Strage di Ustica, dalla base di Grazzanise alla pista della portaerei francese: i punti chiave della nuova inchiesta
Tutto comincia con una telefonata. Tra il 24 gennaio e i primi di febbraio 2018 un uomo che si presenta come "Arnese" chiama l'ufficio del procuratore aggiunto Maria Monteleone, uno dei due magistrati romani (l'altro è Erminio Amelio) che stanno indagando sulla strage di Ustica del 27 giugno 1980. Gli accertamenti sui tabulati portano a Roberto Greco, un ex funzionario dell'Enac. Il 27 giugno 2018 compare davanti ai pm e riferisce una confidenza ricevuta da Domenico Del Gaudio, già maresciallo in servizio nella base dell'Aeronautica militare di Grazzanise, poi titolare di una società di volo.
La sera in cui il DC9 Itavia precipitò nel Tirreno, racconta Greco, a Del Gaudio "fu ordinato di partire con un caccia per la zona dove stavano i Mig libici e il DC9". Un secondo caccia lo avrebbe seguito, e il collega avrebbe sparato "un missile in direzione del Mig, colpendo però il DC9". Sarebbe poi arrivato l'ordine di tacere, attribuito al generale Zeno Tascio, all'epoca dei fatti a capo del Sios, il servizio di intelligence della nostra Aeronautica.
Del Gaudio nega tutto. Il 6 luglio dice ai magistrati: "Questa notizia non l'ho mai sentita", e sostiene di non aver mai pilotato caccia, bensì di essere stato un semplice motorista. Non riconosce Greco, neppure in fotografia, e alla lettura delle sue dichiarazioni le giudica offensive. Il confronto del successivo 25 luglio non scioglie il contrasto. Per la Procura, però, la sua è una reticenza totale, e a smentirlo sono le sue stesse parole che pronuncia al telefono.
Le intercettazioni disposte tra i miliari che erano in servizio a Grazzanise sono il cuore dell'inchiesta dei pm romani. Alla figlia che lo invita a ricordare Del Gaudio risponde: "Io non mi voglio ricordà niente". Il genero gli raccomanda: "Non ne puoi e non ne devi parlare". Lui replica: "Dell'incidente di Ustica a chisti non ci dico niente manco na parola di chello che saccio e chillo che non saccio". Il 30 luglio, a un conoscente: "Si ricorda del DC9 Itavia che è caduto? Mi hanno inguaiato". Il 23 agosto aggiunge di aver avuto "il nulla osta di segretezza" e di aver volato in quei giorni "ma non là", "all'est". La moglie, in un'altra conversazione, dice che in quel momento "lui stava su un altro aeroplano".
Sullo sfondo c'è il registro del carburante. Le schede di prelievo per gli F104, mostrate a Del Gaudio, contengono timbri che riconosce e firme che disconosce. Il carburante F40, impiegato per gli F104, risulta usato per un velivolo statunitense. Davanti ai registri si dice "super sorpreso". Per il pm Amelio le "stranezze" nella documentazione non aggiungono elementi specifici sulla caduta del DC9, ma dimostrano che a Grazzanise erano presenti velivoli americani, e a volte anche tedeschi, con la concreta possibilità di decollare e atterrare.
Il filone più solido riguarda la portaerei francese “Foch”. Sebastiano Caucci, pilota di F104, mette a verbale il 6 novembre 2018: "Io sono sicuro di avere letto il nome della portaerei, e cioè Foch". Racconta di essere salito a bordo dello stesso mezzo navale a Napoli, il 26 giugno 1980, il giorno prima della strage, per un briefing sull'esercitazione del giorno dopo, una simulazione di attacco francese alla base di Grazzanise, annullata all'alba del 27 per il maltempo. Un altro militare, Sebastiano Ferrigno, conferma la visita e ricorda un portacenere in peltro con la scritta “Foch”, regalo dei francesi. Flaviano De Ambrogio riferisce dello stesso briefing. Per i magistrati di Piazzale Clodio sono dettagli che mal si accordano con il falso e che mettono in crisi la versione di Parigi, secondo cui la “Foch” era a Tolone. L'esercitazione non risulta da alcun documento, e il generale Enrico Milani la descrive così: "Quel giorno c'era una esercitazione internazionale che però non si sapeva perché era tenuta all'oscuro".
Resta il volo di quella mattina. Dal registro emerge un F104 decollato alle 7.45 con Caucci e Cavicchi, un'esercitazione "inter radar" in mezzo alle nuvole. Ferrigno ricorda anche la sera del 27: una telefonata di un sottufficiale annunciava che i resti del DC9 sarebbero stati portati a Grazzanise, poi da Roma arrivò il contrordine, Capodichino. Ma aggiunge: "L'aeroporto di Grazzanise non è stato coinvolto nella vicenda", e colloca in gran parte i suoi ricordi sul 18 luglio, giorno in cui l’Am afferma di aver ritrovamento un Mig libico sulla Sila. Il comandante dello Stormo, Sergio Castaldi, non ricorda nulla, e il pm giudica le sue dichiarazioni "alquanto reticenti", perché è strano che chi guidava il reparto ignorasse voli ed esercitazioni che i piloti ricordano nei dettagli. Tiziano Tosi, all’epoca comandante della squadriglia 10° Gruppo a Grazzanise e capo ufficio operazioni, spiega che due tracce radar scomparse sono compatibili con un atterraggio su una portaerei o a Grazzanise, ma in quel caso "l'operazione deve risultare dai documenti", e non risulta.
Da qui il possibile scenario che culminò con l’abbattimento del DC9. Sulla scia della perizia radaristica Dalle Mese, Tiberio e Donali e delle conclusioni del professor Carlo Casarosa, la Procura considera plausibile che da Grazzanise o da Capodichino, con la portaerei Usa “Saratoga” in rada a Napoli, siano decollati quattro caccia, allertati da un A7 Crusader o da un Awacs. Rientrati poi dal mare, secondo la stessa ricostruzione. In alternativa, aerei francesi partiti dalla “Foch” o dalla base corsa di Solenzara. Nella lettura dei pm il DC9 cade a causa di una brusca virata di un Mig libico, non per un missile.
I familiari delle 81 vittime, con gli avvocati Gamberini e Osnato, contestano la quasi collisione e sostengono il missile. Chiedono al gip di far acquisire i documenti della Nato versati dall'Aeronautica all'Archivio di Stato il 18 dicembre 2023 e i registri di Grazzanise per il giugno 1980. Chiedono una consulenza radaristica sulle tre tracce mai identificate (LL464, AA433, LG461) e una rogatoria alla Gran Bretagna sull'esercitazione “Patricia”.
Un limite c'è e va detto: la Procura sottolinea che Greco riferisce una confidenza, e nessuno ha confermato che da Grazzanise sia partito un caccia armato. Ma c’è ancora tempo per indagare. La recente apertura della Francia a fornire ulteriori elementi all’Italia – che secondo la Procura di Roma "apre un nuovo filone e nuove prospettive" – e la conseguente decisione del procuratore Francesco Lo Voi di ritirare la richiesta di archiviazione potrebbero consentire al pm Antonio Clemente, che ha ereditato l’inchiesta da Amelio, quantomeno di avvicinarsi a una verità negata da quasi mezzo secolo.