“Eh, ma tu sei privilegiato, sei disabile e ti danno una pensione… e io invece non trovo lavoro”. “Che lavori a fare? Stai a casa tu che puoi…”. “Ma come fai a lamentarti della crisi? Tu almeno delle entrate le hai e pure buone!”. E poi, però, anche: “Non rompere le palle che mi tocca pure pagarti la pensione con le mie tasse!”, oppure “Perché non li ospiti a casa tua questi immigrati visto che sei un disabile e ti mantengono?”

Sono i classici commenti di chi vede la disabilità come un lusso, o peggio ancora prova a censurare il mio lavoro e il mio attivismo sfruttando la mia “condizione”. Sì, sono in carrozzina, ho un certificato 104 “geneticamente motivato”, percepisco cinquecento euro circa dal welfare che però mi fumo in medicine, metaforicamente parlando. Ma soprattutto non voglio, a prescindere, essere mantenuto dallo Stato: vorrei sempre poter lavorare, rendermi indipendente, pagare affitto e bollette con i miei soli sforzi.

Marco Di Domenico, invece, il mio stesso Stato ha deciso che non valeva abbastanza da calpestargli la dignità, rendendolo schiavo di un sistema tutt’oggi stigmatizzante, come se non bastassero le barriere architettoniche quotidiane a ricordare quanto sia discriminata la disabilità. Marco, anzi il professore Di Domenico, è un docente con ”Miopatia muscolare”:

“Cammino lento, sono debole, non sollevo pesi, ho difficoltà in certi movimenti e non riesco a salire le scale. Per questo non posso seguire i ragazzini con disabilità che hanno il sostegno, per motivi di sicurezza.”

Quella scuola pubblica che dovrebbe formare all’inclusione e all’integrazione, che dovrebbe offrire risorse per trovare, nella vita, soluzioni e alternative, nuove strade e strumenti per rimboccarsi le maniche e diventare autonomi, gli ha chiuso le porte in faccia. Nonostante i suoi alunni, nonostante la loro disabilità, non avessero una situazione complessa da impedire un sano – e sicuro – rapporto professionale.

“Siccome sono precario non ho diritto ad essere assegnato ad un'altra mansione. Né ad avere il punteggio della supplenza per salire in graduatoria. Però posso fare l'insegnante curricolare. Se non fosse che venendomi tolta la possibilità di fare punteggio con il sostegno mi trovo ad avere uno svantaggio oggettivo rispetto ai colleghi normodotati, che nella mia stessa condizione lavorativa continuano a salire in graduatoria."

Questo perché la Commissione Medica di Verifica, formata da tre medici del Ministero delle Finanze e un consulente del Miur, lo scorso dicembre ha deciso che il professore è “permanentemente inidoneo al sostegno, ma non all'insegnamento”. Un controsenso dopo l’altro.

E allora penso alle mie amiche Vanessa e Silvia, entrambe in carrozzina: la prima avrebbe voluto fare l’insegnante negli asili, ma una neuropsichiatra troppo sensibile le disse che non avrebbe mai potuto gestire bambini piccoli, perché “c’è da corrergli dietro, e poi come li vesti, li cambi, prendi in braccio se piangono?”; la seconda, invece, si è seduta da pochi giorni dietro una cattedra, con una supplenza breve in materie umanistiche a ragazzi di seconda e terza media, ma pur sempre un inizio e io le auguro che sia un seme rigoglioso.

Questo dovremmo essere: piante libere di crescere estendendo le nostre radici, saldamente, in un terreno fertile di opportunità e risorse. Quelle come noi, tutti, a prescindere dal correre in modo atletico o camminare un po’ sgangherato, perché nessuno vuole essere mantenuto (e male) racimolando le briciole. Non abbiamo bisogno di pietistiche ghettizzazioni. Servono invece comprensione ed empatia per capire che, cambiando prospettiva, è possibile tirare fuori il meglio da ognuno.

Perché in fondo se il prof. Di Domenico oggi ha perso il suo lavoro, è anche perché certe decisioni vengono prese da adulti che non hanno avuto insegnanti come lui: portatori sani di un bagaglio “diverso” sulle spalle, in grado di formare né meglio né peggio rispetto ad altri, ma senz’altro capaci di rendere i piccoli più grandi, nelle loro scelte, quando ce ne sarà bisogno. E solo allora storie come quelle di Marco non saranno più raccontate.