“Quando è venuto fuori il paziente numero uno mi sono detto: cazzo, quelli che abbiamo visto nel mese scorso avevano tutti il Covid”. Queste sono le parole di Pietro Poidomani, medico di base di Cividate al Piano, in Provincia di Bergamo. E questa è la storia di un non anniversario. La storia di come la presenza del Covid-19 si sarebbe potuta scoprire molto prima, in Italia. La storia di come le cose sarebbero potute andare diversamente se fosse successo. Soprattutto, è la storia degli strumenti che avevamo a disposizione per poterlo fare, strumenti che non abbiamo usato e a cui, anzi, abbiamo colpevolmente e inspiegabilmente rinunciato quasi un mese prima del 20 febbraio 2020. Un errore, questo, che se evitato avrebbe potuto permetterci di scoprire il Covid-19, che già circolava in Italia dalla fine del 2019, almeno tre settimane prima. Che ci avrebbe dato un  grande vantaggio temporale nel combatterlo. E che, probabilmente, avrebbe evitato numerosi contagi e morti, soprattutto nella prima ondata della pandemia, quella tra marzo e aprile.

Andiamo con ordine, però. È la notte del 19 febbraio 2020 quando Mattia Maestri, un uomo di 38 anni residente a Castiglione d’Adda, in provincia di Lodi, si ripresenta, per la seconda volta al pronto soccorso di Codogno. Le radiografie diagnosticano una polmonite gravissima e la presenza di liquido nei polmoni. Mattia è immediatamente ricoverato, e dal reparto di medicina passa quasi immediatamente in rianimazione. Annalisa Malara, anestesista di Cremona, sua coetanea, dopo essersi resa conto che la polmonite di Mattia non rispondeva a nessuna cura nota e dopo aver saputo dalla moglie che Mattia aveva cenato qualche sera prima con un collega dell’Unilever di Casalpusterlengo rientrato dalla Cina, ha l’intuizione di testare la presenza dell’infezione da Covid-19. Il resto è storia. Il 20 febbraio, alle 12,30 circa, viene effettuato il primo di decine di milioni di tamponi molecolari, e circa dodici ore dopo viene accertata la prima positività al Coronavirus di un cittadino italiano. Per tutti, dalla mattina dopo, Mattia Maestri è il paziente zero, e Annalisa Malara l’eroina che sfidando i protocolli, ha permesso di scoperchiare il primo vero grande focolaio europeo della più grande pandemia globale dell’ultimo secolo.

“Abbiamo trovato il Covid quando ci siamo messi a cercarlo”

Eppure, proprio in questa storia, si nascondono almeno due errori. Il primo lo conosciamo bene: Mattia Maestri non era il paziente zero, né tantomeno è la persona che ha portato il Covid-19 in Italia. Lo sappiamo da quasi subito, peraltro, poiché il collega di Mattia Maestri rientrato dalla Cina con cui Maestri aveva cenato pochi giorni prima risulterà infatti negativo al tampone molecolare. Non è stato lui, insomma, a infettare il paziente zero: Mattia Maestri ha preso il Covid da qualcun altro. Lo confermano i dati, e le parole riportate agli organi di stampa di uno dei ricercatori che in quelle settimane stava cercando di indagare l’origine del Covid-19 in Italia: “Tra giovedì 20 e lunedì 24 febbraio – aveva raccontato il 27 febbraio a Giuseppe Visetti di Repubblica – siamo improvvisamente passati da zero a oltre 200 casi di coronavirus tra 50 mila persone di un unico territorio. Effetto di tamponi a tappeto, certo, ma una simile accelerazione non ha precedenti nemmeno in Cina e non trova riscontri nei tempi d'incubazione del Covid-19”. Quel che dice il ricercatore, di fatto, è che tra il 20 e il 24 febbraio abbiamo trovato il Covid a Codogno semplicemente perché, per la prima volta, ci siamo messi a cercarlo.

