Giulia De Lellis.
in foto: Giulia De Lellis.

Finalmente l’attesissimo, e chiacchieratissimo, libro di Giulia De Lellis è arrivato. “Le corna stanno bene su tutto. Ma io stavo meglio senza!”, questo l’eloquente titolo scelto dalla influencer romana per la sua storia, è balzato immediatamente in cima alle classifiche di vendita su Amazon scatenando, contemporaneamente, la consueta tempesta di critiche da parte di chi guarda con diffidenza questo tipo di prodotti culturali. Ma è proprio questa diffidenza che ci dovrebbe spingere a riflettere: è davvero giusto considerarlo, per l’editoria, un problema “culturale”?

Il libro è uscito lo scorso 17 settembre per la casa editrice Mondadori, arrivando immediatamente al numero uno dei Bestseller di Amazon, davanti ad autori come Stephen King, Margaret Atwood e Andrea Camilleri. Soltanto nella prima settimana, sono state vendute 53 mila copie. Un successo immediato, fulmineo, che sembra però aver tracciato un confine netto fra chi la letteratura la fa di mestiere e i critici letterari, che hanno subito gridato allo scandalo e al “disastro”, e il pubblico, entusiasta di poter avere sotto gli occhi, in parole, ciò che il mondo social già aveva raccontato in immagini.

Le corna stanno bene su tutto. Anche sui libri

Di cosa parla il libro? Il titolo è eloquente: di un tradimento. Nello specifico, di quello operato ai danni di Giulia De Lellis da parte dell’ex fidanzato conosciuto sulle poltrone del noto programma televisivo “Uomini e Donne”. Lei, influencer da 4 milioni di follower, scopre di essere stata cornificata dal tronista Andrea Damante, conosciuto proprio grazie alla De Filippi, e sceglie di mettere nero su bianco l’altalena di emozioni che tutta questa storia ha causato.

A mettere su carta la vicenda, in realtà, è stata la blogger e scrittrice Stella Pulpo, già autrice di "Memorie di una vagina" he ha accompagnato Giulia nel cammino a ritroso attraverso le sensazioni che il tradimento e la fine della storia d’amore hanno scatenato nella donna. Il fulcro del libro è proprio questo: raccontare, senza filtri, cosa è accaduto “dietro” le foto da copertina e i gossip, “per crescere, capirsi, e fare compagnia alle tante donne che vivono esperienze simili”.

Scrittura fin troppo semplice, da mal di testa, con capitoli brevi quasi quanto i periodi infarciti di punteggiature incalzanti. Anche il contenuto non è certo dei più interessanti dal punto di vista letterario, o “culturale” nel senso più genuino del termine. Ma su questo, inutile indignarsi: ognuno col proprio vissuto, con le proprie storie e col proprio sentire, ci fa quello che vuole. Molti giornalisti e scrittori si sono espressi circa la pessima qualità di un prodotto editoriale che in pochissimo tempo ha surclassato la Letteratura, quella vera.

Com'è il libro della De Lellis?

E il punto è proprio questo: si è gridato allo scandalo per un bestseller “scritto” da qualcuno che ha candidamente dichiarato che in vita sua ha letto a mala pena due libri. Ci si è stupiti per il fatto che il nome di Giulia De Lellis compaia prima di quello di Andrea Camilleri nelle classifiche, interpretando questo fenomeno come l’ultimo rintocco della campana a morte della cultura italiana. Questo, e molto altro. Il caso “De Lellis” è entrato nel dibattito editoriale, che a sua volta molto candidamente si stupisce ogni volta che titoli del genere vengono osannati dal grande pubblico.

Ma c’è una verità dietro tutto ciò: se sulla copertina del libro ci fosse stato un nome anonimo e non quello di una delle personalità più seguite sui social (e social, oggi, vuol dire “guadagno”), molto probabilmente il manoscritto sarebbe rimasto chiuso in un cassetto, taciuto al mondo. Ma sulla copertina c’è lei, e dietro la “finzione letteraria” c’è tutto un mondo che ormai canalizza voyeuristicamente le attenzioni di milioni di persone (in questo caso, il problema “culturale” c’è, ma questa è un’altra storia) e che, dunque, è consumo, business, guadagno.

Stupore, indignazione, “disgusto” come qualcuno l’ha definito, potrebbero essere quindi solo la conseguenza di un errore di valutazione che sta alla base di tutta questa storia: fino a quando il mondo editoriale non chiamerà questi prodotti col loro unico nome, ovvero “consumistici”, e fino a quando si continueranno a considerare simili operazioni commerciali come “prodotti culturali”, si continuerà sempre ad avvertire quella sgradevole sensazione di nausea alla bocca dello stomaco che ci fa chiedere, atterriti, dove siamo finiti.