Valeria Luiselli (ph Max Intrisano)
in foto: Valeria Luiselli (ph Max Intrisano)

L'attenzione per la cartografia, per la memoria e per l'archiviazione è uno dei fili conduttori delle ultime due opere di Valeria Luiselli pubblicate in Italia: "Archivio dei bambini perduti" e la riproposizione, sempre da parte de La Nuova Frontiera, di "Carte false". Il primo è uno dei romanzi più ambiziosi, attesi e meglio accolti di questi ultimi anni, mentre il secondo è un oggetto strano, una sorta di "peregrinazione letteraria" come si legge in quarta di copertina, un girovagare dell'anima diremmo noi, per descrivere un libro che usa brevi paragrafi per affrontare questa catalogazione di strade, libri, persone e sentimenti. "Archivio dei bambini perduti" racconta la storia di una famiglia composta da una coppia con due figli (ognuno è figlio di uno di loro) che partono per un viaggio on the road attraverso gli Stati Uniti sulle tracce, il padre, dei Chiricahua, ultimo gruppo Apache, la madre dei bambini che ogni giorno attraversano la frontiera tra Messico e Stati Uniti.

In breve tempo "Archivio dei bambini perduti" si è imposto come un'opera tra le più importanti di questi anni, così come Valeria Luiselli è ormai comunemente considerata una delle scrittrici che meglio riesce a modellare la realtà, facendolo con uno stile che si definisce anche nella capacità di innestare materiale che va oltre la parola scritta. Nello specifico nell'Archivio si racconta una storia che si muove tra passato e futuro, usa il viaggio (reale e interiore) come espediente narrativo per parlare di infanzia perduta, di violenza, radici, ma anche per scavare nei rapporti e nei sentimenti, riuscendoci grazie a una lingua (e qui il merito va al traduttore Tommaso Pincio) che è sempre pronta a cambiare, a cercare il ritmo, ad espandersi e a ritrarsi per tentare di delineare anche le caratteristiche dei protagonisti, declinandosi anche in un enorme lavoro anche sui linguaggi (quelli degli adulti, quelli dei bambini e l'interazione tra questi). Insomma, se non avete ancora letto questo libro, lo si può ancora fare in occasione della presentazione che la scrittrice messicana terrà in diretta streaming il 2 luglio alle 19, presentata da Chiara Valerio. All'iniziativa hanno aderito oltre 200 librerie, (qui l'elenco completo).

Mi affascina molto l’idea di archivio e memoria, forse è una delle cose che rende questo libro importante per raccontare questo momento storico. In che modo la memoria costruisce l’immaginario della società e in che modo ha dato una direzione al libro?

La memoria, naturalmente, è una costruzione narrativa, soprattutto la memoria di una comunità, e dipende veramente molto dalla fondazione del mito, sull'articolare una narrazione e sull'idea del legare il passato e il presente e questo romanzo rilegge la fondazione di alcuni dei miti degli Stati Uniti e come loro continuano a giustificare la violenza di stato e la violenza politica. Il romanzo percorre il viaggio americano al contrario, guardandosi all'interno. Il viaggio dall'est all'ovest è veramente la fondazione del mito del viaggio del mito, l'espansione dall'est all'ovest, ma non sembra come un Paese che è stato immaginato, quanto, piuttosto, fondato come una terra devastata, che ha sofferto l’espansione, l’avidità, lo sfruttamento e una costante violenza politica attuata in particolare nei confronti delle minoranze, quindi questo è un romanzo che rivede il concetto di memoria e torna indietro ad alcuni arcaicismi, in particolare nella storia di alcuni gruppi, come quello dei nativi americani come i Chiricahua e unisce questo passato di violenza politica alla situazione attuale di violenza politica nei confronti anche dei nativi americani e degli immigrati del centro e sud America che sono messi in centri di detenzione così come i nativi americani sono stati confinati nelle riserve nel 900.

