Scontri di Torino, l’analisi del generale: “Dalla polizia più muscoli che cervello. Scudo penale inaccettabile”

Torino, sabato scorso, non è stata solo il teatro di scontri violenti durante il corteo in solidarietà con il centro sociale Askatasuna. È stata anche la rappresentazione plastica di una gestione dell’ordine pubblico che, a giudicare dalle immagini e dai video circolati negli ultimi giorni, ha mostrato falle evidenti nella catena di comando e nell’addestramento operativo.
Un agente isolato e circondato, cariche indiscriminate, lacrimogeni ad altezza d'uomo, manifestanti pacifici manganellati senza alcuna ragione: elementi che sollevano interrogativi seri sulle scelte fatte sul campo e che diventano ancora più rilevanti mentre il governo spinge sull’inasprimento normativo del nuovo pacchetto Sicurezza, presentato proprio come risposta a episodi come quelli di Torino. Di questo, e di molto altro, Fanpage.it ha parlato con il generale Umberto Rapetto, ufficiale della Guardia di Finanza con una lunga esperienza come docente nelle Accademie e nelle scuole di qualificazione delle forze armate e di polizia. L'esperto ha condotto un’analisi tecnica, senza sconti, su cosa non ha funzionato a Torino e su cosa sta cambiando – in peggio – nella gestione dell’ordine pubblico in Italia.

Generale Rapetto, partiamo dai fatti di Torino. Sabato scorso la città è stata teatro di scontri durissimi durante il corteo in solidarietà con Askatasuna. Dalle immagini che abbiamo visto, qualcosa nella catena di comando sembra non aver funzionato. Qual è la sua analisi tecnica sulla gestione dell'ordine pubblico?
Guardi, sarò diretto: la gestione di sabato non ha brillato né per efficienza né per efficacia. Quando si parla di ordine pubblico in manifestazioni di questa portata, il coordinamento è tutto. Il fatto stesso che un operatore di polizia si sia ritrovato isolato e in balia della folla è la dimostrazione plastica di un fallimento. È la prova di un mancato coordinamento o, peggio, di un ridotto addestramento.
In scenari del genere, se qualcuno avesse effettivamente preventivato il verificarsi di eventi di quella natura, un isolamento simile non sarebbe mai dovuto accadere. È normale che in un confronto di piazza, nel momento in cui un componente di uno schieramento – sia esso dei "buoni" o dei "cattivi" – si ritrova da solo, diventi un bersaglio vulnerabile. Quello che è successo all'agente Alessandro Calista rappresenta l'epilogo peggiore di un confronto. Non sarebbe mai dovuto accadere. In termini tecnici, non si deve permettere che un singolo si trovi in una situazione di difficoltà tale da non poter essere soccorso immediatamente dai colleghi.
Proprio su questo punto, testimonianze e video mostrano l’agente che si stacca autonomamente dal gruppo per inseguire o affrontare qualcuno, finendo poi per essere circondato e colpito. Tecnicamente, quel movimento individuale è corretto o è un errore del singolo?
Si è trattato di un errore tecnico grossolano. Quell’uscita autonoma è la dimostrazione dell'impreparazione che regna in certi contesti. Qui ci sono due ingredienti che rendono possibile un disastro: l'impreparazione di chi governa lo schieramento e l'impreparazione del singolo operatore. Quando il singolo sbaglia – e può succedere sotto stress – deve intervenire la capacità di guida della compagine. Chi ha la responsabilità del reparto deve avere il controllo totale sui movimenti dei propri uomini.
Gli agenti avrebbero dovuto adottare formazioni che sono vecchie come la storia militare. Gli schieramenti a "testuggine" o simili non prevedono che qualcuno vada per conto suo a fare l'eroe o a sfogare la propria tensione. Se verifichiamo la dinamica, l'errore del singolo è evidente, ma la colpa grave è la mancanza di contromisure immediate per recuperare chi si era distaccato senza autorizzazione. Un reparto ben addestrato non lascia un uomo indietro, nemmeno se quell'uomo ha disobbedito agli ordini.
Al di là dell'episodio dell'agente isolato, abbiamo visto cariche della polizia molto pesanti, una violenza gratuita in moltissimi frangenti. Secondo lei, la gestione complessiva del corteo è stata corretta o abbiamo assistito a una prova di forza non necessaria?
Purtroppo, e lo dico con dolore, gli interventi di ordine pubblico in Italia stanno evolvendo verso una sorta di continua esibizione dei muscoli. Si sta dimenticando che l'obiettivo primario non è "vincere" uno scontro fisico, ma circoscrivere la massa d'urto ed evitare guai per dei cittadini che stanno manifestando legittimamente. Sabato c’erano decine di migliaia di persone in piazza in maniera ordinata, stavano esprimendo un’opinione del tutto lecita. Perché sono state coinvolte in una guerriglia urbana di quelle dimensioni?
Cosa si sarebbe potuto fare?
La prima cosa da fare era individuare la formazione dei nuclei violenti. Soggetti che iniziano a trasfigurarsi, indossando caschi e passamontagna, vanno bloccati all'inizio: non c'è bisogno di aspettare che abbiano assunto l’assetto di guerra. L’intervento doveva isolare questi soggetti, proteggendo la popolazione inerme che costituiva la vera massa dell'evento. Invece si finisce spesso per colpire nel mucchio, alimentando una spirale di odio che non serve a nessuno.

