Dopo il rosario, dopo il vangelo, dopo i migranti, dopo le zecche dei centri sociali, dopo Saviano, dopo qualsiasi altro feticcio sventolato per accrescere l'acredine generale oggi è il giorno di Matteo Salvini e Giovanni Falcone, quel 23 maggio che tutti gli anni torna utile per fare un po' di antimafia di facciata e scrivere una di quelle frammette che fanno sempre presa sui social. Solo che questa volta, con questo ministro, c'è qualcuno che non ci sta e lo dice ad alta voce.

Claudio Fava ha scritto ieri: «Domani non andrò a ricordare Giovanni Falcone nell’aula bunker di Palermo. Preferisco andare a Capaci, nel luogo in cui tutto accadde, preferisco stare assieme a chi non ama le messe cantate sui morti. Hanno trasformato il ricordo del giudice Falcone nel Festino di Santa Rosalia. Al posto dei vescovi e dei turibolanti che spargono incenso, domani ci saranno i ministri romani, gli unici che avranno titolo per parlare (con la loro brava diretta televisiva) e per spiegarci come si combatte Cosa nostra. Cioè verranno loro, da Roma, per spiegarlo a noi siciliani, a chi da mezzo secolo si scortica l’anima e si piaga le ginocchia nel tentativo di liberarsi dalle mafie. La scaletta degli interventi – continua Fava – è stata elaborata dai collaboratori del ministro dell’istruzione, che finanzia il Festino, dunque viene e parla assieme ai suoi colleghi di governo: gli altri in sala ad applaudire, come si fa a scuola col direttore. Una cerimonia patriottica grottesca. Il mio problema non è che invitino Salvini. Il mio problema è che chiedano a lui di dire e a noi di ascoltare. Fossi io la sorella di Giovanni Falcone, avrei chiesto a Salvini di venire e di tacere. Di ascoltare e di prendere appunti. Di avere l’umiltà, per un giorno, un solo giorno, di capire che nella vita ci sono cose più grandi delle campagne elettorali e delle dirette televisive. Se fossi io la Fondazione Falcone, avrei invitato i signori ministri nell’aula bunker di Palermo per ascoltare il procuratore generale di Palermo, il direttore del centro Impastato, il presidente della Fondazione La Torre, il procuratore della Repubblica di Agrigento (quello che Salvini vuole denunziare), il sindaco di Palermo, il portavoce della cooperativa Placido Rizzotto che si occupa da 20 anni dei beni confiscati ai corleonesi, un paio di giornalisti che di mafia ne scrivono ogni giorno da un quarto di secolo, il presidente di Libera, quello di Addiopizzo e magari anche il sottoscritto, per spiegare alle autorità romane quello che abbiamo imparato sulle antimafie di latta, sugli amici innominabili del cavaliere Montante a Roma e altrove, sul codazzo di senatori, nani, false vittime e ballerine che agitano la scena siciliana da molto tempo. Ma così non sarà. Verrà Salvini, e parlerà. Gli altri, muti. Pazienza. Io domani vado a Capaci». Parole chiare. Concise.

E della stessa idea è anche il presidente della Regione Sicilia Musumeci: «Dolorosamente non andrò nell’aula bunker per la prima volta. Mi dispiace per la signora Falcone. Le polemiche sono tante, c’è troppo veleno, c’è troppo odio e tutto questo non suona al rispetto della memoria del giudice Falcone e dei poveri agenti della scorta»

Maria Falcone, da canto suo, chiede che le polemiche non sporchino la cerimonia ma forse è proprio per ciò che Giovanni Falcone rappresenta in questa Italia martoriata dalle mafie che anche ANPI e ARCI hanno deciso di organizzare una manifestazione insieme a Giovanni Impastato, fratello di Peppino.

Ed è vero che ogni volta che si creano divisioni su una figura come quella del giudice Falcone è una sconfitta. Ma questa volta la sconfitta ha un nome e un cognome ed è un ministro della Repubblica che ha deciso di spaccare il Paese tra sostenitori e non, in una continua guerra che non fa bene a nessuno, che disgrega il Paese e che inevitabilmente agita la sua coda anche sulla figura di Falcone. Avanti così.