Quanto tempo ci ha messo a scriverlo?

Circa cinque anni, ho cominciato a scriverlo nel 2014, quando c'era ancora Obama come Presidente, ma la cosa che credo per quanto riguarda la scrittura dei romanzi è che gli scrittori di fiction si muovano in un terreno di ipotesi, guardando alle condizioni del presente e immaginando cosa potrebbe succedere nel futuro. Ovviamente non è una predizione ma una cura, un'attenzione al presente e come potrebbe svilupparsi. Nel 2014 tutte le condizioni sfortunatamente per tutti erano già qui, la precondizione per questo incubo erano già sul tavolo. L’Archivio guarda in un certo senso da quel passato a una sorta di futuro perché ho tentato di immaginare il modo in cui la situazione potesse svilupparsi.

In qualche modo la lingua disegna anche la realtà che ci circonda, lo vediamo anche nelle difficoltà di definire persone di altre culture. Il suo lavoro sulla lingua è molto preciso e lo si vede: da dove nasce questa esigenza e in che modo ha lavorato su queste varie lingue?

Per quanto riguarda la prospettiva dei bambini e la narrativa degli adulti, questo è un romanzo che ha a che fare col modo in cui noi, la vecchia generazione, trasmette la narrativa del mondo alle generazioni più giovani e come loro esprimono, reimmaginano e spesso restituiscono a noi con più chiarezza. La scelta di includere nel romanzo una prospettiva reale dei bambini, quindi non solo come meditazione su questa cosa, per me è un esercizio letterario ma anche politico: insomma, tentare di pensare una prospettiva infantile come una prospettiva che viene, produce estraniazione e se ne va, poiché la prospettiva infantile getta una luce diversa su ciò che noi consideriamo normale che abbiamo normalizzato, ma non è normale.

A proposito della lingua, il racconto cambia punto di vista a un certo punto, la seconda parte cambia narratore e si fa più onirica, lirica, rispetto alla prima. C'è questo flusso di coscienza che dura svariate pagine…

Sì, sono forse una ventina di pagine…

Sì, e questo flusso di coscienza sembra far parte, assieme a un lavoro sulle frasi (dagli incipit, alla scelta della lunghezza etc), che sembra pensato per ragionare sul ritmo, un ritmo che serve quasi anche per caratterizzare, in questo caso i personaggi…

Il lavoro sul ritmo è per me il più importante in un romanzo. Ho avuto la fortuna di avere, per la versione italiana, un traduttore ottimo, Tommaso Pincio, che lo ha reso perfettamente.

A proposito di Italia, il “Lessico familiare” che torna è un omaggio a Natalia Ginzburg?

Sì, assolutamente, è un riferimento a Natalia Ginzburg: è un concetto che è ginzburghiano ma ormai è andato anche oltre, è un concetto che, come tutte le buone idee, si è fatto universale e appartiene a tutti.

Il suo libro è pieno di letteratura, in maniera più o meno diretta. Due dei libri principali, però, sono libri che raccontano a modo loro l’infanzia: Il signore delle mosche e La strada: come mai proprio questi due? In che modo questi due libri le servivano per raccontare la sua storia?

Sono perennemente in conversazione con altri libri quando scrivo, penso che non si scriva mai nel vuoto, scrivi sempre in un mondo, ma anche all'interno di un contesto letterario e in questi due libri, in particolare, ho trovato parabole molto potenti di bambini, molto diverse tra loro, nel senso che Il signore delle mosche è una parabola politica sull'idea che ha a che fare con il contratto sociale, un esperimento sociale su questo contratto sociale, e cosa succede quando questo contratto sociale viene distrutto, oppure quando non c’è proprio il contratto sociale: come ci comportiamo con il prossimo. L'altro libro "La strada" rappresenta l'altro estremo di questa narrativa, c'è un mondo distrutto, non solo senza contratto sociale ma proprio, ormai, senza più una società, un mondo in cui ognuno è lasciato solo, senza alcun tipo di legame con una comunità, a parte forse il legame tra genitori e figlio. Due modi di immaginare un mondo distrutto e reimmaginare cosa possa emergere da una società distrutta e da un mondo distrutto.

