DJ Shocca a Fanpage: “La violenza nei testi rap? Non servono garanti, ma cultura. Il mercato crea mostri”

"Dedicata alla musica". Con le stesse parole che aprivano il primo 60 Hz, DJ Shocca inaugura anche il secondo capitolo, a vent’anni (più uno) di distanza. Ma stavolta l’urgenza non è più quella di un ragazzino alla ricerca di riconoscibilità in una nicchia. Evolve e si confronta con l’attesa di un disco diventato una pietra miliare di una cultura ormai mainstream. Ne abbiamo parlato con Shocca, tra ricordi, come quello di Primo Brown, presente in Fiamma Viva, la pressione che ha influenzato e non poco lo stato di salute del cantante e l’arte del sampling. Senza dimenticare l’attualità, anche politica, legata alla violenza descritta nei testi e "l’endemica carenza di posizioni di rilievo per le figure femminili in Italia". Qui l’intervista a Dj Shocca.
Volevo partire con la prima frase che apre i due dischi, ovvero "Dedicata alla musica". Ti volevo chiedere: come si è trasformata l’urgenza del primo capitolo in questo ventennale più uno?
Il primo capitolo rappresenta un'urgenza espressiva di un ragazzino con qualcosa da dire, con quell'attitude: dritta al cuore. Il secondo capitolo è sempre dedicato alla musica, ma arriva oltre vent’anni dopo, in un’Italia diversa, in un altro mercato dell'hip hop, con un altro me. È un altro tipo di benedizione, con toni completamente differenti.
È cambiato sicuramente il sottotesto culturale: quali erano state le difficoltà maggiori all’epoca, e quali invece quelle attuali, nella lavorazione del disco?
All'epoca era un lavoro fatto quasi per noi stessi, per farci conoscere nella nostra nicchia. Telefonavo agli artisti, non c'erano altri mezzi, quindi le difficoltà, oltre quelle economiche, erano per lo più logistiche: c'era anche una certa diffidenza degli artisti a fidarsi di questo ragazzino. Mi ricordo una chiamata a Danno dei Colle Der Fomento, lo rincorrevo per avere una strofa. Un anno dopo mi ha richiamato lui dicendomi: "Bella roba". Questa volta invece tutti sono "saliti sul vagone" con entusiasmo, le difficoltà erano per lo più mie: all'inizio non sapevo quale fosse la direzione giusta per ricreare le atmosfere di quel disco in un contesto completamente diverso.
Che tipo di accoglienza ha avuto il primo capitolo negli anni e perché hai saltato il decennale del disco?
Eravamo partiti senza particolari ambizioni commerciali, era per affermarmi all’interno della stessa scena di cui facevo parte. Il disco è cresciuto lentamente, umanamente, diversamente da molti altri progetti. Lo status che quel disco ha guadagnato negli anni successivi si è poi consolidato. Il decennale l'ho volontariamente skippato, anche perché il disco era diventato già un moloch sulle mie spalle (ride ndr). Man mano che si avvicinava il ventennale, sapevo che questa volta avrei dovuto fare i conti con 60 Hz, così, circa due anni fa, ho detto ai ragazzi che stavolta l'avremmo dovuta cogliere quest'occasione. Ho cominciato a riflettere, a cercare di dare un’interpretazione nuova, intrecciando il passato e cosa ha rappresentato con una visione digitale.
Il primo dubbio?
Come rendere omaggio all'intro. L'unica soluzione che mi soddisfaceva, anche se era mega pericolosa, era risuonare l'intro con strumenti live. Poi da lì è stato tutto in discesa. Per me era importante aggiungere qualcosa, il secondo capitolo non doveva essere una replica, un disco di routine: non volevo che questo progetto diventasse un bancomat. All'inizio non avevo la ricetta e infatti ho avuto anche una piccola ricaduta.
In che senso?
Ho avuto problemi di salute, poi la vita è diventata un'altra cosa: qualcosa tra una visita e l'altra. Alla fine sai cos'era? Solo la testa. Era la pressione.
Tra i messaggi che sembrano legare il disco e la maggior parte degli artisti che sono intervenuti, c'è la sensazione di un senso di compiutezza, non solo personale, ma anche nel rapporto con la propria carriera. Tu credi di aver fatto pace con la tua, grazie a questo progetto?
Penso di sì. Così come la gente della mia età in questo disco. Ci sono artisti adulti, solidi. È chiaro, ho ancora molto da dare e da capire di questa cultura, che è ancora enorme. Però penso che il nostro percorso artistico, più di quarant’anni, ci abbia fornito un filtro per la vita. Questo ci ha permesso — se non di risolvere tutto — quantomeno di interpretarlo.
Voglio tornare sull'arte del samping, molto bistrattata in Italia, anche se ultimamente se ne fa un gran uso: ti volevo chiedere se e come è cambiato il tuo approccio?
Il sampling è una forma d’arte che ormai, nonostante qualche resistenza, viene riconosciuta. Ha un suo marchio. Ci sono artisti che sono diventati maestri, dei sopraffini, e non parlo solo di rap. Come dicevi tu, ci sono ancora resistenze. C’è chi lo vede come un punto fine a sé stesso, ma sempre meno. In quest’ottica, credo che si possa dire che è un linguaggio chiaro. Certo, ci sono appropriazioni, ma anche interpretazioni. Nel caso di 60 Hz, io amo quei suoni: sono stati tutti i campioni originali rielaborati da zero, cercando di ottenere qualcosa che richiamasse le lavorazioni originali. Sputando il sangue e l’anima, abbiamo ottenuto delle versioni potenziate.
Che tipo di accoglienza ha avuto, secondo te, questo progetto?
