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Opinioni
14 Novembre 2014
20:26

Processo Moro: “A uccidere l’ex DC un commando di più di 12 persone non solo BR”

Il Procuratore generale della Corte d’Appello Luigi Ciampoli ha messo il punto su alcuni fatti fondamentali di quello che si può tranquillamente definire l’Affaire Moro.
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16 marzo 1978, una data che sembra rappresentare la trama di un film dove si rivive la stessa storia all’infinito. Un buco nero dove è scivolata la vita degli uomini della scorta di Aldo Moro, dello stesso statista e anche di un pezzo della democrazia in Italia. Indagini, inchieste, muri di carta su piste che sono diventate prima certezze e poi abili depistaggi. Dietrologia che, molte volte, ha servito un padrone diverso dalla verità. Ieri il Procuratore generale della Corte d’Appello Luigi Ciampoli ha messo il punto su alcuni fatti fondamentali di quello che si può tranquillamente definire l’Affaire Moro.

Questi i principali:

  1. Quella mattina di marzo, intorno alle 9.00, a colpire la macchina del presidente del consiglio e della sua scorta davanti al bar Olivetti in via Fani, fu un commando composto da più di 9 o 12 elementi come invece descritto prima da Valerio Morucci e poi da Mario Moretti.
  2. Quel giorno, a sparare raffiche di mitra e colpi di pistola letali per Oreste Leonardi, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino, Domenico Ricci e Giulio Rivera, parteciparono altri elementi che non appartenevano alle Brigate Rosse. Altri uomini, sia con compiti di copertura sia con finalità da killer professionisti, fornirono apporto determinante per la strage e per il rapimento dello statista democristiano. La precisione e la determinazione nel premere il grilletto ebbe una connotazione da cecchino.
  3. La moto Honda di colore blu, oltre ad essere all’interno del quadro d’azione, ha visto il suo equipaggio, composto di due uomini, sparare e occupare una parte della strada per bloccare il traffico. I due non erano elementi organici al principale gruppo di fuoco ma parteciparono con ruoli precisi di copertura all’azione. La forte compartimentazione delle Brigate Rosse tende a escludere il fatto che fossero elementi di altre sigle che componevano il “partito armato” di quegli anni. Così non si può dire per quanto riguarda l’infiltrazione di elementi di una “costola” dei servizi segreti o della criminalità.
  4. La presenza del colonnello Camillo Giuliani, sul luogo della strage, è un fatto senz’altro in relazione con i fatti di Via Fani. E’stato accertato, senza ombra di dubbio, che l’ufficiale in servizio all’Ufficio “‘R”‘ della VII Divisione del Sismi, nonché istruttore presso la base della Struttura paramilitare «Gladio» di Capo Marrangiu non avesse appuntamenti in zona, come da lui invece testimoniato.
  5. La strage di Via Fani era una strage annunciata. Molteplici segnali arrivarono giorni prima di quel 16 Marzo. Il caso emblematico è quello di Salvatore Senatore, detenuto a Matera che avvertì che radio carcere parlava di una possibile azione contro Moro. Informazione che si fermò al centro Cs di Bari per arrivare solo il giorno della strage sul tavolo del Sismi.
  6. La lettera anonima arrivata alla Stampa il 24 novembre 2010, dove un presunto agente dei servizi segreti alle dipendenze del colonnello Camillo Giuliani, svelò di essere uno dei due a bordo della moto Honda blu, dando le indicazioni per trovare il secondo elemento che risultò tale Antonio Fissore, non ha trovato riscontri che possano confermarne il contenuto.

Un punto, in ogni caso, denso di quesiti che rimangono aperti visto che l’inchiesta rimbalzò da Torino a Roma e per quattro anni nessuno indagò veramente. Questi i principali punti toccati nelle indagini svolte dal pool del Procuratore Generale Ciampoli ma gli elementi interessanti nella requisitoria presentata sono molteplici. Tutti piccoli capitoli che serviranno a riscrivere pagine di storia su quello che successe quella mattina. Dal tamponamento mai avvenuto da parte della macchina in cui era il Presidente Moro nei confronti dell’auto brigatista, ai colpi sparati dal commando.

Secondo i terroristi, loro si disposero alla sinistra della scorta e spararono raffiche e colpi di pistola da sinistra a destra. La stranezza è che i colpi, sui corpi degli uomini della scorta, provenivano da destra verso sinistra. Chi oltre a loro partecipò a quella strage in modo chirurgico?

