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I primi quarant’anni di Dylan Dog: perché l’Indagatore dell’Incubo è stato rivoluzionario

Tra settembre e ottobre del 1986 arrivò in edicola il primo numero della testata creata da Tiziano Sclavi e pubblicata da Sergio Bonelli Editore. Una serie che ha rappresentato un vero e proprio ponte tra il fumetto d’autore e quello più commerciale.
A cura di Gianmaria Tammaro
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Dylan Dog
Dylan Dog

Nel 1986, mentre negli Stati Uniti venivano pubblicati i primi numeri di Watchmen e de Il ritorno del cavaliere oscuro, in Italia faceva il suo esordio Dylan Dog, la nuova testata della Sergio Bonelli Editore creata, e per molto tempo curata, da Tiziano Sclavi. Piccola premessa: all’epoca la Sergio Bonelli Editore non si chiamava ancora così, ma Editoriale Daim Press; sarebbe diventata Sergio Bonelli Editore solamente nel 1988. Tiziano Sclavi aveva già collaborato con la casa editrice, lavorando ad altre testate come Zagor, Mister No e Ken Parker. Intorno al 1981 aveva cominciato a occuparsi di compiti più redazionali tra editing e correzione di bozze. Prima di Dylan Dog, Sclavi aveva creato anche altri personaggi per la Sergio Bonelli Editore, come Kerry il trapper, che rappresentava una sorta di rielaborazione del genere western. Dylan Dog, uscito per la prima volta in edicola alla fine di settembre del 1986 (con in copertina, però, la dicitura “ottobre”), è un personaggio differente. Innanzitutto perché le sue storie sono horror, e poi perché hanno sempre permesso a Sclavi di citare, e riprendere, cose che aveva letto, visto e profondamente amato.

L’influenza del cinema, in particolare, è sempre stata evidente in Dylan Dog. A cominciare dal nome del primo albo, L’alba dei morti viventi, che è un omaggio a Zombi di George Romero, film che Dylan Dog va a vedere nel corso della storia. Durante gli anni Novanta, il fumetto di Sclavi è riuscito a imporsi come vero e proprio fenomeno culturale, arrivando a vendere tra le 600 e le 700mila copie. In quel periodo, chiunque si è occupato di Dylan Dog. Anche chi non si era mai interessato ai fumetti o al lavoro della Sergio Bonelli Editore. E questo per un motivo abbastanza semplice: Dylan Dog era diventato rilevante all’interno del dibattito pubblico, incarnando perfettamente un sentimento diffuso di sospensione, voglia di ribellarsi e orrore.

La Londra in cui è ambientata la serie di Dylan Dog ha qualcosa in comune con la Milano di Poema a fumetti di Dino Buzzati: una città affollata, piena di persone, di fumi, di luci; una città che si può trasformare in qualsiasi momento e diventare altro. Una città che è, per certi versi, come un sogno a occhi aperti, che ci parla di oggi, di ieri e che ci fa intravedere il domani con tutte le sue promesse e, soprattutto, con tutte le sue brutture. Insieme a Dylan Dog, l’Indagatore dell’Incubo, questo ex-poliziotto che ha appeso la divisa al chiodo ma che non si è mai disfatto, non fino a tempi più recenti, del suo distintivo, c’è Groucho, che è, in modo più o meno dichiarato, una copia sputata di Groucho Marx e che ha un compito fondamentale: quello della spalla. Non solo, però, di spalla comica. Una spalla in tutti i sensi: uno specchio in cui Dylan può rivedersi e ascoltarsi, e riconoscersi mancante o in errore.

Oltre il grottesco, oltre il morboso, oltre anche il mostruoso, in Dylan Dog c’è sempre stata un’altra cosa: l’ironia. L’ironia di Groucho che non prende mai sul serio nessuna situazione. L’ironia stessa, e decisamente involontaria, di Dylan che non capisce che cosa sta succedendo e che allora, quasi “fantozzianamente”, subisce. Dylan Dog ha rivoluzionato il fumetto italiano per tantissime ragioni. Non una sola. Ha fatto da ponte, volente o nolente, tra una certa produzione più commerciale, riservata alle edicole e alla distribuzione di massa, e una produzione più autoriale e ricercata, con sceneggiatori e disegnatori di qualità, apprezzatissimi tanto dal pubblico quanto dalla critica. E poi Dylan Dog ha offerto un’interpretazione alternativa del genere horror, dove i veri mostri siamo noi, gli esseri umani.

Questa visione ha permesso a Sclavi e alla redazione della Sergio Bonelli Editore di ribaltare qualunque concetto e qualunque storia, di non fermarsi davanti a niente, di rilanciare di continuo, finendo per diventare un oggetto di discussione anche per la politica dei palazzi istituzionali. Dylan Dog piaceva perché era vivo, nuovo, perché riusciva, più e meglio di tante altre opere italiane, tra letteratura, cinema e musica, a cogliere uno stato d’animo e a raccontarlo. La faccia del primissimo Dylan Dog è quella di Rupert Everett, disegnata da Claudio Villa. Fu Sclavi a consigliare a Villa di recuperare Another Country – La scelta, il film di Marek Kanievska, prima di mettersi all’opera. E quei lineamenti, quella faccia smunta, quasi allungata, con queste guance un po’ incavate e la fronte alta, i capelli neri e mossi e questo fascino a metà, un po’ maschile e un po’ femminile, non sono mai andati via. Hanno cambiato forma, consistenza, anche intensità. Ma in fondo, alla fine, sono sempre rimasti. E questo è un altro dei grandi punti di forza di Dylan Dog: sembra esserci sempre stato.

