
Se la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni, la strada che va nell’altro senso è lastricata di ballad. "In viaggio verso il paradiso", ultimo singolo pubblicato da Achille Lauro, è infatti la sesta ballata consecutiva della sua discografia recente. Forse sei ballate consecutive possono essere eccessive? Può darsi, ma prima di invocare una liberazione dell’artista da un fantomatico maligno giogo discografico – è così che si fa per le donne, abbiamo (pre)visto una settimana fa e un pezzo di stampa purtroppo lo ha confermato – proviamo a capire perché questa comfort zone lauriana continua ad allargarsi, e quali sono eventuali rischi artistici. E allora c’è bisogno di guardare da vicino questo percorso, che mentre conduce in pompa magna Lauro verso gli stadi in cui canterà quest’estate, rischia anche di ridurre sempre più le dimensioni della sua musica.
Partiamo da una definizione. Per ballata (o ballad, in inglese) si intende una canzone d’amore dal tempo piuttosto lento, ma comunque – lo dice il nome – ballabile. Ciò che intendiamo con questa parola oggi non è necessariamente uguale a ciò che si intendeva come ballata nel diciannovesimo secolo, per esempio. Eppure, alcune caratteristiche restano costanti: che si parli della ballata pianistica dei romantici o delle ballate della poesia medievale e rinascimentale, ritroviamo una rigida struttura di strofe, un refrain che torna costantemente a dettare il tema del componimento lirico, e l’argomento amoroso.
Tra mille variazioni, negli anni '50 la ballata è diventata la forma per eccellenza della musica leggera suonata da grandi orchestre, quella di Bing Crosby e Frank Sinatra, tanto per intendersi. A loro volta, queste orchestre, composte da organici e arrangiatori che lavoravano tanto nel teatro musicale di Broadway quanto nel jazz dei club, mentre canonizzavano le forme della ballata musicale leggera, ne influivano sulla matrice armonica e melodica, precisamente al crocevia di quella fusione di linguaggi musicali europei e africani che ci ha dato la musica popolare angloamericana.
Possiamo quasi dire che non c’è ballad senza pop, e viceversa. Radicata nelle tradizioni folk ma proiettata al consumo di massa, prodotta su scala industriale ma sempre radicalmente personale, la ballata incarna tutte le contraddizioni e complessità della musica pop per come tuttora la conosciamo. Sta poi a noi ascoltatori misurare con attenzione l’equilibrio e il buon gusto con cui un artista rispetta o tradisce le sue convenzioni, e quindi trova uno spazio originale nel genere. Specie quando la musica, negli ultimi 70 anni, è volata velocemente verso numerose evoluzioni, facendo della ballata una sorta di reliquia.
Ma parliamo di una reliquia potente e magica, non una di quelle che stanno chiuse dentro una vetrina. E lo dimostra la loro popolarità costante in tanti mercati, in particolare quello italiano. Nonostante le molte rivoluzioni estetiche del nuovo secolo, infatti, la ballata è ancora il genere inossidabile della nostra musica pop. Certamente per via del suo contenuto melodico fortissimo e riconoscibile, probabilmente per la propensione del grande pubblico verso gli estremi tragici dell’argomento amoroso, fatto sta che anche nel mezzo delle rivoluzioni hip-hop nel gusto degli italiani c’è sempre spazio per questa forma musicale. Anche e soprattutto nelle discografie dei rapper, dove comunque le ballad o i lenti melodici costituiscono spesso il gioiello di una corona d’ori e platini. E Lauro ha preso parte a questa cultura senza mezzi termini.
Anni prima di "Rolls Royce", quando il ragazzo madre era noto soprattutto ai patiti di rap italiano, c’erano pezzi come "Scelgo le stelle", dove la parte melodica era affidata a Coez, allora (anno 2014) una vera specialità per il cantautore.
Dentro quel brano e non solo si vede in filigrana uno schema che diventerà familiare, e che contraddistingue i suoi brani rap lenti introspettivi, un sottogenere al quale nessun collega si sottrae, mostrando il volto più sensibile e fragile sotto il ghigno da duro. In Lauro la particolare matrice di questo sentimentalismo si riconosce ancora meglio in un brano coevo, Lost For Life, dove tantissimi temi che torneranno più avanti nelle sue canzoni sembrano già solidamente parte di una poetica riassumibile così: l’amore è una maledizione da cui si prega l’interlocutrice di fuggire per avere salva la vita, dal momento che associarsi alla voce narrante non può portarle nulla di buono. Lauro è già il "poeta maledetto", quello che riprenderà ancora le medesime parole nell’album del 2018 "Pour l’amour", forse il suo apice artistico, dentro canzoni come "Angelo blu" con Cosmo. Ma il resto d’Italia non sa ancora chi sia Lauro.
