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Omicidio di Giulia Tramontano

Usare il femminicidio di Giulia per attaccare l’aborto è l’ennesima violenza sui corpi delle donne

Il leader del Family Day e consulente antidroga del Governo Massimo Gandolfini ha usato il femminicidio di Giulia Tramontano per attaccare il diritto all’aborto. Un’ossessione, quella di controllare i corpi delle donne, e l’ennesima violenza che sono costrette a subire.
A cura di Natascia Grbic
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Una ragazza di ventinove anni è stata uccisa dal compagno. L'ennesimo femminicidio in un'Italia che si rifiuta di riconoscere la violenza sistemica e strutturale di una società patriarcale, e che puntualmente cerca di spostare l'asse del problema per non ammettere che serve un cambiamento radicale, un ripensamento totale dei rapporti e delle relazioni tra generi affinché finalmente cambi qualcosa.

Il femminicidio di Giulia Tramontano a opera del compagno Alessandro Impagnatiello è stato brutale ed efferato. Soprattutto non ha potuto non scatenare un'ondata di ulteriore commozione nell'opinione pubblica il fatto che la giovane fosse incinta di sette mesi. Per la famiglia dolore che si aggiunge a dolore, del quale si può solo avere rispetto e su cui non ci sono parole che possano essere spese.

Imbarazza, ma non stupisce, vedere che certi esponenti della destra di questo paese abbiano sfruttato il femminicidio di Giulia Tramontano per attaccare invece il diritto all'aborto. A nessuno sarebbe mai venuto in mente, di fronte all'enormità e all'orrore di quanto accaduto, di spostare il focus del discorso sulla legge 194, dichiarando che "uccidere un feto può solo essere omicidio".

Lo ha fatto invece, sulle pagine de La Verità, il leader del Family Day e consulente antidroga per il Governo Meloni Massimo Gandolfini. Il medico, uno dei primi in Italia a dichiararsi obiettore di coscienza, ci ha tenuto a spiegare che "l’essere umano è tale dal momento del concepimento, e come tale deve essere trattato", che "uccidere un essere umano – non importa se ha due o tre settimane di vita gestazionale – è sempre un omicidio" e che bisogna partire dalla proposta del senatore Maurizio Gasparri, che all'inizio della legislatura aveva presentato un "disegno di legge che riconosca la ‘personalità giuridica del concepito'".

Frasi totalmente fuori luogo e che dimostrano l'ossessione, per una certa parte della destra ultraconservatrice e cattolica di questo Paese, di voler controllare i corpi delle donne. A tutti i costi, anche quello di ‘usare' un femminicidio. Non una frase, da parte del leader del Family Day, sul fatto che le quasi 50 donne ammazzate dall'inizio del 2023 siano state uccise nell'ambito di una dinamica relazionale con uomini violenti. Non una riflessione su come contrastare la violenza di genere. Non un pensiero sulla necessità di parlare di educazione all'affettività nelle scuole. Figuriamoci il dover ammettere che la maggior parte delle violenze avvengono in famiglia.

Usare il femminicidio di Giulia Tramontano per attaccare la legge 194 non è solo di cattivo gusto. Le frasi del leader del Family Day sono diretta emanazione di una destra conservatrice che pone al centro della sua agenda la ridefinizione dei diritti riproduttivi nei termini in cui questi vengono sottratti al controllo delle dirette interessate. Di fronte al tanto sottolineato problema della denatalità non promuove misure volte a rafforzare l’agency delle donne anche nella loro scelta di essere madri, ma modelli che si sperava ormai consegnati alla storia in cui la maternità era esito e conseguenza di una subordinazione incontrollata del desiderio maschile.

Il movimento transfemminista Non Una di Meno lo sostiene da tempo: il femminicidio è solo la punta dell'iceberg di altre forme di violenza che permeano la società. Negarlo, o far finta di nulla, vuol dire essere parte integrante del problema.

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Giornalista dal 2013, redattrice alla cronaca di Roma di Fanpage dal 2019. Ho lavorato come freelance e copywriter per diversi anni, collaborando con vari siti, agenzie di comunicazione e riviste. Laureata in Scienze politiche all'Università la Sapienza, ho frequentato nel 2014 la Scuola di giornalismo della Fondazione Lelio Basso.
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