Il secondo errore, invece, sta nelle parole della stessa Annalisa Malara. Per fare il tampone molecolare a Mattia Maestri, ha più volte raccontato a giornali e televisioni, ha “dovuto chiedere l'autorizzazione all'azienda sanitaria”, perché “i protocolli italiani non lo giustificavano”. “Mi è stato detto – continua il suo racconto – che se lo ritenevo necessario e me ne assumevo la responsabilità, potevo farlo”. La sua chiosa è da brividi, a posteriori: “L’obbedienza alle regole mediche è tra le cause che ha permesso a questo virus di girare indisturbato per settimane”.

Quei quindici giorni che potevano cambiare la Storia

Eccoci arrivati al punto: quali fossero, il 20 febbraio del 2020, le regole a cui dovevano sottostare i medici nel trattare casi di sospetta infezione da Covid-19. Nel momento in cui Malara decise di sottoporre a tampone Mattia Maestri, era in vigore la circolare del 27 gennaio secondo la quale doveva essere valutato come caso sospetto – testuale – “Una persona con infezione respiratoria acuta grave – SARI – (febbre, tosse e che ha richiesto il ricovero in ospedale), E senza un'altra eziologia che spieghi pienamente la presentazione clinica E almeno una delle seguenti condizioni: storia di viaggi o residenza in aree a rischio della Cina , nei 14 giorni precedenti l'insorgenza della sintomatologia; oppure il paziente è un operatore sanitario che ha lavorato in un ambiente dove si stanno curando pazienti con infezioni respiratorie acute gravi ad eziologia sconosciuta”. Oppure, caso B, “una persona con malattia respiratoria acuta E almeno una delle seguenti condizioni: contatto stretto con un caso probabile o confermato di infezione da nCoV nei 14 giorni precedenti l'insorgenza della sintomatologia; oppure ha visitato o ha lavorato in un mercato di animali vivi a Wuhan, provincia di Hubei, Cina, nei 14 giorni precedenti l'insorgenza della sintomatologia; oppure ha lavorato o frequentato una struttura sanitaria nei 14 giorni precedenti l'insorgenza della sintomatologia dove sono stati ricoverati pazienti con infezioni nosocomiali da 2019-nCov”.

La circolare del 27 febbraio del Ministero della Salute

Antonella Malara aveva ragione, quindi: stando alle regole, avrebbe potuto sottoporre a tampone molecolare Mattia Maestri solo se alla sua infezione respiratoria acuta grave che non rispondeva ad alcuna cura nota si fosse aggiunta una storia “di viaggio o residenza in aree a rischio della Cina” nelle due settimane precedenti. O, in alternativa, se Mattia Maestri fosse stato un medico o un addetto nel mercato di animali vivi di Wuhan. Se si fosse attenuta a quelle regole, Mattia Maestri sarebbe probabilmente guarito da quella polmonite senza sapere di essere stato contagiato dal Covid-19. E il focolaio del Basso Lodigiano, così come quello di Vo Euganeo, sarebbero stati scoperti chissà quando, dando alla malattia il tempo di diffondersi ulteriormente.

Sarebbe cambiato qualcosa? Forse sì, anche se come ricorda ancora Nino Cartabellotta, fondatore e presidente di Fondazione Gimbe, una delle voci più autorevoli e ascoltate in quest'anno di pandemia, probabilmente avremmo assistito a un eguale disastro, con un po' di anticipo: “L”impatto della prima ondata, oltre che dalla violenza con cui è esplosa – spiega – è stato condizionato negativamente dal livello di impreparazione del sistema sanitario nel gestire una pandemia, dal mancato approvvigionamento di dispositivi di protezione individuali all’assenza di percorsi Covid dedicati negli ospedali alla totale mancanza di formazione degli operatori sanitari. Eppure tutti avevano già visto cosa succedeva a Wuhan”.