Un capitolo a parte, il vero coup de theatre dell’inchiesta è quello che riguarda il consulente militare americano Steve Pieczenik, richiesto da Cossiga agli Stati Uniti, nei giorni del rapimento. Un rapimento a cui gli americani non erano particolarmente interessati. Non vedevano pericoli per la loro sicurezza o per quella della Nato nel sequestro del Presidente del Consiglio italiano. La richiesta, infatti, non fu esaudita fino al momento in cui, Aldo Moro, il 29 Marzo scrisse una lettera in cui disse che poteva parlare “ in maniera (…) sgradevole e pericolosa”. In quel momento le cose cambiarono dentro il Governo italiano. Da una fase in cui ogni trattativa era esclusa, lo Stato passò a una strategia diversa e possibilista. Contattò da Bontade a Turatello e anche lo Stato del Vaticano si offrì per salvare lo statista. Anche gli Stati Uniti cambiarono improvvisamente opinione sulla gravità del rapimento e mandarono immediatamente l’esperto del Dipartimento di Stato Steve Pieczenik, il problema ora era serio. Per tutti.

Pieczenik non era un semplice consulente esperto in trattative. Era, come lo definirono le stesse Brigate Rosse, “uno specialista della controguerriglia psicologica”. Un elemento pericoloso e manipolatore. Sempre ben informati i terroristi, quasi troppo. A confermare il tutto lo stesso consulente che, a un giornalista francese, dichiarerà): «(…) ebbi paura di loro (dei brigatisti, nd.r.), perché, secondo le fonti della polizia dell’epoca, ventiquattro ore dopo il mio arrivo in Italia mi avevano già inserito nella loro lista di obiettivi da colpire». E, sempre Pieczenik, nello stesso contesto, sosterrà: «Quegli uomini e quelle donne pieni di determinazione avevano degli alleati all’interno della macchina dello Stato. Si erano infiltrati nel cuore delle istituzioni ai più alti livelli» (Nous avons tué Aldo Moro.) Dichiarazioni che avranno dei riscontri evidenti non per quanto riguarda i rapporti con le Istituzioni ma sicuramente con apparati dello Stato “sotterranei”.

Rapporti involontari probabilmente, rapporti che tendevano a etero dirigere i terroristi stessi e lasciare carta bianca alle strategie del consulente americano. Per non risolvere, in modo positivo, le trattative. Sarà ancora una volta Steve Pieczenik ad ammettere: «Fin dal mio arrivo, l’apparente volontà di negoziare nascondeva, in realtà, una totale assenza di trattative»; e a spiegare: «Simulare una trattativa permette di concentrare l’attenzione intorno agli elementi reali e concreti della strategia, in cui in realtà non c’è spazio per nessuna negoziazione. Stavo tendendo una trappola alle Brigate Rosse (…) La mia idea era di creare l’illusione di possibili aperture, di lunghe discussioni in cui bisognava sistemare un mucchio di dettagli prima di cominciare a mettersi d’accordo. Bisognava creare grandi aspettative in loro, un forte sentimento di speranza lasciando che credessero che sarebbe stato possibile liberare dei prigionieri. Le Brigate Rosse hanno abboccato all’amo» Quali erano gli obiettivi di Pieczenik e degli Stati Uniti? Secondo l’inchiesta della Procura Generale della Corte D’Appello l’esperto del Dipartimento di Stato aveva tre mission: mettere le mani sui testi e sui nastri dell’interrogatorio di Moro; eliminare Moro; costringere al silenzio le BR.

Tesi che saranno confermate dallo stesso Pieczenik: «Ho messo in atto la manipolazione strategica che ha portato alla morte di Aldo Moro al fine di stabilizzare la situazione dell’Italia»; i brigatisti «avrebbero potuto cercare di condizionarmi dicendo “o soddisfate le nostre richieste o lo uccidiamo”. Ma la mia strategia era “No, non è così che funziona, sono io a decidere che dovete ucciderlo e a vostre spese”. Mi aspettavo che si rendessero conto dell’errore che stavano commettendo e che liberassero Moro, mossa che avrebbe fatto fallire il mio piano (…) fino alla fine ho avuto paura che liberassero Moro. E questa sarebbe stata una grossa vittoria per loro»

Un procedimento corposo, una storia che lentamente ma inesorabilmente si avvicina alla verità. Senza paura di lesa maestà, crediamo, visto che è stato chiesto di procedere nei confronti di Steve Pieczenik per concorso nell’omicidio di Aldo Moro avvenuto il 9 maggio del 1978. Dalla strage di Via Fani alla Renault rossa di Via Caetani, questa storia, è una battaglia di verità che va oltre la verità stessa.

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Reporter di una strada chiamata cronaca nera. Mi dedico a raccontare e trovare spiragli di verità nelle inchieste legate alla criminalità organizzata tra Roma e il Veneto. Dirigo il web magazine Notte Criminale e scrivo su alcuni giornali online. Cerco di arrivare prima degli altri alle notizie seguendo le “voci della strada”, in cui mi mischio e mi infiltro. Qualcuno dice che sono esperto di “mala romana” e “mala del Brenta”, ma sono solo un cantastorie del crimine e un convinto assertore della “Giustizia giusta”.
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