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30 Dicembre 2016
10:00

Da ora si può ufficialmente licenziare per profitto

Dopo la sentenza della Corte di Cassazione, che consentirebbe il licenziamento in mancanza di profitto, continua senza sosta la marcia contro i lavoratori della grande narrazione neoliberista.
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La facciata della Corte di Cassazione di Roma
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Il filosofo dissidente

Forse forse qualche dubbio circa il logoro storytelling delle magnifiche sorti e progressive delle "riforme" e del tempo finalmente libero dalle dittature assassine potrebbe insorgere. Forse forse qualcuno potrebbe anche cominciare a mettere in discussione la grande narrazione neoliberista della libertà universale e degli infiniti benefici per tutti della libera concorrenza. A favorire il ritorno del dubbio socratico potrebbe essere anche, tra l'altro, la lieta novità di questo fine 2016. Da oggi il profitto diventa giustificato motivo di licenziamento.

Et voilà la nuova orrenda fattispecie di licenziamento riconosciuta per la prima volta nel nostro ordinamento da una sentenza della Corte di cassazione (sentenza n. 25201 del 7 dicembre 2016). Avete capito? Vi è chiaro il punto? Siamo davvero al di là del welfare, del diritto del lavoro e finanche della dignità minima riconosciuta ai lavoratori. È finita un'epoca.

E continua imperterrita, a ritmo travolgente, la marcia di deemancipazione ai danni dei lavoratori e delle classi più deboli. Con simmetrico rafforzamento del potere neo-padronale delle aziende multinazionali e delocalizzatrici gestite dagli apolidi signori del globalismo senza frontiere e senza diritti: che ora anche in Italia potranno lasciare a casa i lavoratori in nome del Vangelo del profitto e del sacro dogma della competitività internazionale, il valore più alto del nuovo pantheon neoliberista; il valore al confronto del quale diventa davvero poca cosa la vita dei lavoratori nonché la loro dignità.

Il profitto viene prima, e tutto il resto ne diventa una variabile dipendente. La tendenza in atto è tragicamente confermata: un'ondata di regresso, deemancipazione e miseria per tutti. La neolingua egemonica e manipolante chiama tutto questo "progresso", "cambiamento", "evoluzione". E – quel che è peggio – viene accettata e passivamente subita da coloro i quali tutto l'interesse avrebbero a respingerla al mittente e a tornare a chiamare le cose con il loro nome: sfruttamento in luogo di flessibilità, possibilità per il forte di massacrare il debole in luogo di competitività. Tornare a chiamare le cose con il loro nome, ma poi anche rovesciare la grande narrazione dominante che, come un mantra, ci ripete che dal 1989 siamo finalmente tutti liberi.

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Sono nato a Torino nel 1983 e insegno Storia della filosofia in Università. Mi considero allievo indipendente di Hegel e di Marx. Intellettuale dissidente e non allineato, sono al di là di destra e sinistra, convinto che occorra continuare nella lotta politica e culturale che fu di Marx e di Gramsci, in nome dell’emancipazione umana e dei diritti sociali. Resto convinto che, in ogni ambito, la via regia consista nel pensare con la propria testa, senza curarsi dell’opinione pubblica e del coro virtuoso del politicamente corretto.
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