Perché abbiamo cambiato le regole in corsa

L’errore grave, tuttavia, non sta semplicemente in quella circolare. Bensì nel fatto che fino a cinque giorni prima le regole fossero molto diverse. In particolare, la circolare datata 22 gennaio 2020, aveva al suo interno un’ulteriore definizione di caso sospetto rispetto a quella del 27 gennaio. Secondo quella circolare, la dottoressa Antonella Malara avrebbe potuto sottoporre a tampone molecolare anche “una persona che manifesta un decorso clinico insolito o inaspettato, soprattutto un deterioramento improvviso nonostante un trattamento adeguato, senza tener conto del luogo di residenza o storia di viaggio, anche se è stata identificata un'altra eziologia che spiega pienamente la situazione clinica”.

È un profilo, quest’ultimo, che si giustappone perfettamente a quello di Mattia Maestri, ma anche ai numerosi casi di polmoniti con un decorso clinico insolito o inaspettato che si erano manifestate nelle settimane precedenti in tutta la Lombardia. Polmoniti virali, e non batteriche, che in Lombardia nel gennaio del 2020 erano aumentate del 50% rispetto allo stesso mese del 2019: "Eravamo tutti convinti – racconta sempre a Repubblica il medico di base di Codogno Alberto Gandolfi – che quelle polmoniti fossero favorite da freddo e assenza di pioggia. Rivelate dalle lastre, sono state curate con i consueti antibiotici". Convinti o meno, dal 22 al 27 di gennaio almeno, quei pazienti con polmonite potevano essere sottoposti a tampone, ma nessun medico e nessuna struttura ospedaliera ne ha mai prescritti.

Non solo, però. Perché andando a ritroso nel tempo si incontra un’altra circolare del ministero della Salute relativa alla gestione del Covid-19. Datata 12 gennaio 2020, è una guida provvisoria alla “gestione clinica dell’infezione respiratoria acuta grave nei casi di sospetta infezione da nuovo coronavirus (nCoV)”. E anche in questo caso, nella definizione dei casi di sorveglianza da nCoV – quelli cioè da sottoporre a tampone – si segnala chiunque abbia un’ “Infezione respiratoria acuta grave (SARI) preceduta da febbre e tosse, che richiede il ricovero in ospedale, senza altra eziologia che spieghi pienamente il quadro clinico (…) INSIEME A una qualsiasi delle seguenti circostanze: (…) la persona manifesta un decorso clinico insolito o inaspettato, soprattutto un deterioramento improvviso nonostante un trattamento appropriato, a prescindere dal luogo di residenza o da eventuali viaggi, anche se è stata identificata un'altra eziologia che spiega pienamente il quadro clinico”. Di fatto, la forbice si allarga: tra il 19 e il 27 gennaio, qualunque medico avrebbe potuto richiedere un tampone molecolare per una delle tante polmoniti virali anomale che si erano manifestate in Lombardia. Nessuno, tuttavia, l’ha fatto.

La circolare del 22 gennaio del ministero della Salute

Come mai? “Già da metà gennaio in diversi ospedali erano stati ricoverati pazienti con polmoniti “anomale” , ma nessuno aveva ipotizzato che il coronavirus fosse già in Italia”, spiega ancora Nino Cartabellotta. “Queste polmoniti anomale abbiamo cominciato a vederle a fine dicembre – gli fa eco il medico di base Pietro Poidomani -, ma non avevamo i mezzi per comprendere che fossero legate a quel che stava succedendo in Cina. Avevano una sintomatologia simile a quelle delle complicazioni dell’influenza, ma la cosa strana è che molti di loro erano già vaccinati contro i virus influenzale”. Quando questi pazienti si presentano alla porta del suo studio, Poidomani non sa che farci, e non può che mandarli in ospedale:  “Se vedevo la saturazione bassa mandavo subito a fare radiografie al torace. Un anno fa a gennaio, ho fatto dieci volte le radiografie al torace che sto facendo oggi, in piena pandemia” Secondo Poidomani l’epidemia era presente da tempo sul territorio lombardo. Del resto, a cinque giorni dalla scoperta del paziente uno, il 25 febbraio, anche lui stesso si è ammalato ed è dovuto passare per le terapie intensive: “Non è possibile che a una settimana dal paziente uno ci fossero già duemila positivi e sessanta morti. Hanno lasciato che si sviluppasse l’inferno”.

