"Stefano era tutto nero, tumefatto, sulla faccia e sulla schiena, gli abbiamo dato una sigaretta. Aveva freddo e allora gli abbiamo fatto una tazza di latte caldo", è il drammatico racconto delle ultime ore di vita di Setefano Cucchi  così come ricostruite da un suo compagno di cella, oggi sentito in aula in Tribunale durante processo bis in corso a Roma a carico dei cinque carabinieri accusati del pestaggio e della morte del 31enne geometra romano. Si tratta di Pasquale Capponi, ex detenuto e vicino di cella di Stefano Cucchi nel carcere di Regina Coeli, citato dal pm Giovanni Musarò come testimone davanti alla Corte d'assise. L'uomo, sollecitato dalle domande del pm Giovanni Musarò, ha poi riferito quanto Cucchi disse a un altro detenuto, il cittadino tunisino Alaya Tarek, che in cella aveva provato a dargli conforto: "Stefano a lui aveva confidato che erano stati i carabinieri a ridurlo cosi'".

Quella di Capponi in realtà è solo uno dei nuovi elementi  portati in aula dal pubblico ministero per sostenere l'accusa nei confronti dei militari dell'arma accusati del pestaggio mortale. Numeroso infatti il nuovo materiale probatorio presentato in aula tra cui i verbali del carabiniere scelto Francesco Di Sano, da cui è partita l’indagine, quello del suo superiore gerarchico il comandante della stazione Tor Sapienza, il luogotenente Massimiliano Colombo e di altri 5 colleghi tra cui anche Colicchio. Tutti elementi che, insieme ad una informativa della Squadra Mobile di Roma contenente intercettazioni telefoniche, fanno dire al pm Musarò che ci si trova davanti non ad una decisione estemporanea di singoli ma ad una storia con falsi costruiti ad arte, partiti subito dopo il pestaggio e proseguiti in maniera ossessiva dopo la morte di Stefano Cucchi. “La modifica delle note di servizio sullo stato di salute di Cucchi non fu frutto di una decisione estemporanea, ma l’esecuzione di un ordine veicolato al comando di stazione, dal comandante di compagnia che a sua volta aveva ricevuto ordine dal dal comandante del gruppo”, ha dichiarato  ancora Musarò, concludendo: "Solo così si può capire il clima che si respirava in quei giorni e perché quella annotazione del 22 ottobre sia stata fatta sparire senza che nessuno ne parlasse per nove anni".

Carabiniere: "Magari morisse, li mortacci sua"

"Magari morisse, li mortacci sua". Sono le parole riferite a Stefano Cucchi all'alba del 16 ottobre del 2009, poche ore dopo il suo arresto, e pronunciate al telefono da un carabiniere (poi imputato per calunnia nel processo davanti alla prima corte d'assise) con il capoturno della centrale operativa del comando provinciale. La conversazione, intercettata, è tra gli atti che il pubblico ministero Giovanni Musarò ha depositato oggi in udienza. In particolare il militare si riferisce alle condizioni di salute del geometra 31enne che in quelle ore si trovava nella stazione di Tor Sapienza, dopo essere stato pestato da alcuni militari in una stanza della caserma Casilina. "Mi ha chiamato Tor Sapienza – dice il capoturno della centrale operativa -. Lì c'è un detenuto dell'Appia, non so quando ce lo avete portato se stanotte o se ieri. E' detenuto in cella e all'ospedale non può andare per fatti suoi". E l'altro: "E' da oggi pomeriggio che noi stiamo sbattendo con questo qua".