Eleonora Pimentel Fonseca viene giustiziata il 20 agosto del 1799.
in foto: Eleonora Pimentel Fonseca viene giustiziata il 20 agosto del 1799.

"Alza gli occhi verso il mare, che s'è fatto celeste tenero. Un piccolo sospiro di rimpianto…": è il 20 agosto 1799, e così Eleonora Pimentel Fonseca sale al patibolo guardando per l’ultima volta oltre la folla che riempie Piazza Mercato, verso il Vesuvio. O almeno è così che lo scrittore Enzo Striano nel suo libro “Il resto di niente” descrive gli ultimi attimi di vita della giornalista e poetessa portoghese che, in una Napoli borbonica, più di due secoli fa, ha coltivato il sogno della Repubblica, pagandolo con la vita.

Inutilmente, la donna aveva chiesto di morire per decapitazione anziché impiccata: la scure era considerata una fine più dignitosa per un nobile, ma ad Eleonora Pimentel Fonseca, straniera, non venne concessa. Morì per ultima, dopo Giuliano Colonna, Gennaro Serra di Cassano e i molti altri rivoluzionari che nel 1799, da Castel Sant'Elmo, avevano proclamato la Repubblica: cinque mesi appena per quel sogno che la nobildonna, di origini portoghesi ma nata a Roma quarantasette anni prima, aveva iniziato a coltivare ascoltando le cronache francesi e incontrando gli intellettuali illuministi nei salotti della città.

Non si conoscono bene i termini della sua “conversione” agli ideali repubblicani: Eleonora era stata, almeno fino al 1789, appassionata poetessa di corte, bibliotecaria della regina e membro della Reale Accademia Napoletana di Belle Lettere. Era entrata, poco più che ventenne, nell'Accademia dei Filaleti e in quella dell'Arcadia, ma pian piano aveva iniziato ad occupare il suo tempo con gli studi di diritto e di economia: iniziando a maturare l’idea che un’alternativa alla monarchia fosse possibile.

Saverio della Gatta, "La distruzione dell'albero della libertà a Largo di Palazzo" (1800).
in foto: Saverio della Gatta, "La distruzione dell’albero della libertà a Largo di Palazzo" (1800).

Alternativa che la donna provò a concretizzare soprattutto attraverso le pagine del “Monitore Napoletano”, il periodico che lei stessa scrisse e diresse dal 2 febbraio all’8 giugno 1799 con inesauribile forza. “Essa vive del giornale, e per il giornale. Null’altro la interessa e la distrae”: dopo la terribile esperienza matrimoniale, fatta di violenze e sofferenze, tutte le energie di Eleonora si erano focalizzate sullo studio e sulla diffusione delle idee rivoluzionarie che, come ricorderà anche Vincenzo Cuoco scrivendo di lei, porterà avanti con coraggio fino alla fine.

Giovinetta ancora, questa donna avea meritata l'approvazione di Metastasio per i suoi versi. Ma la poesia formava una piccola parte delle tante cognizioni che l'adornavano. Nell'epoca della repubblica scrisse il Monitore Napolitano, da cui spira il più puro ed il più ardente amor di patria. Questo foglio le costò la vita, ed essa affrontò la morte con un'indifferenza eguale al suo coraggio. Prima di avviarsi al patibolo volle bevere il caffè, e le sue parole furono: "Forsan haec olim meminisse juvabit".

"Il resto di niente": la Eleonora di Striano

Il racconto più coinvolgente e intimo che abbiamo di Eleonora Pimentel Fonseca è quello fatto da Enzo Striano nel romanzo del 1986 “Il resto di niente”. La narrazione dell’autore inizia a Roma, con una Lenòr appena undicenne, e prosegue a Napoli, fra i vicoli dei Quartieri Spagnoli e i salotti degli intellettuali illuministi, arrivando fino al giorno dell’impiccagione.

Striano ha saputo conservare le atmosfere, le ambientazioni e i fatti che portarono all’avventura rivoluzionaria partenopea, trasformando allo stesso tempo il personaggio storico in un grandioso personaggio letterario ed entrando addirittura nei suoi pensieri l’attimo prima della morte, avvenuta il 20 agosto di 220 anni fa:

Alza gli occhi verso il mare, che s'è fatto celeste tenero. Come il cielo, come il Vesuvio grande e indifferente. Un piccolo sospiro di rimpianto. Non osa chiedere: vorrebbe, però, ritrovarli tutti nell'abbraccio di Dio sarebbe bello. Così, invece, che rimane? Niente, il resto di niente.