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Da Berlino di Ernia a Noemi e Bresh: il pop non sta diventando immortale nelle classifiche, ma nelle curve

La musica pop oggi trova nuova vita negli stadi: “Berlino” di Ernia diventa coro calcistico, mostrando come il tifo rilanci i successi musicali.
A cura di Federico Pucci
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Ernia e Noemi
Ernia e Noemi

Parlare di musica pop nel 2026 è difficile. Nel panorama balcanizzato della distribuzione culturale abbiamo perso le coordinate di ciò che possiamo definire, senza alcuna esitazione, "popolare", o "di massa". Le classifiche non rappresentano che una parte della notorietà di questo o quell’artista, determinata in base a diversi punti di accesso a un mercato caotico: da un anno, per esempio, in Italia si tiene conto delle visualizzazioni su YouTube; da quest’anno, viceversa, negli Stati Uniti non si prenderanno più in esame. I social, poi, sbilanciano completamente l’asse della fama, incoronando fenomeni meteorici, personaggi buffi e tante, tantissime canzoni del passato che vengono a ritagliarsi un altro angolino di gloria.

Non parliamo proprio della sostenibilità finanziaria del mestiere del cantante, che si può calcolare spesso in funzione del seguito digitale del suddetto più che del suo pubblico musicale. In questo scenario confuso, chiunque ha diritto a descriversi come noto, popolare, famoso, di successo. Ma, mentre ci si sgomita per un briciolo di nomea comunque venga, esiste un palco che riconosce il merito solo ed esclusivamente alle canzoni, un palco dove bisogna davvero "funzionare" con la propria originale combinazione di parole e melodia. Quel palco è la curva di uno stadio. E la canzone che sta incoronando in questo momento, trovando riscontro nella rotazione radiofonica, è "Berlino" di Ernia.

La canzone, tratta dall’ultimo album del rapper milanese "Per soldi e per amore", nasce come una dedica alla sorella, una sorta di messaggio a distanza: come tale, porta in sé già alcuni elementi dell’inno, inteso come canto da mandar fuori a pieni polmoni, perché raggiunga una persona lontana. Il pezzo forte del brano – si capisce al primo ascolto – è il ritornello: impostato su un registro praticabile da qualsiasi persona, il suo percorso in su e in giù lungo il pentagramma è abbastanza articolato e accentuato da intrattenere, abbastanza ripetitivo e condensato da non confondere. La scansione, in particolare, sembra pensata per lasciare aria a certe parole, per farle riecheggiare nello spazio in cui vengono pronunciate: "Passerà", sentiamo, e nulla più per il resto della battuta; "il grigio su Berlino se ne andrà", ed ecco un’altra pausa; e mentre sentiamo vibrare i toni aperti di queste rime tronche ("città", "papà"), ci prepariamo a una seconda metà del ritornello dove dominano le vocali chiuse ("simili", "liberi", "limiti") come a raccogliere in un pugno tutto il potenziale di questo sentimento.

Scritta con Charlie Charles e Meteora (aka Massimo Montonato), Berlino ha tutto quello che serve per funzionare. Cosa che sta succedendo, da un paio di settimane, nelle radio italiane. Rilanciato come singolo il 19 dicembre, tre mesi dopo la pubblicazione dell’album, il brano ha una composizione intelligente (come abbiamo visto), una produzione che la sottolinea dando enfasi al ritornello, una storia in cui è facile identificarsi, ma che non è così ovvia da confondersi nella banalità soverchiante, dal momento che l’amore fraterno resta ampiamente meno esplorato rispetto all’amore erotico. Insomma, una storia di successo che sembrava scritta nelle stelle. E tuttavia si può argomentare che la vera fortuna popolare di "Berlino" abbia preso una strada che dalla QT8 di Ernia si sposta un pelo più a sud, passando da San Siro.

L'effetto di Berlino sul tifo milanista

Mi riferisco, naturalmente, a "Fofana", attribuita a LucaTony e GabriKid sul cui canale YouTube è presente dal 18 dicembre, anche se le prime testimonianze del coro risalgono già almeno a novembre. Così probabilmente passerà alla storia la parodia che amorevolmente prende la melodia di Berlino e l’adatta alle necessità del tifo milanista. In un caso eccezionale (ma non raro, vedremo) di adozione istantanea, la curva Sud ha rimaneggiato il testo di Ernia approfittando proprio dei punti di forza che notavamo sopra: un disegno melodico facilmente riproducibile da un coro parzialmente organizzato, al quale cioè possa unirsi un osservatore qualunque, sancendo in modo tangibile l’appartenenza collettiva della canzone; un'insistenza sulle rime tronche con vocale aperta, con quel ritmo anapestico (ta-ta-TÀ) che sembra fatto apposta per sovrapporre su "passerà" il cognome del centrocampista francese Youssouf Fofana.