C'è un caso che sta facendo discutere: quello del ragazzo arrivato da Grosseto e poi arrestato, vestito con una giacca rossa accesa, diventato il volto dei "rivoltosi" sui social.
È un caso emblematico. Mi fa quasi sorridere che in mezzo a gente che sa come muoversi, vestita di nero per rendersi indistinguibile nei filmati, l'unico che acchiappano è un ragazzetto che parte da una frazione di Arcidosso, in provincia di Grosseto, e si presenta con una giacca rossa. È la dimostrazione che non stiamo parlando di un professionista del terrore, ma di quello che io definirei un povero imbecille. Piuttosto, andrebbe aperto un capitolo a parte sugli infiltrati.
Prego.
Potrebbero esserci stati e non sono convinto che siano "compagni" di quelli che stavano manifestando. Per esempio, tra i follower di quel ragazzo di Grosseto c'è gente più vicina a Vannacci e alla Lega che all'Askatasuna. Insomma, questo ragazzo è andato lì a rischiare di farsi massacrare perché probabilmente qualcuno gli ha fatto credere che fosse "figo" farsi notare. È uno "Spartaco" improvvisato, che probabilmente non sa nemmeno piantare un chiodo in casa, figuriamoci gestire un martello in una sommossa. Ma questo ci dice che l'attività preventiva è carente: se sai chi sono i soggetti pericolosi, li vai a prendere prima. Se invece ti riduci a inseguire quello vestito di "rosso" tra i "neri", stai solo facendo scena.
Lei parla di attività preventiva. Oggi il governo punta molto sul fermo preventivo e sull'inasprimento delle pene. È questa la strada giusta?
Si sta fantasticando sulla possibilità di immobilizzare le persone a casa loro, quando non si riesce nemmeno a immobilizzarle quando le hai di fronte in piazza. La prima cosa da ricordare è che non sono pericolose le manifestazioni in sé, ma gli infiltrati.
L’attività preventiva non si limita a fermare qualcuno per 12 ore, come previsto da certe proposte di legge. Serve acquisizione informativa vera. Bisogna calibrare le aliquote destinate alla sicurezza non per fare una generica repressione, ma per bloccare vandalismi e aggressioni prima che partano. E soprattutto, bisogna evitare di picchiare se non ce n'è bisogno. Ormai ci siamo abituati a vedere manganelli e scudi usati per pestare lo studente che manifesta per la Palestina. Ma lo scudo nasce per difendersi, non per offendere. Invece oggi sembra che la legge non sia uguale per tutti, come è scritto nei Tribunali, e lo scudo diventi un'arma di offesa protetta da un altro scudo, quello penale.

Molti analisti leggono negli episodi di Torino il pretesto perfetto per accelerare sul nuovo pacchetto Sicurezza. Lei, da uomo delle istituzioni, come vede questo inasprimento normativo?
Le sanzioni per le condotte illegali esistono già e sono pesanti. Pensare che se aumenti la reclusione di un anno chi ha cattive intenzioni si spaventi è un errore totale. Chi delinque non va a leggersi la Gazzetta Ufficiale prima di scendere in strada. Un black bloc non si preoccupa del decreto sicurezza, non gliene importa niente se aumenti la pena di un anno.
La sicurezza non si fa dicendo "saremo più severi". La sicurezza percepita oggi è bassissima perché la gente sa che lo Stato non arriva dove serve, come a Ostia dove di notte c’è una sola pattuglia dei carabinieri per territori enormi. Usare episodi come quelli di Torino per giustificare giri di vite sui diritti è una vergogna. Serve addestramento, serve testa, non muscoli e scudi penali. Bisogna avere il coraggio di distinguere chi sogna un mondo più giusto, anche se magari si illude, da chi va in piazza solo per distruggere. Bastonare un ragazzo perché si illude che il mondo possa cambiare mi sembra, onestamente, eccessivo.
Un tempo le stesse organizzazioni che indicevano le proteste si assicuravano che non si inserissero estranei. I famosi servizi d'ordine del PCI o della Cgil…
Oggi, se chi indossa l'uniforme manganella indiscriminatamente, diventa impossibile anche per gli organizzatori mantenere l'ordine interno. C’è una totale mancanza di dialogo e una gestione troppo basata sulla fisicità.
A proposito: c’è un problema di cultura interna alle forze dell'ordine?
È un tema delicatissimo. C'è indiscutibilmente chi ha più il "culto del bilanciere" in palestra che del Codice Penale. Esistono reparti che, per la natura dei compiti di grande fisicità che svolgono, alimentano una sottocultura lontana dai valori costituzionali. Quando l'attività principale diventa "ti faccio vedere io chi sono", abbiamo perso in partenza. Nel tempo, anche la cultura popolare ha alimentato questo bisogno di dimostrazione di forza.
Stamattina ho visto un servizio in Rai che parlava di gente "contro la divisa". Ma io dico: se qualcuno scrive ACAB sui muri, anziché gridare allo scandalo, non dovremmo chiederci se per caso qualche comportamento "bastardo" non ci sia stato davvero? La stragrande maggioranza delle forze dell'ordine è fatta di gente perbene, che guadagna 1.600 euro al mese e cerca di fare il proprio dovere con dignità. Ma la paura è che qualcuno, protetto dall'uniforme, voglia travalicare e metterci del suo. Un agente che insegue qualcuno in un vicolo da solo non sta obbedendo a un ordine, sta seguendo un istinto pericoloso che mette a rischio sé stesso e la credibilità di tutto il corpo.
