Nella ormai famosa periodizzazione di Eric Hobsbawm, “Il secolo breve”, la storia del Novecento si muove entro i confini della Prima guerra mondiale e la caduta del muro di Berlino. Se però la consideriamo una conseguenza della modernizzazione violenta imposta dal primo conflitto planetario, allora si potrebbe dire che “Il secolo breve” coincide con la parabola della Rivoluzione russa.

Eppure, quando parliamo con il pubblico di “non addetti ai lavori”, nella maggior parte dei casi gli stravolgimenti epocali nella Russia zarista del 1917 vengono unicamente attribuiti alla rivoluzione d’ottobre dei bolscevichi di Lenin. In pochi ricordano che la prima rivolta avviene a Pietrogrado alla fine di febbraio.

La Russia è stremata dalla guerra che ne evidenzia i limiti strutturali: una produzione agricola primitiva e un’industria con standard tecnologici di basso livello. Il conflitto peggiora le cose. Diciassette milioni di uomini sono coinvolti nei combattimenti, forza lavoro sottratta alla già precaria economia, il cui svantaggio, con le altre potenze europee, è rintracciabile nella ridotta estensione della rete ferroviaria.

Dopo tre anni di guerra, l’impero russo non se la passa tanto bene: ha perduto la Polonia, la Bielorussia, la Lituania e parte dell’Ucraina e della Lettonia. L’esercito è spaccato da scontri interni quotidiani tra la truppa e gli ufficiali. Si susseguono le diserzioni e la sfiducia in un contesto di assoluta indigenza, dovuto alla scarsità dei viveri e a equipaggiamenti non idonei alla guerra di posizione.

Al disagio dell’esercito si aggiungono le difficoltà dei civili che vivono in città soggiogati dall’incubo della fame. La crescita dell’inflazione e la drastica riduzione dei consumi impongono uno scenario di crisi permanente con file kilometriche davanti ai negozi dove i cittadini sostano, in attesa del proprio turno, dalle tre alle sei ore durante l’arco della giornata, e solo per acquistare un po’ di pane e di latte.

La situazione peggiora ulteriormente quando, per garantire la massima produttività industriale, gli operai sono costretti ad interminabili turni di lavoro, con salari immutati in una condizione di diminuito potere d’acquisto. Intanto, nonostante le proteste per il protrarsi del conflitto, la classe politica, in particolare i funzionari della corte, lucra attraverso un sistema di corruzione capillare, emblema dell’incapacità di governo dello Zar e della imminente disfatta. Disfatta che è attribuita in toto all’imperatore Nicola II che si mostra insensibile e riottoso ad ogni, seppur blanda, richiesta di riforma.

Così il 23 febbraio le organizzazione sindacali di Pietrogrado emergono dalla clandestinità per scioperare contro la guerra, l’autarchia zarista e il caro vita. Ma la svolta avviene solo con la manifestazione di protesta attuata dalle operaie del comparto tessile con l’aiuto dei metalmeccanici. Sono 90mila ad incrociare le braccia. Il giorno successivo il numero degli scioperanti sale a 200mila. Gli attivisti tengono comizi agli angoli delle strade subendo una contenuta reazione dei Cosacchi.

Il 25 febbraio scendono in piazza 240mila tra operai, studenti, tramvieri e commercianti. La polizia spara sulla folla ma l’esercito rimane passivo. Anzi i Cosacchi non solo non si muovono ma in qualche caso difendono la turba dall’assalto degli agenti dell’ordine pubblico. Il giorno dopo, credendo di frenare l’impeto dei rivoltosi, il governo usa il pugno di ferro: la Prospettiva Nevskij è un tappeto di cadaveri. La grande novità, tuttavia, è la comparsa del reggimento Pavloskij al fianco dei rivoluzionari.

Si arriva, in questo modo, al 27 febbraio. La ribellione, ora, si diffonde tra i ranghi dell’esercito che si unisce ai civili per dare l’assalto all’arsenale militare. Sono poi liberati i prigionieri politici e viene dato alla fiamme il Tribunale. La Duma (la Camera composta da nobili e borghesi) prova a trovare una soluzione di compromesso, ma le pressioni esterne della folla e la costituzione del primo Soviet all’interno dell’assemblea, provocano la dissoluzione del governo e la nascita di un esecutivo provvisorio a cui i bolscevichi danno via libera. Le agitazioni, però, non sembrano cessare per cui, su pressioni della Duma, lo Zar è costretto ad abdicare in favore del fratello che a sua volta rinuncia al trono lasciando lo Stato senza capo. Questo doppio passaggio, che nella testa dei monarchici è un principio di salvaguardia dell’impero, si dimostra essere una spaccatura insanabile tra il potere del governo provvisorio e le richieste rivoluzionarie dei Soviet, composti in gran parte da operai e soldati e diffusi, ormai, in tutta la nazione.

Un dissidio che sarà sanato solo nell’ottobre successivo con la presa del potere da parte dei bolscevichi di Vladimir Il'ič Ul'janov, alias Lenin.