Il suo gioco garantirà davvero che "il grigio su San Siro" passi? Ricorda davvero il gioco di "Riky Kakà"? Non importa, perché la canzone della curva è sempre desiderante, l’espressione di un’aspirazione che quanto più si spera possa avverarsi, tanto più richiede un’emissione potente dai polmoni dei tifosi. E così, lo spirito inneggiante dell’originale si incastra perfettamente nelle esigenze dell’appassionato milanista. Non sapremo cosa sarà del futuro di Fofana al Milan, e quindi se i cori di oggi scadranno presto o verranno ricordati con nostalgia tra molti anni a questa parte. Sicuramente chi ricorderà questa parodia porterà con sé, volente o nolente, un pezzo di musica dell’annata 2025/26, e forse lo conserverà con un amore perfino più saldo di chi più banalmente avrà sentito il singolo in radio mentre andava al lavoro, o nel mezzo di un release day di settembre particolarmente denso. A prescindere dalla sorte a venire delle due interpretazioni, viene da osservare che quest’appropriazione calcistica del pop è una tendenza da non sottovalutare. Perché forse il vero instant classic della musica negli anni ‘20 va cercato qui, piuttosto che fra i conteggi dello streaming.

L'impatto del calcio su un successo discografico e viceversa

Non è la prima volta che in questa rubrica citiamo l’impatto della cultura calcistica su un successo discografico. Ne avevamo parlato in riferimento a "L’amore non mi basta" di Emma, che è stata ripescata dagli archivi, ma anche di "Non è mica te" di Eddie Brock, altra canzone portata in spalla dal TikTok calcistico italiano. In entrambi i casi, osserviamo che la passione sportiva va a braccetto con un processo di esegesi memetica della canzone: il valore lirico della scrittura e il potenziale emotivo della composizione e produzione, cioè, sono apprezzati come tali solo alla luce della rilettura di eventi legati al proprio personale storytelling da tifoso (l’addio di un giocatore, il risultato di una partita, la reazione di un allenatore, una lite, un gol, una prestazione, etc). Insomma, la canzone non pretende più di descrivere un momento della nostra vita in generale, ma solo nel particolare framing del calcio. Sicuramente questo sport, come qualsiasi altro fenomeno di massa che implichi il raduno di grandi masse di persone in arene, si porta dietro una capacità straordinaria di assorbire il materiale musicale esterno e farne propria materia prima: le canzoni pop allo stadio, insomma, sono benvenute da anni.

C’è chi sugli spalti del Crotone canta "Ma il cielo è sempre più blu" in onore di uno dei più talentuosi figli della Calabria, e chi a Milano si è appropriato di "Sarà perché ti amo", in una storia che è arrivata fino agli stadi tedeschi facendo riemergere i Ricchi e Poveri nelle classifiche europee un paio di anni fa. C’è un tifo romano che praticamente si identifica con una canzone che non fu scritta per celebrare lo scudetto del 1983 ma fu premiata da un tempismo fortunatissimo rimanendovi per sempre avvinghiata, e un tifo ferrarese che arriva a cantare i CCCP (come fanno anche a Giugliano). In tutti questi casi, e in molti altri (consiglio il sito Football a 45 giri per consultare molti esempi, oltre quelli che citerò qui) il canzoniere presenta una propensione evidente: il mantenimento di uno status quo cantautorale-pop, la celebrazione di un canone affermato negli ultimi tre/quattro decenni.

Il che è comprensibile: le tradizioni folk si instaurano proprio così, con il tempo. Così, abbiamo gli atalantini che rifanno i Nomadi, i catanzaresi che cantano Gianna Nannini. Pescando da oltre confine ci sono i salernitani che rivisitano gli Earth Wind & Fire, i sanremesi che rifanno Frank Sinatra, mentre a Foligno usa Paul Anka. Nessuno sembra battere il tifo napoletano: al Maradona o in trasferta si possono sentire i Pooh così come Zucchero. Espandendoci a un pop decisamente più commerciale abbiamo i catanesi e anche gli udinesi che rifanno la Lambada e i perugini che ripescano Salvo Nicolosi (non tutti i 45 giri calcistici escono col buco…), mentre gli esempi di chi ripete le note immortali di "L’estate sta finendo" o di "Freed From Desire" si sprecano. Insomma, classici. Ma qualcosa sta accelerando il processo di assimilazione, e il caso di Fofana è solo l’ultimo di una serie di agganci tra il calcio e la musica da non sottovalutare se si vuole misurare in modo palpabile la popolarità di una canzone.

