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Crisi in Venezuela dopo l'attacco USA

“Stanno arrivando gli americani”, la telefonata di un papà venezuelano alla figlia a Roma

La storia di un padre che chiama la figlia, che ha lasciato il Paese per la sua attività politica, e le racconta l’attacco Usa che ha destituito il presidente Maduro: “Dopo l’attacco siamo scesi in piazza per sfidare il regime”.
A cura di Gabriel Bernard
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“Pronto papà, che succede?”.

“Ci sono i caccia nel cielo, stanno arrivando gli americani”.

Padre e figlia sono al telefono. Lui è nella sua stanza, in un quartiere popolare alle porte di Caracas. Lei è a Roma, sono le sette del mattino e si prepara per andare a lavoro. In Venezuela è notte fonda e sono cinque ore indietro. Fuori dalla finestra, racconta Francisco, il cielo è attraversato dal rumore continuo dei motori, poi arrivano i boati. Esplosioni lontane, lampi improvvisi, vetri che tremano.

Francisco vive nel barrio di Isaías Medina Angarita, sulle pendici dell’area montuosa di Tacagua. “Si sentivano elicotteri e aerei. Non sapevamo esattamente cosa stesse succedendo, ma vedevamo chiaramente le esplosioni in lontananza”. Per lui, in quel momento, l’ipotesi è una sola: “Ho pensato subito agli americani”.

A più di ottomila chilometri di distanza Luz ascolta in silenzio. “La prima cosa che ho provato è stata la paura. Non avevo informazioni, solo il rumore delle bombe dall’altra parte del telefono, ho chiesto a mio padre cosa sarebbe successo”. La sua risposta è secca: “Ora forse manderanno via Maduro”.

Luz, che vive a Roma da anni dopo aver lasciato il Venezuela per la sua attività politica, racconta le sue emozioni: “All’inizio non ci credevo, poi quando ho realizzato che era vero mi sono spaventata, ma allo stesso tempo avevo tanta speranza. Molti venezuelani hanno provato questi sentimenti contrastanti”.

Nelle stesse ore l’ombra degli elicotteri Chinook americani si stagliava sul cielo di Caracas, il suono dei jet attraversava rimbombava nelle strade e dalle strutture militari si alzavano delle palle di fuoco. A essere colpiti dall’aviazioni statunitense sono stati Fuerte Tiuna, il più grande complesso militare venezuelano, e la base aere di La Carlota.

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“I boati erano fortissimi. Siamo rimasti tutti sorpresi dal rombo dei motori e dalle esplosioni. La tensione era alta da mesi, ma nessuno pensava che sarebbe accaduto così, all’improvviso”. Francisco e i residenti del barrio scendono in strada per osservare il “first-strike degli yankee”. In loro non c’è paura, non c’è il timore di incontrare i Colectivos, i gruppi paramilitari chavisti, c’è solo curiosità. “Siamo usciti fuori per vedere cosa stava accadendo, è stato un gesto di sfida contro coloro che supportano Maduro, poi siamo rientrati a casa, i caccia continuavano a volare sulle nostre teste”.

Il mattino dopo, Caracas si sveglia insolitamente silenziosa. Davanti al palazzo presidenziale di Miraflores l’esercito è schierato, Maduro, invece, è stato estratto dalla Delta Force americana e messo a bordo di una portaarei. In città compaiono dei gruppi di manifestanti che accusano gli Stati Uniti di aver violato il diritto internazionale.

“Molti soldati non si fanno vedere, sono nascosti”, dice Francisco. “C’è chi spera che si muova qualcosa, che si compattino per dare giustizia al nostro Paese”.

A Roma, Luz la pensa come suo padre: “So che ciò che è accaduto va contro il diritto internazionale, ma il Venezuela è stato svuotato pezzo per pezzo, e la colpa è di Maduro e dei suoi accordi che hanno portato alla miseria il nostro popolo favorendo la Cina e l’Iran”.

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