Tiziana Roggio, chirurga a Gaza premiata da Mattarella: “Non sono un’eroina, per me è naturale esserci”

Siciliana d’origine, 38 anni, la voce calma anche nei momenti peggiori: Tiziana Roggio, chirurga augustana che ha operato a Gaza come volontaria, è oggi Cavaliere dell’ordine al merito della Repubblica italiana.
Tiziana Roggio è stata a Gaza circa un anno fa, operando per settimane all’ospedale Nasser, l’ospedale colpito dall’esercito israeliano lo scorso agosto in un bombardamento che uccise decine di persone nonché cinque reporter.
Lo scorso sabato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha conferito l’onorificenza a Roggio, insieme ad altri 30 giovani di spicco italiani, “per aver portato le proprie professionalità mediche al di là dei confini nazionali, divenendo fonte di speranza per i pazienti delle aree più povere e svantaggiate del mondo”.

Cosa hai provato quando hai saputo di essere stata nominata Cavaliere della Repubblica per il tuo lavoro a Gaza?
Sono stata molto emozionata e sinceramente non me lo aspettavo. Sono grata al Presidente Sergio Mattarella per questo riconoscimento. L’ho vissuto non come qualcosa di personale, ma come un’opportunità per dare visibilità a una crisi umanitaria che purtroppo continua, spesso lontano dai riflettori.
Con chi senti di condividere questo grande riconoscimento?
Lo condivido con i colleghi palestinesi e con tutto il personale sanitario che ho conosciuto nella striscia di Gaza e che continua a lavorare in condizioni estreme. Io ho soltanto messo a disposizione le mie competenze professionali perché sentivo fosse mio dovere, ma lì ho incontrato persone che ogni giorno fanno molto di più, senza possibilità di fermarsi. Con chi lavora per le Ong e continua a esserci ogni giorno. Io sono stata solo una delle tante persone che hanno cercato di fare la propria parte.
Hai ancora contatti con i tuoi colleghi a Gaza?
Sì, sono in contatto con i colleghi palestinesi quando le comunicazioni lo permettono. Purtroppo, sento le loro storie, quello che stanno vivendo negli ospedali e nelle loro famiglie, e spesso mi si spezza il cuore. Nonostante tutto, continuano a lavorare.
A distanza di quasi un anno a Gaza tutto è cambiato, qual è la Gaza che hai lasciato e quella che ti raccontano adesso i tuoi colleghi?
Io ho lasciato una Striscia di Gaza già fragile, con un sistema sanitario sotto pressione cronica. Quella che mi raccontano oggi i colleghi è una realtà ancora più devastata. I bombardamenti sono rallentati, ma la sofferenza continua: oltre l’85% delle abitazioni è distrutto o inabitabile, la maggior parte delle persone vive ancora in tende che non proteggono né dal caldo né dal freddo. Le infrastrutture sono compromesse, manca l’elettricità, l’acqua potabile è difficile da reperire, non ci sono strade funzionanti, carburante o gas per cucinare. Gli aiuti non bastano e molti beni essenziali sono disponibili solo in piccole quantità e a prezzi proibitivi. La maggioranza della popolazione ha perso il lavoro. Il cibo è spesso di scarsa qualità, mentre alimenti fondamentali come carne, uova e latticini sono quasi irraggiungibili. Ci sono migliaia di dispersi e migliaia di prigionieri di cui si parla pochissimo. È una società stremata da cicli continui di fame, paura e precarietà. I miei colleghi mi raccontano una popolazione che resiste, ma che si chiede quando potrà finalmente dormire in pace, quando la propria vita tornerà ad avere valore e il futuro un significato.
Cosa ti è rimasto più impresso di quel periodo nell’Ospedale Nasser di Gaza?
La dignità dei pazienti e la determinazione dei colleghi. All’Ospedale Nasser ho visto medici e infermieri lavorare per ore senza sosta, spesso senza strumenti adeguati. E bambini affrontare interventi complessi con un coraggio che ti resta dentro.
Molte Ong internazionali ultimamente sono state bannate da Israele, quella con cui eri andata tu opera ancora nella Striscia? Cosa comporterà questo divieto?
Negli ultimi mesi si è parlato sempre più spesso di Ong internazionali bandite dalla Striscia di Gaza. Le restrizioni imposte da Israele rendono tutto ancora più difficile. Ogni Ong che non riesce più a operare significa meno cure per i civili: dal punto di vista medico questo si traduce in amputazioni evitabili, infezioni non trattate, interventi rimandati. Ma c’è anche un altro aspetto spesso dimenticato: molte di queste organizzazioni impiegano personale locale. Se vengono fermate, migliaia di palestinesi perdono il lavoro e quindi qualsiasi fonte di reddito, in un contesto in cui la maggioranza della popolazione ha già perso tutto. Questo aggrava ulteriormente una crisi economica e sociale drammatica, aumentando la dipendenza dagli aiuti e togliendo dignità e autonomia alle persone. In pratica, non è solo un problema umanitario: è un colpo diretto alla capacità della società di reggersi in piedi.
Di cosa hanno bisogno adesso gli ospedali di Gaza?
Di cose molto basilari, prima ancora che di tecnologia avanzata: presidi chirurgici, antibiotici, anestetici, materiale per medicazioni, sangue, e soprattutto energia elettrica stabile. Nella Striscia di Gaza molti ospedali lavorano a intermittenza, con generatori che spesso si fermano per mancanza di carburante. Questo significa interventi rimandati, terapie interrotte, apparecchiature che non funzionano. I pazienti hanno bisogno di continuità di cura. All’Ospedale Nasser, come in molte altre strutture, i letti non bastano e si lavora in condizioni di sovraffollamento costante. I colleghi hanno bisogno di supporto umano e professionale: formazione, possibilità di confrontarsi, turni sostenibili. Ma soprattutto hanno bisogno di sapere che il mondo non si è dimenticato di loro. Molti lavorano da mesi senza vere pause, mentre le loro famiglie vivono nelle stesse condizioni precarie dei pazienti che curano. In sintesi, serve permettere al sistema sanitario di tornare a funzionare, e restituire ai colleghi la dignità di lavorare ed ai pazienti di essere curati come meritano.
Tu torneresti?
Sì. Ho competenze specifiche in microchirurgia e sentivo e sento il dovere di metterle a disposizione dove servono di più. Non mi considero eroica: sono solo un chirurgo. Se posso aiutare a salvare un arto o a restituire funzione a una mano, per me è naturale esserci. Ho già programmato di tornare nella Striscia di Gaza verso la fine di marzo, nella speranza che mi venga consentito l’accesso. So che non sarà semplice, ma credo sia importante continuare a esserci, finché è possibile, accanto ai colleghi locali e ai pazienti che hanno ancora bisogno di cure.