né quindi di essere stati avvistati. La Libra, però,  non solo non risponde ma si allontana a una distanza costante di diciannove miglia dal barcone. I motori al minimo. La prua in direzione opposta a quella del peschereccio. I piloti del Kingair inquadrano e scattano la targa della Libra in evidenza: P402 È la prova che documenta la fuga degli ufficiali italiani dal dovere di soccorrere quasi 500 innocenti alla deriva.

Libra arriverà sul punto esatto del disastro a ribaltamento già avvenuto, intorno alle h18. E' già buio, le ricerche dei corpi e di altri naufraghi saranno così impossibili. Alcuni dei superstiti infatti diranno di aver visto alcuni bambini con le loro mamme aggrappati a dei pezzi di legno o salvagenti. A causa del ritardo della nave Libra alcune vittime, bambini, muoiono dopo ore di stenti, freddo e buio.

Sono passati 6 anni da quell’11 ottobre. Libero, il mio piccolino grande, ora va a scuola, ha 6 anni anche lui, come ne avrebbero avuti molti di quei bambini, ho scritto uno spettacolo su quei dolorosi accadimenti, e fatto decine di repliche in ogni dove, ma, nonostante tutto, nonostante la schiacciante ovvietà dei fatti, delle registrazioni e delle testimonianze, non è stata fatta ancora alcuna luce né chiarezza su chi pesino le responsabilità di quel pomeriggio, chi abbia impartito quegli ordini e perché, chi ha permesso che sprofondassero, morendo, nel buio del mare più di 60 bambini, 60 vite, 60 futuri, 60 primi passi, 60 primi amori, 60 prime fughe, 60 piccoli sorrisi. La verità, a quanto pare, è ancora sommersa in fondo al mare. Sono passati sei anni in cui sono morte oltre 17.000 persone nel tentativo di attraversare il Mediterraneo, 17.000 persone che hanno preferito morire in mare piuttosto che continuare a vivere sulla loro terra, e non c'è giorno in cui guardando le foto che li ritraggono, scorgendo tristezza nel volto di qualche bambino arrivato da poco in Italia e fuggito da chissà dove o portando in scena il mio spettacolo, non c'è giorno in cui non pensi che se mi fossi trovato io al loro posto, se mi trovassi al loro posto, ora non sarei qui a raccontare tutto questo e non sarei qui a parlare del mio piccolino grande e della mia piccolina piccola che ha quattro anni e forse non sarebbe neppure nata. Non sarei qui perché forse sarei in fondo al mare. Qualcuno ha detto prima di me che è proprio questo il più grande valore del teatro, "mettersi nei panni di un altro, immaginare di essere al suo posto", forse se fin da piccoli tutti facessimo questo piccolo esercizio, se tutte e tutti anche solo per qualche istante, chiudendo gli occhi, provassimo a vestire i panni di altri, parleremo molto meno e agiremo tanto di più. Forse.

“Siamo esseri umani e siamo sempre in attesa che accada un miracolo, lo aspettiamo fino al nostro ultimo respiro, e siamo convinti di essere vivi fin quando siamo vivi, così quel pomeriggio dell'11 ottobre 2013, ho aspettato anzi ero convinto che qualcosa sarebbe accaduto, fino all'ultimo istante, ero certo che fosse un incubo dal quale mi sarei svegliato e quando intorno alle 16 abbiamo visto un aereo, ho creduto che fossimo salvi. E’ stato allora che Joud mi ha chiesto perché i nostri bagagli erano in acqua, mi ha chiesto se avremmo fatto il bagno anche noi e poi mi ha detto che aveva paura. Le ho detto che non c'era niente da avere paura, che avremmo fato come Nemo e il suo papà, ci saremmo sempre ritrovati in qualunque momento. Così le ho preso il pesciolino di pelo rosso che le piaceva tanto e le ho detto di stringerlo forte, di non avere paura che non le sarebbe accaduto nulla perché c'era il suo papà, che lei era così piccola che ci stava in un braccio, in una mano e non l'avrei mai lasciata andare da nessuna parte senza di me. Ma non avrei mai dovuto dirlo. Mai. Non avevo pensato che non si può nuotare senza un braccio. Non ci avevo pensato. La barca si è rovesciata in pochissimi istanti, così in fretta che quelli che erano sotto non sono neppure riusciti a salire. Non capivo nulla, pensavo fosse tutto un incubo. Mi guardavo intorno in cerca di non so cosa e tenevo strette le mie ragazze. Le ho tenute strette a me per cinque minuti e poi all'improvviso non c'erano più. Prima c’erano e poi non c’erano più. Ma io continuavo a pensare solamente al pesciolino, che si sarebbe rovinato e Joud avrebbe pianto perché ci teneva tanto. Volevo andare giù anch'io, lasciarmi andare ma non riuscivo. Non riuscivo. L’unica cosa che riuscivo a fare, era pensare soltanto che la mia bimba non si bagnasse, restasse asciutta, perché Joud si ammalava sempre e faceva tanto freddo.” E forse se solo, anche per un istante, pensassimo di indossare quei panni mézzi, fradici, freddi, forse nessuno si sognerebbe anche lontanamente di commentare "evviva sono cibo per pesci” e cercheremo con tutte le nostre forse di fermare l'orrore quotidiano di questo nuovo, terribile, olocausto che continua a perpfretarsi giorno dopo giorno. Onda su onda.

