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L'omicidio Meredith Kercher

Rudy Guede e la vita in cella: “Picchiato da altri detenuti, mi svegliavo nel cuore della notte”

Nonostante la condanna, l’ivoriano continua a professarsi innocente: “Se le mie mani sono macchiate di sangue è perché ho tentato di salvare Meredith Kercher”.
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A cura di Antonio Palma
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L'omicidio Meredith Kercher

“Una volta venni picchiato dai compagni di cella. Mi imposero di pulire la stanza, dissi no, mi colpirono all’occhio sinistro. Piangevo senza farmi vedere” è il racconto della vita in carcere di Rudy Guede, l’unico condannato per l’omicidio di Meredith Kercher e ora uomo libero dopo aver scontato 13 anni di carcere.

L'ivoriano si è rifatto una vita in un’altra città ma a 16 anni dall'omicidio della giovane studentessa britannica, a Perugia, Rudy Guede è tornato nei giorni scorsi nella cittadina umbra, fuori dalla casa dove si consumò il delitto. “Ho sentito come un brivido, un senso di tristezza, è un luogo dove è nata la fase traumatica della mia vita, è il luogo che mi ha cambiato la vita” ha raccontato l’ivoriano al Corriere della Sera, aggiungendo: “La pena che dovevo scontare in nome della legge si è conclusa, ora mi resta quella segnata dal giudizio degli sconosciuti, dalle occhiate sghembe al mio passaggio”.

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Un giudizio che conta di poter ribaltare anche attraverso il suo libro che si intitola “Il beneficio del dubbio.Al giornale Rudy Guede ha raccontato alcuni episodi della sua vita in cella dall’arresto in Germania l successivo ferimento con una lametta, ai presunti pestaggi subiti in carcere e al suicido di un suo scompagno di cella che lui stesso ha scoperto.

“In carcere manca la profondità di spazi e sono diventato miope, adesso porto le lenti. Il momento più brutto è stato quando il mio compagno Roberto si è tolto la vita. Stavo rientrando in cella, ho aperto lo spioncino e ho visto che i suoi piedi penzolavano, si era impiccato con il mio scaldacollo, ho rivisto di nuovo la morte da vicino” ha rivelato.

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“In quei momenti l’unico modo di reagire era aggrapparmi a quelle ali che si chiamano ricordi e volare ai tempi dell’infanzia” ha rivelato Rudy Guede, aggiungendo: “Quante volte mi sono svegliato nel cuore della notte, ingannato dal sogno di essere libero, di stare coi miei amici, con la mia famiglia”.

Nonostante la condanna, l'ivoriano continua a professarsi innocente. "Se le mie mani sono macchiate di sangue è perché ho tentato di salvare Meredith. La paura ha preso il sopravvento e sono scappato come un vigliacco lasciando Mez forse ancora viva. Di questo non finirò mai di pentirmi" ha spiegato, concludendo: "Ho scritto ai suoi familiari ma non mi hanno risposto. Vorrei dirgli di perdonarmi se non sono riuscito a fare tutto il possibile per salvarla"

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