Ritoccare pezzi che la gente ama, che fanno parte della loro crescita, è come muoversi in un campo minato. Sono canzoni che per molti rappresentano una testimonianza di vita. È un territorio delicato, reinterpretare brani che stanno nel cuore. Ci sono andato con i piedi di piombo. Poi è uscito questo disco, le persone hanno capito subito che questo era il mio sogno: giocare con qualcosa di bellissimo. E la missione, posso dire, è stata compiuta.
Faccio un passo indietro: che cos'è oggi l'hip hop per Shocca?
Per me sarà sempre, come detto prima, un doppio filtro, due lenti speciali che permettono di osservare la vita, e che mi hanno accompagnato fin qui. Poi, entrando nei ranghi della cultura italiana, ha cambiato il suo riferimento. C'è chi lo vive come riscatto sociale, una delle ragioni per cui è nata negli Stati Uniti, ma c'è anche chi lo fa per intrattenimento. Chi lo vede come un'alternativa a diventare calciatori e tronisti, ma la sua natura è quello di essere un elemento di contro-cultura. Quindi quel grande bagaglio continuerà ad accompagnare le nostre esistenze.
Come hai vissuto la trasformazione mainstream? C'è stata una forma di rigetto o sono due mondi troppo separati per parlarsi?
È fisiologico che quando qualcosa nasce come nicchia o come controcultura e poi diventa mestiere, il rigetto iniziale è comprensibile. Ma se hai un minimo di intelligenza e lungimiranza, capisci che è inevitabile. Accade per un motivo: perché sa reinventarsi, restare vivo. Non si può evitare che arrivi da tutti e a tutti. Dopo un primo rigetto, oggi in Italia milioni di persone ascoltano rap. E anche se solo una piccola percentuale si mette davvero a ricercare e approfondire cosa c’è stato prima — la storia, la cultura — è comunque una conquista. Perché i numeri sono enormi. E anche una piccola percentuale diventa significativa.
In Fiamma viva c’è una strofa postuma di Primo. Più che chiederti com’è stato lavorare sulla sua voce, vorrei sapere se hai un ricordo, un aneddoto.
Il più fondamentale dei fondamentali, senza ombra di dubbio. Chi ha lavorato con lui lo sa. Sono orgoglioso di sapere che il film sulla sua vita abbia come titolo Sempre Grezzo. La strofa postuma che abbiamo inserito è stata estrapolata da una registrazione in studio che Primo stesso aveva lasciato ai posteri. Sapere che anche suo padre ci ha sostenuti in questo, mi ha toccato molto.
Tra i protagonisti di questo secondo capitolo c'è anche Ele A, che aveva già lavorato con te in El Clasico. Perché, secondo te, non si è mai sviluppata davvero una scena rap femminile in Italia, nonostante ci siano state interpreti valide?
La scena hip hop rispecchia molti aspetti della società italiana, in cui c'è un'endemica carenza di posizioni di rilievo per le figure femminili, una cosa vergognosa. Non so se le quote rosa siano una soluzione, anche perché è soprattutto una questione culturale. Poi Ele A è una forza della natura, avevamo già lavorato assieme e questa volta con Nitro hanno creato una coppia grandiosa. Da questo punto di vista devo dare i meriti ai 24 artisti che hanno lavorato come se non ci fosse un domani.
Qual è il singolo da mandare ai posteri, com'era stato Rendes Vouz con il delirio nel 2005?
Secondo me il risultato di Fiamma Viva è interessante: il sample nel beat lo volevo utilizzare da un sacco di tempo e poi quello che hanno creato le 3 voci merita l'ascolto.
L'anno scorso, con i 50 anni dell'hip hop negli USA si celebravano le varie ere di quella cultura con i loro protagonisti. Senti che ci sarà una riappacificazione, in quel senso, anche tra i protagonisti di tutte le ondate del rap italiano?
Io credo di sì. Bisogna prima di tutto riconoscere che anche in Italia le radici del rap affondano nei tardi anni ’80. Quindi non è solo un’onda americana: è qualcosa che è cresciuto anche da noi. E oggi abbiamo maggiore coscienza del valore della nostra scena. Credo ci sia davvero la possibilità di unire tutte le ondate del rap italiano in un unico grande movimento. Uno che dia finalmente, anche all’esterno, la dignità che merita.
Magari uscendo dalla dinamica de "il figlio che uccide il padre".
Sì. A volte è necessario uccidere il padre per farsi spazio e portare evoluzioni solide. Anche perché il valore del rap italiano è che con una mano uccide il padre e con l'altro tiene ben saldo il cordone ombelicale con la madre.
C'è un tema, molto più discusso negli USA, ma che ha affondato le sue radici anche nell'attualità e nell'agenda politica italiana: la violenza nei testi e la necessità di censura. Cosa ne pensi?
È un tema spinoso che negli USA esiste da decenni. Una parte di me pensa: se gli NWA, per vendere dischi, romanzano determinate realtà in una fascia di popolazione influenzabile, può essere un problema. Ma dall'altra parte è necessario che ci sia una cronaca di ciò che succede nel degrado culturale. È proprio il degrado culturale che crea questi mostri, non il contrario. Non serve un garante eletto da chissà chi, bisogna imparare a essere garanti di sé stessi. Chi ha cultura popolare, chi ha vissuto certe cose, sviluppa anche gli anticorpi per evitare derive. Poi certo, esistono episodi di miseria umana, di musica spazzatura. Ma non possiamo lamentarci se queste cose esistono, perché l'evoluzione è una delle caratteristiche dell'hip hop. Possiamo solo scegliere di non ascoltarle. Il problema è che oggi, alcuni degli episodi più brutti, sono giochi a tavolini del mercato. Sono giochi di palazzo delle corporation, dove il rapper di turno è solo la punta dell'iceberg.