L'effetto dirompente di Despacito nelle curve

Non ho la competenza per risalire al momento esatto in cui si è accorciato tremendamente l’intervallo che separa l’uscita di una canzone dall’adozione in curva, ma un buon punto da cui cominciare sembra essere "Despacito" di Luis Fonsi e Daddy Yankee, un autentico tormentone globale, forse l’ultimo degno di questa definizione. Cioè, una canzone che non aveva bisogno della conferma calcistica per risultare a tutti stra-famosa. Tra il 2017 e il 2018 Despacito si è sentita riscritta e ricantata dai tifosi della Salernitana e del Melfi, del Parma e del Milan, della Reggiana e dell’Atalanta. Il potere magnetico della hit discografica si converte nell’attrazione di un coro che può avvicinare anche il meno esperto di dinamiche e culture del tifo (come il sottoscritto!). La vicinanza temporale rende più attuale questo rapporto, che almeno musicalmente parlando rinnova del tutto le regole di ingaggio: dal mero riconoscimento reciproco dentro i confini di una cultura pop passata e un po’ ammuffita si arriva alla condivisione di un momento saldato nel presente. Il tifo è ora, come le canzoni che sempre più è interessato ad adattare. Non al posto di, ma accanto ai classici.

Vuoto a perdere di Noemi diventa Sarò con te della curva del Napoli

Almeno nello stesso periodo, nel 2018 (se non da prima), a Napoli si comincia a cantare una canzone che di recente ha avuto anche una ribalta internazionale. "Vuoto a perdere" di Noemi diventa "Sarò con te", "solo" sette anni dopo la sua uscita, e si insinua nelle abitudini del Maradona anche grazie alle stesse ragioni che abbiamo sottolineato per "Berlino": l’efficacia micidiale di un ritornello che ha sufficiente movimento, un numero giusto di pause per lasciar risuonare il coro, e un andamento cantilenante. La canzone funziona come coro (anche i tifosi dell’Imperia possono confermare) al punto che il gemellaggio tra Napoli e Paris Saint Germain ha fatto sì che "Vuoto a perdere" arrivasse fino in Francia.

Dopo la metà degli anni Dieci la musica continua a non fatturare molto per gli artisti, ma in compenso torna un business in espansione, basato sulla pervasività del prodotto, a basso costo e ubiquo come junk food: e così si aprono le porte per nuove facce, e nuove canzoni che in un modo o nell’altro si infiltrano nella nostra memoria. E così, sembra, le curve si aprono alle nuove canzoni: sempre nel 2018 i genoani adottano "Cara Italia" di Ghali, mentre nel 2019 i milanisti rivisitano in chiave anti-interista "Jambo" di Takagi & Ketra con OMI e Giusy Ferreri e i tifosi del Latina riprendono "Dove e quando" di Benji e Fede.

E, come già l’esempio di "Despacito" ci aveva fatto capire, le porte sono aperte per l’arrivo di cori basati sul pop latino: nel 2019 i romanisti rifacevano "Calma" di Pedro Capó, e giusto un paio di anni fa i doriani carpivano "Bzrp Music Sessions Vol. 52" dello spagnolo Quevedo e dell’argentino Bizarrap. La finestra di appropriazione si sta restringendo mentre le prospettive si allargano infinitamente, e nel frattempo è comune vedere un cambio della guardia anche tra le file dei cantanti che scrivono inni (ufficiali o meno) per la propria squadra del cuore. "Guasto d’amore" di Bresh, uscita nel 2023, ne è un esempio tanto chiaro quanto raro per il riscontro ottenuto anche fuori dal Marassi. Meno fortunato sul mercato Ho fatto un sogno di Tananai, Madame e Rose Villain.

Certo, tutte le canzoni di un canone folk a un certo punto sono state nuove, e conoscitori più esperti di me sapranno descrivere con precisione i tempi di adozione delle canzoni pop da parte delle curve. Ma sembra che un’attrazione sempre più potente stia tenendo insieme questi due mondi, espressioni popolari di sistemi tanto potenti quanto progressivamente disumani. Il calcio non è più quello di una volta, il pop nemmeno: ma la voglia di vivere nel momento, cantando una melodia facile da ricordare e guardando i propri colori del cuore portati indosso da una nuova generazione, quella voglia sembra davvero inestirpabile. Oggi ciascuno vive nella sua bolla iper curata di esperienze culturali disegnate ad hoc per i suoi gusti: a parte rarissime eccezioni (peraltro discutibili) non ci sono più tante serie TV evento, i blockbuster cinematografici stanno scemando, i dischi dell’estate sono una miriade e non parliamo proprio di tendenze di moda o di arti figurative. In un panorama così atomizzato, dove le esperienze veramente collettive sono una rarità, quest’alleanza sempre più salda tra pop e calcio non è tanto uno strumento commerciale, quanto l’ultima chance per costruirci un passato condiviso, un patrimonio di ricordi comune da ricordare e celebrare nel futuro. Un coro alla volta.

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