Sono passati sei anni, il mio piccolino va a scuola, fa la prima elementare e comincia a conoscere il mondo per come è – seppure io abbia desiderato e desideri ardentemente mostrarglielo per come dovrebbe essere – e così è accaduto che mentre parlavo di queste storia e del mio spettacolo, lui ha sentito e mi ha fatto delle domande, mi ha chiesto se anche i bambini possono morire e mi ha chiesto perché non li abbiamo salvati.  Perché.  È la giusta domanda. Perché.

Non ho saputo rispondere. “Perché sì, piccolo mio, perché purtroppo anche i bimbi muoiono se succede loro qualcosa di brutto e vanno in cielo…” “Ma loro non sono in mare?” “Si hai ragione alcuni vanno in cielo altri in mare, altri nello spazio, qualcuno magari anche sui pianeti lontani… la verità è che io non lo so dove si va a finire, so però che se noi non smettiamo mai di ricordarli loro resteranno per sempre con noi, qui, e questa è la cosa più importante, non smettere mai di ricordare, di raccontare, per ridere, per resistere, per non morire…” “Che cosa vuol dire resistere papone?” “Vuol dire che non dobbiamo mai, mai smettere di sognare e di sperare che le cose si possano cambiare, che le cose brutte diventino belle e che nessuno muoia più nel mare e che nessuno scappi via dalle guerre…” “Ma perché non li hanno salvati? Perché non vanno con le barche a salvarli? Perché la gente non li vuole? Perché non fanno delle barche grandissime dove li salvano e così poi dormono tutti li?” “Non lo so piccolo mio. Forse perché alle volte le persone, anche le più buone, sono tanto cattive. Sai, ci sono delle ragioni per cui probabilmente non li hanno salvati e non li salvano, ma son sicuro che se te le dicessi, tu mi faresti la stessa domanda, perché non c’è motivo al mondo che possa giustificare tutto questo. Ma la vita è una merda cucciolo, ingiusta, vigliacca, infame ma è quello che abbiamo e se non lottiamo, se non cerchiamo un posto al sole, cosa rimane? Ricordatelo sempre piccolo mio, un sorriso, uno solo, vale cento, mille momenti bui, bisogna sempre avere l’inverno negli occhi e l’estate nel cuore, tu sii sempre gentile, pratica tenerezza e ama, ama e ama ancora, più che puoi, come vuoi e  vedrai che non passeranno i cattivi. Una volta un signore ha detto: "Se salvi una vita, salvi tutto il mondo" vuol dire che non si deve mai perdere la speranza, mai il sorriso, non credere a chi ti dice che è impossibile, sono solo persone che hanno paura. Bisogna cambiarlo il mondo, renderlo migliore o provare a farlo. Io ci ho provato e ci provo e un po' ci sono riuscito. Papone tuo non sa tutto. Non so bene cosa ci sia dopo e dove sia quel cielo dove vanno tutti ma sono sicuro se il paradiso è un luogo dove l'infinito si ripete, di sicuro ci troveremo lì, voi grandi e io e la mamma piccolini, sai che bello? L’importante alla fine è cercare sempre di render tutto più bello, con un sorriso, un gioco, un regalo a chi non se lo aspetta, un aiuto a chi ne ha bisogno.  Sai come si chiamava una di quelle bimbe che non c'è più? Joud, come la canzone dei Beatles. E sai cosa diceva sempre il suo papà? “Siamo su questo mondo e su questo mondo dobbiamo camminare… perché non c'è niente di più bello che stare insieme.”

E’ proprio così, non lo dimenticare mai, piccolo mio. Non c’è niente di più bello che stare insieme. E un giorno finalmente il mare tornerà ad essere un meraviglioso luogo di libertà e non un cimitero.