Arriviamo quindi alla rivoluzionaria edizione 2019 del Festival di Sanremo: un altro mattone di immaginario contemporaneo che fu costruito durante quella fatidica settimana è proprio il personaggio Lauro. Con "Rolls Royce" lui e Boss Doms portarono sul palco più popolare d’Italia un concetto che già da qualche anno era stato esplorato (Post Malone e Sfera Ebbasta ne sono due esempi eclatanti): i rapper sono le nuove rockstar, e lo scandalo che suscitano nel pubblico benpensante è lo stesso che il rock’n’roll provocava 70 anni prima. Il messaggio, associato a una canzone orecchiabilissima (picco al quarto posto della FIMI) e all’aplomb con cui Lauro respinse le polemiche lanciate durante il Festival, fecero di questa tutto sommato modesta proposta musicale un evento palingenetico. Achille Lauro, per quasi tutti gli italiani, nacque in quel momento preciso. Come Atena emerse dalla fronte di Zeus tutta bardata di armatura e già adulta, così Lauro sbucò dalle televisioni e dagli smartphone con il suo corredo di vezzi linguistici e di tatuaggi. E così, nella soap opera delle nostre attenzioni, si introdusse come ragazzaccio per antonomasia.
Da questa particolare incarnazione ebbe modo di spremere ogni goccia di potenziale continuando ancora per qualche anno a proporre canzoni che, grazie ai suoi velati elementi hard rock, punk o rockabilly utilizzati come scorciatoia estetica, proseguiva con la costruzione del Lauro maledetto. Mancava la parte "poetica", che ben presto fu presentata a un pubblico ormai più attento con "C’est la vie", primo singolo pubblicato dopo l’esperienza sanremese.
In quel brano, nel marzo 2019, il pubblico entrava a conoscenza del personaggio che Lauro avrebbe presentato con più dettagli nel libro "Sono io Amleto", presentato come fosse un prequel a uso e consumo degli ascoltatori che si erano appena sintonizzati sul Lauro Cinematic Universe. Quella canzone, scritta e prodotta con Fabrizio Ferraguzzo, si rivelò essere lo stampo per le successive creazioni sentimentali: c’è l’appello diretto all’amata; c’è l’associazione tra amore e morte; c’è la preghiera; c’è la richiesta implorante di porre fine allo strazio (qui attraverso l’immagine estrema del supplizio); c’è la mescolanza di aulico e popolare ("vienme a prende"); ci sono gli ossimori ("zucchero amaro"); c’è l’immaginario sacro/spirituale. Non deve stupire che tuttora, a sette anni di distanza, la canzone sia chiaramente tra le più amate del repertorio di Lauro, con un video che ha superato i 36 milioni di visualizzazioni su YouTube e siede saldamente nella top 10 di stream delle sue canzoni, finendo per superare di gran lunga la canzone che l’aveva preceduta e che aveva lanciato la nuova vita lauriana. Non è un caso che tradizionalmente Lauro usi "C’est la vie" come finale delle sue scalette dal vivo: è qui il big bang delle big ballad di Achille Lauro.
Da questo momento in avanti, la sua discografia prende un ritmo ben riconoscibile da artista pop: ballate in autunno e inverno; pezzi veloci in primavera ed estate. Ma tra le sue ballad si notano tentativi di aggiustamento di percorso: "16 Marzo" è una power ballad in tutti i sensi, con un chiaro crescendo delle dinamiche che fa esplodere l’ultimo ritornello e un arrangiamento rock da stadio; gli esempi del successivo album Lauro, invece, cercano di calcare la mano sulla sensibilità pop rock, come dimostra "Solo noi", mentre l’artista provava a reinventare la sua immagine come fragile cantautore (si noti il video di "Marilù", una specie di cosplay del rocker sentimentale alla Springsteen). A novembre 2022 "Che sarà" è un passaggio fondamentale per stabilire l’estetica della ballad lauriana: l’arrangiamento si fa più lussureggiante, con grandi archi a tenere in piedi l’armonia, e un ritornello che ricorda le grandi aperture di Venditti, un modello che tornerà di grande attualità quando l’ultima metamorfosi dell’artista avrà luogo.
