Oggi se ne accorgono tutti. Oggi che a Palermo la Procura chiede 88 anni di carcere in totale per gli uomini accusati di avere interloquito con Cosa Nostra per fermare la fase stragista  della mafia siciliana nei primi anni '90 (Capaci e via D’Amelio nel ‘92, gli attentati del ‘93 e fino al fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma nel ‘94) in Italia si torna a parlare del processo che da 4 anni e 8 mesi i pm Vittorio Teresi, Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene stanno portando avanti nel disinteresse generale (se non addirittura maldicenza). «La strategia stragista di Cosa nostra che ricattò lo Stato con la complicità di uomini dello Stato», così descrive quel periodo Nino Di Matteo.

Oggi sono arrivate le richieste di condanna da parte dei magistrati e, nelle parole della pubblica accusa, emerge un pezzo della Storia d'Italia: ci sono i 16 anni richiesti per Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina e uomo guida di quegli anni, l'ultimo "capo" rimasto in vita dopo la morte di Riina e Provenzano, che avrebbe contribuito alla scelta e alla messa in atto della tattica stragista oltre ad avere ispirato il movimento politico "Sicilia Libera" (che avrebbe dovuto accogliere le istanze di Cosa Nostra) e avere poi dirottato l'appoggio politico alla neonata Forza Italia. Sono 12 gli anni di condanna chiesti per Marcello Dell'Utri, perché, come hanno detto i magistrati nella loro requisitoria «alla fine del 1993 si è reso disponibile a veicolare il messaggio intimidatorio per conto di Cosa nostra, cioè fermare le bombe in cambio di norme per l’attenuazione del regime carcerario. Ciò è avvenuto quando un nuovo governo si era appena formato, nel marzo del 1994, con la nomina di Silvio Berlusconi alla carica di presidente del consiglio» e perché sarebbe stato sollecitato ripetutamente dai mafiosi Mangano e Graviano per stringere "il patto" che avrebbe determinato il "cessate il fuoco". L'accusa nei suoi confronti, come per gli altri esponenti politici coinvolti, è di "di minaccia e violenza a corpo politico dello Stato".

Sono 15 invece gli anni richiesti per Mario Mori, che secondo la Procura sarebbe l'altro "grande mediatore" con Cosa Nostra. «In questo "clima arroventato – scrivono i PM – si inserisce il dialogo, la mediazione o per meglio dire la trattativa – tra il Ros, i suoi massimi vertici, cioè Subranni, Mori e De Donno, con Vito Ciancimino". E Vito Ciancimino viene individuato quale "canale privilegiato per avviare la trattativa". Mario Mori "avrebbe potuto indicare chi furono i mandanti e i garanti politici della loro condotta. Non lo hanno mai fatto e per questo sono stati ricompensati con brillanti carriere e con incarichi ai massimi vertici del Servizi, nella sempre presente logica dell'omerta' di Stato e istituzionale". Quegli incontri intorno alla fine del giugno 1992 sfociarono nell'elenco di richieste provenienti da boss Salvatore Riina – il cosiddetto "papello" – e che attraverso l'ex sindaco mafioso, Vito Ciancimino, fu consegnato ai vertici del Ros. "Il Ros dei carabinieri coltivo' il sostegno politico alla trattativa ‘politica'. Il Ros in quel momento (in piena stagione delle stragi del 1992) non stava compiendo normale attività investigativa, ma stava intrattenendo una "trattativa "politica" e cercava quindi sponde di tipo politico e la cerca in primis al ministro della giustizia». Chiesti rispettivamente 12 anni e 10 anni per gli altri due ufficiali dellArma accusati: Antonio Subranni, prima di Mori al comando del Raggruppamento Speciale dei carabinieri, e Giuseppe De Donno.

L'ex Ministro dell'Interno Nicola Mancino invece è accusato di falsa testimonianza, avendo negato di fronte ai giudici "qualsiasi contatto tra i carabinieri del Ros e Massimo Ciancimino. Contatti che invece secondo l'accusa sarebbero l'inizio della vera e propria trattativa. Mentre 5 anni di reclusione è la richiesta nei confronti di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito, accusato di calunnia e concorso esterno (prescritto) e, allo stesso tempo, teste del processo: «Massimo Ciancimino – scrivono i magistrati – e' stato un testimone importante e privilegiato dei rapporti tra Vito Ciancimino e i vertici del Ros: e oggi, al di la' delle sue gravi colpe, su di lui si accaniscono coloro che non gli hanno mai perdonato un peccato originale: avere smosso le acque che dovevano restare immobili, con i fatti sepolti nell'ombra dei segreti di Stato". "Le sue prime dichiarazioni hanno consentito il recupero di memoria di personaggi come Liliana Ferraro, Martelli e Violante».

Oggi è stata anche l'ultima udienza di Nino Di Matteo e Francesco Del Bene, promossi alla Procura Nazionale Antimafia e proprio Di Matteo ha voluto parlare della propria esperienza nel processo (lui che nel 2008 chiese le prime iscrizioni nel registro degli indagati): «Man mano che siamo andati avanti – ha detto Di Matteo – ho avuto contezza del costo che avrei pagato per questo processo – dice ancora – e credo di non essermi sbagliato. Hanno più volte affermato che l’azione di noi pm è stata caratterizzata persino da finalità eversive, e nessuno ha reagito. Nessuno ci ha difeso di fronte ad accuse cosi gravi, ma noi lo abbiamo messo in conto. Così avviene in questi casi, in cui l’accertamento giudiziario non si limita agli aspetti criminali ma si rivolge a profili più alti e causali più complesse».

Ora la parola passa alla difesa.