È trascorso un anno dalla strage nella discoteca Lanterna Azzurra di Corinaldo, in provincia di Ancona. Nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 2018 cinque giovani di età compresa tra i 14 e i 16 anni e una donna di 39 sono morti nel fuggi fuggi generale innescato da uno spray al peperoncino attivato all'interno del locale, dove era in programma il concerto del trapper Sfera Ebbasta. Asia Nasoni, Daniele Pongetti, Benedetta Vitali, Mattia Orlandi, Emma Fabini ed Eleonora Girolimini, che quella sera accompagnava una dei suoi quattro figli, sono stati schiacciati dalla calca improvvisamente scatenata dalla bomboletta urticante. Durante la fuga, infatti, la balaustra posta sulla rampa d'emergenza cedette al peso della gente, facendo precipitare una moltitudine di persone. Altre 57 rimasero ferite. Il giorno dopo la tragedia, il 9 dicembre, durante un sopralluogo, venne ritrovata una bomboletta di gas OC. Un giovane di 16 anni fu anche fermato, ma non è mai stato accertato se fu davvero lui a scatenare il panico. Per accertare le responsabilità di quanto successo sono partiti due filoni di indagini, molto complesse, la cui conclusione sembra ancora essere lontana. Ecco, dunque, a che punto sono gli inquirenti per scoprire la verità sulla strage di Corinaldo.

Strage di Corinaldo, le indagini a carico di proprietari e gestori della Lanterna Azzurra

Il filone d'inchiesta principale sulla strage di Corinaldo riguarda le responsabilità dei proprietari e dei gestori della Lanterna Azzurra, oltre che del sindaco, degli amministratori e dei tecnici che hanno rilasciato i permessi al locale. Al momento, in questo filone risultano indagate 17 persone: sotto inchiesta in questo fascicolo ci sono proprietari e gestori del locale, un dj, un addetto alla sicurezza e i membri dello Sportello unico delle attività produttive (Suap) dell'Unione dei comuni Misa – Nevola, tra cui il sindaco di Corinaldo, Matteo Principi. Omicidio colposo e lesioni sono le accuse contestate a vario titolo. Stando a quanto verificato finora, infatti, circa 1400 persone erano presenti nella sala al momento della tragedia, nonostante la capienza massima fosse di circa 450 persone. Chi ha permesso che si verificasse questa situazione pericolosa? Perché? Sono queste le domande a cui la Procura della Repubblica di Ancona sta cercando di rispondere. Un compito di certo non semplice dal momento che lo scorso 17 ottobre, a poco più di 10 mesi dall'incidente, ha chiesto una proroga di altri 6 mesi per fare chiarezza su quanto successo la notte tra il 7 e l'8 dicembre 2018 nel locale in provincia di Ancona.

In questo modo, gli inquirenti sperano di approfondire in particolare come si sia arrivati al rilascio dell’autorizzazione per l’attività di spettacolo e intrattenimento alla Lanterna Azzurra in riferimento alla comparazione del piano d'emergenza e di evacuazione, alle vie di esodo esistenti. Autorizzazione, la numero 4063, del 20 ottobre 2017, a firma dello "sportello unico delle attività produttive (Suap) dell’Unione dei Comuni Misa-Nevola" concessa a Francesco Bartozzi, anche lui già indagato, proprio dal sindaco Principi. Tante le irregolarità, che erano state già riscontrate dai periti a febbraio scorso: non vi era una corretta illuminazione di emergenza nel cortile esterno e neppure precise indicazioni per consentire un eventuale e corretto esodo; la rampa dell'uscita di sicurezza al piano terra, dove avrebbe dovuto tenersi il concerto di Sfera Ebbasta, era priva del previsto pianerottolo di larghezza minima di 120 centimetri necessario al collegamento con la scala di esodo e con una pendenza di circa il 20 %, superiore al limite massimo di 12 %, oltre a essere sprovvista di un corrimano centrale; ancora, per quanto riguarda il piano di emergenza ed evacuazione, il documento in mano ai gestori del locale non è aggiornato con un continuo alternarsi di persone deputate alla sicurezza senza formalizzazioni ufficiali. Bisognerà dunque aspettare il prossimo mese di aprile per scoprire se la Procura ha fatto passi in avanti da questo punto di vista.

Tragedia di Corinaldo, il ruolo della banda dello spray

Il secondo filone d'inchiesta sulla strage di Corinaldo riguarda la cosiddetta banda dello spray. Il 2 agosto 2019 sono state arrestate sette persone, sei sono ragazzi di età compresa tra i 19 e i 22 anni, residenti nel Modenese, accusati di omicidio preterintenzionale e lesioni, in quanto componenti di un vero e proprio branco dedito a rapine seriali con spray al peperoncino. La settima persona arrestata sarebbe un ricettatore sui sessant'anni, che avrebbe acquistato i preziosi rubati. Per due dei giovani fermati, entrambi minorenni all'epoca dei fatti, la procura minorile della Marche ha chiesto l'archiviazione: per entrambi le ipotesi di reato formulate erano omicidio preterintenzionale, lesioni colpose e dolose, ma a quanto pare nessuno di loro faceva parte della gang ritenuta responsabile della strage, all'interno della quale rientrerebbero invece gli altri giovani.

Secondo gli inquirenti, il gruppo usò la sera della strage una sostanza urticante per rubare catenine e monili nella confusione. Non era la prima volta che mettevano a segno un'azione simile. Il loro era infatti un vero e proprio modus operandi, impiegato in tante altre occasioni e in varie località, soprattutto nel Nord Est del Paese ed anche all'estero. Basti pensare che due di loro erano già stati arrestati in Francia lo scorso 6 luglio dopo il furto di alcune collane a Disneyland. I due erano con 2 ragazze ed erano stati bloccati e, dopo esser stati processati davanti al giudice di Chessy con il rito direttissimo, rilasciati. Il 9 luglio, dice ancora il Gip, "sono rientrati in Italia ed hanno ripreso la loro attività illecita". Così facendo riuscivano ad incassare circa 15mila euro al mese, che venivano divisi in parti uguali. Tutti erano presenti alla Lanterna Azzurra la sera della tragedia, ma hanno sempre negato il loro coinvolgimento nella vicenda. Tuttavia le intercettazioni telefoniche e le celle agganciate durante il viaggio, prima e dopo il blitz mortale nella discoteca di Corinaldo, dicono altro. Alla vigilia del primo anniversario della strage, la Procura di Ancona ha chiesto per loro il giudizio immediato dopo che dalle indagini sono emersi "chiari elementi di responsabilità".