Non posso non chiederle l'importanza dei suoni nel libro: quelli della natura, che fanno parte del mestiere dei genitori, ma anche della musica. In che modo questo suono influenza la narrazione?

Sì, sicuramente, penso che sia collegato alla presenza del panorama sonoro è legato al ritmo interno della narrazione interna, anche una meditazione più generale sul modo in cui il suono modifica completamente le nostre esperienze dello spazio, come lo stesso luogo con un suono differente può trasformarsi in qualcosa di totalmente diverso: per esempio, sto guardando fuori alla mia finestra e ora la strada tranquilla, c'è il cinguettio degli uccelli, ma di notte durante il coronavirus l'unico paesaggio sonoro che potevi ascoltare dalla finestra erano le sirene delle ambulanze tutta la notte solo ambulanze. Poi quando sono cominciate le proteste all'inizio di giugno il suono delle ambulanze si è trasformato nel suono delle sirene della polizia e nel suono degli elicotteri che sorvolavano tutto il tempo e ora che tutto si è tranquillizzato di nuovo sento i botti dei fuochi d’artificio, gli statunitensi vanno pazzi per i fuochi d’artificio a giugno, ogni notte c'è gente che spara i botti. Con questo voglio dire che l'esperienza questa particolare e interiorità alla quale il coronavirus ci ha costretti ha cambiato profondamente la nostra condizione solo perché c'erano questi suoni fuori dalla finestra.

Insomma, un po' come per le parole disegnano la realtà che ci circonda.

Esatto, come fa il tessuto narrativo.

Lei ha viaggiato molto, praticamente è ciò che solitamente definiamo "figlia del mondo". Perché abbiamo così tanta paura del multiculturalismo? Perché stiamo tornando sempre più a creare barriere?

Penso che quando alcuni Paesi e il mondo intero si trova in un momento di incertezza e di paura nei confronti del futuro, non sappiamo cosa succede ma siamo più preoccupati di ciò che verrà. Credo che la gente reagisca alla paura incolpando gli altri o avendo paura degli altri, pensando che gli altri siano responsabili del loro disagio. È una cosa che si ripete, pensiamo alla Germania nazista dove un’intera comunità si è messa contro la comunità ebrea, nell’ambito della povertà e della miseria causata dalla prima guerra mondiale.

E la stessa cosa è successa oggi, dice?

Credo che le comunità nere e latine negli Usa rappresentano per i suprematisti americani come un’onda di diversità in continua crescita ed è per questo che i bianchi americani hanno paura di noi, di chi non è Wasp, per paura che cambino la loro cultura, il tessuto collettivo quotidiano del Paese, ma questo è il modo naturale in cui le comunità società cambiano anche se ci sarà sempre resistenza, succede anche in Italia. Io ci vengo spesso, l'anno scorso era con mia figlia a Palermo e abbiamo visto un episodio orribile col proprietario del ristorante che cacciò e picchiò un uomo nero che lavorava nella sua cucina urlandogli "Torna in Africa, questa è l'Italia di Salvini". C'è una resistenza che deve finire perché il corso naturale del cambiamento del mondo.

Quali autori italiani ha letto, in questi ultimi tempi, che l’hanno colpita e influenzata?

Un po’ un mix di contemporanei e classici: mi piacciono tanto Anna Maria Ortese ed Elsa Morante ma anche moltissimo Italo Svevo. Negli anni scorsi ho letto "Il deserto dei tartari" di Dino Buzzati, che mi piace tantissimo. Per quanto riguardano i contemporanei mi piace moltissimo il lavoro di Chiara Valerio, Elena Stancanelli, sono sempre alla ricerca di cose da leggere in italiane.