“Nessuno immaginava che il Covid fosse già qua”

Poteva essere evitato l’inferno? Forse, se le indicazioni non fossero cambiate tra il 19 e il 27 di gennaio. Fino a quando, cioè, non è stato deciso che non bastava più avere un’infezione respiratoria acuta grave e un decorso clinico insolito per essere sottoposti a tampone molecolare. O anche, fino a quando all’aggravarsi dell’emergenza sanitaria nel mondo – Wuhan era entrata in lockdown il 22 gennaio, il 27 in Germania sarebbe stato identificato il focolaio autoctono di Covid-19 e il governo italiano avrebbe dichiarato lo stato di emergenza il 31 – l'Italia non avesse deciso allargare le maglie dei controlli, anziché stringerle.

A rispondere a questi interrogativi è Giulio Gallera, allora e fino a qualche settimana fa assessore alla sanità di Regione Lombardia: “C’è stata una riunione il 25 gennaio al ministero della Salute, con tutti i dirigenti della sanità delle regioni – racconta a Fanpage.it -. In quel contesto, noi chiedemmo delucidazioni sulla circolare del 22 gennaio. Era inverno, i nostri ospedali erano pieni di pazienti con polmoniti e non avevamo abbastanza tamponi per tutti. Quel che le regioni chiesero al ministero fu di circoscrivere le polmoniti sospette da testare. A quella sollecitazione, il ministero risposte con una nuova circolare, quella del 27, in cui scrisse di sottoporre a tampone solo le persone con polmonite che erano tornate dalla Cina. Anzi, da Wuhan”.

Gallera non sa cosa spinse il governo a prendere quella decisione: “Non ne ricordo le motivazioni – spiega -. Sicuramente, avevamo pochi tamponi a disposizione. Ma più in generale credo si sia sottovalutata la minaccia. Ricordo che in una di quelle circolari c’era scritto testualmente che il rischio che l’epidemia arrivasse in Italia fosse relativamente basso. Nessuno immaginava che il Covid fosse già qua”. Contattato da Fanpage.it, il Ministero della Salute ha specificato il motivo di quella decisione, come del resto ha già fatto più volte nei mesi scorsi: il 23 gennaio, due giorni prima della riunione con le regioni, si era tenuto a Ginevra la prima riunione del comitato d’emergenza relativo all’epidemia del nuovo Coronavirus. In quella riunione si decise di non dichiarare ancora lo stato di emergenza sanitaria, che sarebbe arrivato il 31 gennaio, ma di considerare un sistema più sfumato, coerente con un livello intermedio di allerta. È figlia di quella riunione anche la direttiva Oms che consiglia di sottoporre a tampone molecolare solamente a chi ha una polmonite e proviene da Wuhan. Direttiva che ispirerà la circolare del 27 gennaio del nostro ministero della salute e il relativo cambio di rotta nella scelta di chi testare o meno.

Resta il fatto, tuttavia, che in quei quindici giorni tra il 12 e il 27 di gennaio avremmo potuto scoprire la presenza del Covid-19 in Italia, sottoponendo a tampone almeno una delle persone affette da polmoniti virali che si recavano dal loro medico di base e poi in ospedale, ma non l’abbiamo fatto. Che come in una beffarda partita a mosca cieca, siamo stati per settimane a un passo dallo scoprire che il Coronavirus che volevamo impedire arrivasse dalla Cina era già tra noi. Il tutto, in un clima di generale sottovalutazione del rischio. Nella circolare del Ministero della Salute del 22 gennaio, ad esempio, si legge si legge che “il Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (ECDC) stima che il rischio di introduzione dell’infezione in Europa, attraverso casi importati, sia moderato”. Rischio che lo stesso ECDC, il 14 febbraio, a sei giorni dalla scoperta della positività di Mattia Maestri, declasserà addirittura a “basso”. No, nessuno immaginava che il Covid-19 fosse già qua. E che per settimane intere avremmo potuto scoprirlo, se solo avessimo voluto.