Partigiani in piazza San Marco, a Venezia, nei giorni della liberazione.
in foto: Partigiani in piazza San Marco, a Venezia, nei giorni della liberazione.

Parlare del 25 aprile vuol dire, anche a distanza di oltre settant’anni, confrontarsi con una pagina fondamentale di Storia italiana: in questa data simbolica si ricorda infatti, ogni anno, la lotta di Resistenza dei partigiani contro l’occupazione nazista e il regime fascista. Si tratta di una storia complessa, impossibile da spiegare solo attraverso i resoconti ufficiali o le fotografie d’epoca: i personaggi, i sentimenti, le delusioni e le vittorie legate a quel periodo attraversano l’arte, la letteratura e, non ultima, la canzone popolare. Ed è proprio una canzone, forse la più celebre di quelle legate alla Resistenza, che oggi ci fa tornare con la memoria a quel 25 aprile del 1945: si tratta di “Bella Ciao”.

La musica e le parole di “Bella Ciao” sono forse le più famose lasciate dall’esperienza dalla Resistenza. Una testimonianza importante le cui origini si perdono e si confondono con le voci di migliaia di partigiani che, da Nord a Sud, hanno combattuto e sono “morti per la libertà”. Tradotta in francese, spagnolo, inglese e perfino in turco, “Bella Ciao” è diventata il simbolo della Liberazione fin dall’immediato dopoguerra quando, nell’estate del 1947, viene presentata al Primo festival mondiale della gioventù democratica di Praga.

Moltissimi artisti, dagli anni Sessanta in poi, hanno riproposto l’inconfondibile motivo che accompagna le altrettanto memorabili parole: il primo a cantarla sul piccolo schermo, nel 1963, fu Giorgio Gaber, e da allora gruppi come i Modena City Ramblers, la Banda Bassotti, gli spagnoli Ska-P e gli inglesi Chumbawamba hanno inserito il brano nei loro album più famosi. Ma la storia di “Bella Ciao” è lunga, e affonda le radici in un passato molto meno recente di quello che si pensa: le sue origini sono tutt’oggi discusse anche se il suo valore fortemente simbolico resta immutabile.

Dalle mondine ai canti yiddish: origini incerte 

Pur essendo diffusa e conosciuta in gran parte del mondo, sulle sue origini gli studiosi di musica popolare sono ancora incerti: tantissime le ipotesi sull’identità dell’autore e sulle circostanze di composizione della musica, alcune delle quali la farebbero risalire addirittura al Cinquecento francese o alle antiche melodie yiddish.

La natura per lo più orale del canto rende difficile tutt’oggi una chiara e definitiva ricostruzione storica. Tuttavia, per molto tempo una delle ipotesi più diffuse è stata quella di un probabile legame con i canti delle mondine padane: lo studioso Cesare Bermani in alcuni saggi sui canti sociali ha però definitivamente accantonato questa ipotesi, dimostrando come la “Bella ciao” delle mondine sia stata composta solo dopo la guerra da Vasco Scansani, mondino anch’egli oltre che disegnatore e autore di testi dialettali.

Nonostante l’ipotesi mondina non sia delle più probabili, quella sul presunto luogo d’origine del canto sembrerebbe più sicura: la somiglianza con molti brani popolari diffusi nel Nord Italia, derivati probabilmente a loro volta da una ballata francese del XVI, ha portato studiosi come Carlo Pestelli ad affermare la provenienza di “Bella Ciao” dal settentrione. Pestelli, nel suo libro “Bella ciao. La canzone della libertà” pubblicato per Add Editore nel 2016, ha ricostruito il viaggio della canzone attraverso l’Italia partigiana: lo studioso ci spiega come nonostante fosse diffuso da Reggio Emilia fino all’Abruzzo della Brigata Majella, durante la guerra di Resistenza il brano era ancora poco conosciuto dai combattenti.

Perché dunque una canzone che poco sembra aver a che fare con l’esperienza partigiana italiana oggi è riconosciuta universalmente quale simbolo di Resistenza? Fu soltanto negli anni Cinquanta, a guerra finita, che la necessità di unificare le varie anime della Resistenza trovò terreno fertile nelle famosissime parole di “Bella Ciao”: simbolo di una lotta atemporale contro l’invasore, meno “politicamente” connotata rispetto ad altri canti famosi all’epoca, ma ugualmente efficace.