Dylan Dog e Groucho
Dylan Dog e Groucho

In quarant’anni ha accompagnato tantissimi lettori, centinaia di migliaia, se non addirittura milioni, nel corso della loro vita, dall’infanzia all’adolescenza, dall’adolescenza all’età adulta, ed è sempre riuscito a dire qualcosa. A rimanere, in un modo o nell’altro, rilevante. La crisi editoriale della testata, che ha coinciso più o meno con la crisi delle edicole, viene da lontano e non è assolutamente possibile risolverla limitandosi, come qualcuno ha più volte suggerito di fare, a "copiare" il passato. E questo per la storia stessa di Dylan Dog, che non si è mai adagiato sugli allori e non si è mai accontentato. È andato avanti. Con le storie, con i personaggi, con le situazioni. Ha cambiato diversi curatori: dopo Sclavi è toccato a Mauro Marcheselli, poi a Giovanni Gualdoni, quindi a Roberto Recchioni e a Barbara Baraldi. Dylan, il protagonista, per certi versi sembra essersi fermato nel tempo: la stessa faccia, gli stessi atteggiamenti, lo stesso machismo a metà, inconcludente e traballante, che lo porta a sedurre donne e a passare rapidamente oltre. In qualche modo, però, ha saputo anche evolversi.

Dylan Dog, preso come testata, ha avuto diverse fasi, soprattutto all’inizio. Le storie a volte sono state più intime, altre più surreali; occasionalmente, invece, quasi comiche – una comicità intrisa di orrore e thriller, ma comunque comicità. Dylan Dog non è mai stato, banalmente, un genere. O una storia di un detective che dà la caccia ai mostri e che finisce puntualmente nei guai. Dylan Dog è sempre stato innanzitutto un uomo, e in quanto uomo ha amato, ha avuto paura (quanta paura ha avuto, Dylan Dog?) ed è fuggito. Ha avuto i suoi alti e bassi, i suoi nemici e i suoi amici, e ha sbagliato ed è stato in grado, occasionalmente, di fare anche la cosa giusta.

Come abbiamo già detto su queste pagine, Dylan Dog ha offerto un altro tipo di riflessione al suo pubblico rispetto al Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons e a Il ritorno del cavaliere oscuro di Frank Miller. Ha ragionato solo tangenzialmente sui massimi sistemi, sulle istituzioni e il potere; in realtà, per la maggior parte del tempo, specialmente all’inizio della sua corsa, si è concentrato su una dimensione più intima e personale, in cui è stato più facile mettere sotto scacco e sotto esame il protagonista. Dylan Dog non è mai stato pensato, o scritto, come un eroe. Un cavaliere senza macchia pronto a salvare l’ennesima principessa in difficoltà. Spesso, proprio per la sua limitatezza di veduta, ha finito per commettere errori e per fare più male che bene.

Indagare l’incubo, infilarsi tra le pieghe del mostruoso, tra fantasmi e altre creature, tra non morti ed esseri non umani, vuol dire indagare sé stessi. E così Dylan Dog si è trasformato in uno strumento narrativo, utile per sceneggiatori e disegnatori per dire qualcos’altro, per riportare il lettore – sia pure con qualche differenza e qualche eccezione – al centro del dibattito e del racconto. Anche per questo il fumetto creato da Tiziano Sclavi e pubblicato dalla Sergio Bonelli Editore ha avuto successo ed è arrivato fino a oggi, sempre tra i titoli più venduti della casa editrice. Perché ha avuto la prontezza e il coraggio di guardare in faccia il lettore, di ascoltarlo, senza mai diventare accondiscendente o inconsistente.

Nel 1986, Dylan Dog ha risposto anche a un’altra esigenza del pubblico: quella di cambiamento. Perché non era Tex e nemmeno un’altra delle testate già edite da Sergio Bonelli. Era qualcos’altro. Qualcosa che, come dicevamo prima, era vicina ad altri linguaggi e ad altri spunti, al cinema, alla musica, a un'Italia e, soprattutto, a un mondo diversi. Dopo una decina di numeri e un inizio piuttosto turbolento, segnato dalla sfiducia degli edicolanti, Dylan Dog ha finito per assurgere al compito di simbolo. E finché non si è mai ripetuto, finché non si è limitato a cavalcare l’onda del successo di alcune storie o di alcuni spunti, è sempre riuscito a convincere e a coinvolgere il pubblico, a intercettare un sentimento comune e a tradurlo in parole e disegni. Insomma, Dylan Dog ha rappresentato una vera e propria rivoluzione per il fumetto italiano perché non ha mai avuto paura di essere sé stesso.

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