C’è un colpo di scena nell'ambito del giallo di Paroldo, in provincia di Cuneo, relativo alla morte del pensionato 78enne Severino Viora. Ieri mattina la corte d’appello di Torino ha confermato la condanna a 21 anni e 3 mesi a carico di Assunta Casella, 60enne, che della vittima era stata moglie. La donna era accusata di averlo soffocato, dopo averlo narcotizzato con un sonnifero sciolto nel Dolcetto. Proprio nel corso dell'udienza di secondo grado è emerso nella giornata o un retroscena inquietante svelato in aula dal suo legale, l'avvocato Marina Bisconti: "Quando Assunta aveva 14 anni e viveva in Calabria con la famiglia fu letteralmente comperata, per 500mila lire dall’uomo che, dopo averla portata in Piemonte, la prese in moglie e la costrinse a una vita durissima"

Il corpo di Severino Viora, pensionato di 78 anni, era stato trovato nel giugno 2016 nel noccioleto di casa, a Paroldo, nel cuneese. L’autopsia aveva rivelato che l’uomo era stato sedato e poi ucciso. Dopo poco tempo i sospetti si erano concentrati su Assunta, che si era fatta prescrivere quel sonnifero, e che nello stesso periodo sosteneva che il marito avesse un’amante. Ma il movente di quel delitto, anche dopo l’arresto, è rimasto un giallo perché Assunta non ha mai parlato. Non ha mai detto il motivo per cui lo fece. E si è sempre proclamata innocente.

La 60enne in primo grado era stata condannata a 21 anni e tre mesi, pena confermata dalla Corte d’assise d’appello. La procura aveva chiesto l’ergastolo. Il suo avvocato, Marina Bisconti, ha raccontato dopo tanti anni quella che sarebbe la vera storia di Assunta e di suo marito. Quel Severino Viora, pensionato, che aveva pagato per la sua vita, e che l’aveva costretta per decenni a subire maltrattamenti e a prostituirsi. Il procuratore generale Nicoletta Quaglino ha però sostenuto: “Ne potremmo parlare in maniera diversa se la vicenda fosse stata chiarita dall’imputata negli incontri con gli investigatori. E in ogni caso non si possono dare le attenuanti a un omicidio per fatti capitati 45 anni fa”. La Corte d’Appello ha riconosciuto quelle attenuanti, ma ha decretato che sono equivalenti alle aggravanti. E quindi la pena è stata confermata.