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11 Dicembre 2019
15:38

Riaperta l’inchiesta su Graziella De Palo e Italo Toni, giornalisti scomparsi a Beirut nel 1980

Graziella De Palo e Italo Toni, entrambi giornalisti, vennero rapiti a Beirut nel 1980 e mai più ritrovati: i due arrivarono nella capitale libanese il 22 agosto con un viaggio organizzato  dall’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) ma il 2 settembre di loro si persero le tracce. Ora sarebbe spuntato un nuovo testimone.
A cura di Davide Falcioni
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Potrebbe riaprirsi il caso sulla scomparsa dei giornalisti italiani Graziella De Palo e Italo Toni, rapiti a Beirut nel 1980 e mai più ritrovati: i due arrivarono nella capitale libanese il 22 agosto con un viaggio organizzato  dall'Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) ma il 2 settembre di loro si persero le tracce. L'inchiesta per fare luce su cosa fosse accaduto venne archiviata nel 1984 e l'allora capo del governo Bettino Craxi decise di apporre il segreto di Stato, rimosso poi in parte nel 2014. Ebbene, stando a  quanto rivela l'AGI, in questi mesi la Procura di Roma – procuratore aggiunto Francesco Caporale, sostituto Francesco Dall'Olio – ha disposto nuove indagini, accogliendo la richiesta presentata a febbraio dai figli della giornalista, nella quale si elencavano una serie di nuovi elementi emersi nel corso degli anni.

Non ci sono ancora iscritti nel registro degli indagati ma i pm stanno valutando i documenti allegati alla richiesta di riapertura indagini, allo scopo di valutare responsabilità sull'omicidio o su eventuali depistaggi. Sarebbe stato individuato un testimone – la cui identità è segreta – di cui si fa menzione nel carteggio presentato dall'avvocato Carlo Palermo, magistrato sopravvissuto alla Strage di Pizzolungo (Trapani) nel 1985. Le indagini si starebbero svolgendo tenendo conto del cosiddetto ‘Lodo Moro', un patto segreto di non belligeranza tra Stato italiano e Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, che risparmiò l'Italia dagli attentati dei palestinesi concedendo in cambio la facoltà di usare il nostro paese come base e luogo di transito di uomini, armi e esplosivi. Il testimone – un dipendente dell'amministrazione dello Stato di cui non sono note le generalità – avrebbe riferito di essere "a conoscenza di alcune vicende successive all'avvenuto sequestro, trovandosi egli all'epoca a Beirut alle dipendenze del colonnello Stefano Giovannone".

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