Il 20 settembre 2024, infatti, inizia la striscia ininterrotta di ballad di Lauro con "Amore disperato", il suo più grande successo se contiamo il numero di stream generati non solo sulle piattaforme strettamente audio, ma anche su YouTube, dove il videoclip svolge una funzione paragonabile ai comeback delle band k-pop (benché, in questo caso, arrivato dopo solo due mesi dal precedente "Banda Kawasaki"): senza troppe distrazioni, in uno studio con la band o sotto un occhio di bue nel buio di un teatro, Lauro mostra la sua evoluzione in chansonnier di amore e morte, il "poeta maledetto" avvolto in un abito di bottega. Dopo aver presentato i lati ruvidi e quelli morbidi del suo carattere, il pubblico era pronto per innamorarsi del "cattivo", come nel più classico dei twist televisivi: la storia di Lauro è ancora quella da soap opera, ma il suo ruolo nella storia si è allargato e a questo punto lo spettatore è invitato a cambiare prospettiva. Non più villain, ma anti-eroe; non più ragazzaccio, ma maturo amatore.
Con questa mutazione si verifica anche uno smottamento temporale: le sue canzoni, a partire proprio da "Amore disperato", cominciano a concentrarsi più chiaramente sul passato, visto come luogo di perduta innocenza: dall’elasticità della storia di una "Fiori blu" si arriva al tetragono ricordo di Cristina, per esempio. In questo modo si riscrive anche la condanna esistenziale del poeta maledetto: non più un diavolo, ma piuttosto un angelo caduto, il reduce dell’incoscienza giovanile. Così, gli "stupidi ragazzi" del 2023 che mordevano la vita a grandi bocconi, raccontati al passato rigorosamente prossimo, lasciano spazio agli "incoscienti giovani" che stanno in vecchi film e romanzi. Con lo sguardo al passato, entra così nel mix di ingredienti anche un sapore che l’italiano, costantemente insoddisfatto del presente, non può che apprezzare: la nostalgia, inguaribile, insanabile, incommensurabile. E così, mentre la musica pop guarda sempre più timorosamente al passato in una combinazione infinita di pastiche, Lauro si propone come il campione di questa restaurazione.
Oggi, con l’uscita di "In viaggio verso il paradiso", sono passati esattamente un anno e sei mesi da "Amore disperato". Sono un anno e sei mesi, insomma, da quando il grande pubblico ha imparato a riconoscere in Lauro un cantore di ballate e basta. A vederlo vestito di seta e velluto mentre intorno violini e violoncelli descrivono movimenti armonici che più classici non esistono. Parliamo del pubblico che consuma il Festival e ascolta molto la radio, quello che non ha sentito "Fiori di papavero" e "Dirty Love" con il loro ritmo funky nell’ultimo album "Comuni mortali", ma si è limitato a mettere a ripetizione i grandi successi sentimentali del poeta maledetto. Per loro, al termine di queste tre stagioni di Achilleide, esiste solo un personaggio. Per loro, che al momento dedicano circa l’80% dei loro ascolti quotidiani lauriani alle ballad, esiste un solo suono.
Nel profondo Lauro resta un artista che comunica contrasti e contraddizioni, e finora è stato con la cara vecchia ballata che questo messaggio è passato più efficacemente. Ma una striscia positiva così lunga di lenti potrebbe aver disabituato gli ascoltatori alle alternative. La strada da qui al tour nei tre stadi prenotati per quest’estate (e già sold out, a parte Rimini) è abbastanza breve da poter essere cavalcata in trionfo dall’artista. Ma il cammino per arrivare all’estate 2027 e agli ulteriori cinque appuntamenti negli stadi è ancora molto lungo: sarà quel pubblico futuro a indicare la strada che prenderà l’artista. Senza alcun giogo fantomatico dall’alto, ma soltanto a tu per tu con un successo che potrebbe escludere a un guascone conclamato la possibilità di giocare altri ruoli nella grande commedia dell’arte del pop. Perché il personaggio che abbiamo conosciuto nel marzo 2019 con "C’est la vie" non si trasformi, alla fine, in una banale macchietta.