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Uccise il vicino che attaccò con un escavatore la sua casa: Mugnai assolto, agì per legittima difesa

Sandro Mugnai è stato assolto: per i giudici agì in legittima difesa quando uccise Gezim Dodoli, che stava distruggendo la sua casa con un escavatore dopo una lite.
A cura di Davide Falcioni
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Sandro Mugnai
Sandro Mugnai

La Corte d’Assise di Arezzo ha assolto Sandro Mugnai, il 56enne che il 5 gennaio 2023 uccise il vicino Gezim Dodoli durante un violento assalto con una ruspa alla sua abitazione. La sentenza è arrivata dopo una rapidissima udienza, chiudendo una vicenda giudiziaria che per quasi due anni aveva oscillato tra diverse ipotesi di reato. I giudici hanno stabilito che Mugnai agì esclusivamente per legittima difesa.

La decisione smentisce la ricostruzione dell’accusa, secondo la quale il fatto avrebbe configurato un eccesso colposo di legittima difesa. Il pubblico ministero Laura Taddei aveva chiesto una condanna a quattro anni, depotenziando il primo impianto accusatorio di omicidio volontario. Una richiesta lontana dalle pene previste per il reato più grave – almeno 21 anni di carcere – ma comunque pesante per chi, fin dall’inizio, ha sostenuto di aver reagito solo per proteggere la propria famiglia. Dopo l’intervento della Procura, hanno preso la parola i difensori di Mugnai, Piero Melani Graverini e Marzia Lelli, che per tutto il procedimento hanno sostenuto la piena liceità della condotta.

Mugnai: "Sono stati anni difficili"

Alla lettura della sentenza che lo ha assolto oggi ad Arezzo dall'accusa di omicidio volontario del suo vicino Sandro Mugnai è scoppiato in lacrime. "Finalmente faremo un Natale sereno – ha poi detto -. Sono stati anni difficili, ma ho sempre avuto fiducia nella giustizia. La Corte ha agito per il meglio". Commozione anche tra i familiari di Mugnai – i due figli, la moglie, il fratello e il nipote – presenti in aula. "Sapevamo che era legittima difesa, ma occorreva dimostrarlo. La Corte ha lavorato nel migliore dei modi", ha dichiarato il figlio maggiore. Soddisfazione tra i legali della difesa: Marzia Lelli si è sciolta in un pianto liberatorio mentre Piero Melani Graverini ha commentato: "Ero fiducioso". I giudici, riconoscendo la legittima difesa, hanno accolto la tesi sostenuta dai due difensori che anche stamani avevano sottolineato come l'imputato avesse aperto il fuoco per proteggere la sua famiglia, rifugiata in casa mentre il vicino aveva già schiacciato alcune auto e si stava dirigendo verso l'abitazione dopo averla colpita con la ruspa. In mattinata era intervenuto anche l'avvocato di parte civile, che aveva ribadito la sua convinzione che Mugnai non avesse agito per legittima difesa.

Il giorno dell’assalto con la ruspa

Secondo gli atti, la sera del 5 gennaio 2023 Mugnai si trovava nella sua abitazione di San Polo, frazione di Arezzo, con la moglie e i figli. Dodoli raggiunse la casa a bordo di un escavatore e, dopo aver travolto quattro auto nel piazzale, iniziò a colpire con la benna interi tratti dell’abitazione. Alla base del gesto, vecchi contrasti di vicinato degenerati in una lite sempre più aspra. Nel momento in cui la ruspa sfondava l’edificio, Mugnai impugnò il fucile da caccia ed esplose cinque colpi, uccidendo l’uomo.

La vicenda giudiziaria

L’imputazione iniziale fu omicidio volontario. Mugnai venne arrestato dai carabinieri poche ore dopo e condotto in carcere. Il gip Giulia Soldini lo scarcerò quasi subito, rilevando elementi di legittima difesa. Sembrava un passo verso l’archiviazione, ma la Procura chiese il rinvio a giudizio per eccesso colposo di legittima difesa. In aula fu avanzata una richiesta di condanna a 2 anni e 8 mesi.

Poi arrivò un nuovo cambio di prospettiva: il gup Claudio Lara non ritenne né la legittima difesa né l’eccesso colposo, invitando la Procura a procedere nuovamente per omicidio volontario. Mugnai tornò così a rischiare fino a 21 anni di carcere.

Solo a novembre, la stessa Procura ha nuovamente riformulato la propria posizione: secondo il pm, Mugnai non voleva uccidere il vicino, ma la reazione sarebbe stata sproporzionata rispetto alla minaccia in corso. Da qui la richiesta di condanna per eccesso colposo, pena fino a 4 anni. Un impianto che la Corte ha definitivamente respinto, riconoscendo la piena legittima difesa e assolvendo l’imputato.

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