di Roberto Bonzio

Aprile 1906: un terribile terremoto seguito da un incendio distrugge una delle città più ricche del mondo, San Francisco, oggi culla mondiale dell’innovazione. A dare il via a una ricostruzione miracolosa della città è un banchiere figlio di immigrati italiani, capace di “vedere il futuro” investendo sugli altri, con scelte così fuori dagli schemi da esser considerate semplicemente folli e suicide dai suoi colleghi.
Piccolo banchiere, dalle macerie della Bank of Italy che aveva da poco fondato per servire gli immigrati italiani, Amadeo Peter Giannini  estrae un sacco con due milioni di dollari  mettendoli a disposizione di tutti, per strada su un tavolaccio posato su due barili, prestiti sulla base di “una firma e una faccia”, per persone che non hanno più nulla, nessuna garanzia materiale da offrire se non l’energia per ripartire. Quella scommessa sugli altri, inconcepibile per gli uomini d’affari del tempo, fu azzardata, ma vincente e trasformò un immane disastro in grande opportunità, dando il via alla rapida rinascita di San Francisco, dove la banca di Giannini divenne presto la più grande del mondo: Bank of America.
In una città giovanissima, in cui assieme agli edifici era crollata pure l’illusione di una crescita vertiginosa e infinita sulla scia della Corsa all’Oro, la rinascita fu ispirata dal coraggio di una persona capace di rischiare guardando agli altri con fiducia e in modo nuovo.

Oggi che la nostra quotidianità è sconvolta da settimane dal Coronavirus e il governo ha appena varato un decreto senza precedenti a sostegno della ripresa economica pensando al dopo emergenza, quella storia assume un significato particolare. Perché mentre siamo consapevoli che le conseguenze economiche della crisi sanitaria sono devastanti, rischiamo di trascurarne aspetti cruciali: i suoi risvolti culturali, persino psicologici, con ripercussioni ancora più profonde sul nostro futuro, che potrebbero anche essere anche positive.  Gli eventi traumatici, persino le tragedie e le guerre, provocano accelerazioni brutali nei cambiamenti, shock che costringono a ragionare e guardare le cose con occhi nuovi. Oggi forse stiamo assistendo pure al crollo, come macerie da rimuovere, di stereotipi e cattive abitudini di cui sinora non siamo riusciti a liberarci. Abbandonare la diffidenza, aver fiducia negli altri, nel nostro saper fare squadra anche dopo l’emergenza potrebbe essere la base di questo cambiamento: “Quello che il Coronavirus spazzerà via senza pietà sono i pensieri senza respiro di chi è contro la scienza, le opinioni manipolatorie, smentite dalla misura dei fatti, il dilettantismo che uccide le persone, non solo le competenze, le fake news che per la prima volta vengono battute dalla velocità del vero, la volontà del popolo a cui nessuno affiderà la propria salute… E quando finirà, perché finirà, nulla sarà davvero più come prima. E ci ritroveremo in un mondo più consapevole, responsabile e felice di esserne uscito. Come in un dopoguerra senza guerra: quei momenti unici in cui si costruisce davvero il futuro”, dice Francesco Morace, sociologo fondatore del Future Concept Lab.

In passato si consideravano le epidemie come “punizioni divine” meritate dall’uomo: accadeva nelle pestilenze dei secoli scorsi, accadde pure col terremoto del 1906 a San Francisco, che per ricchezza generata dalla Corsa all’Oro era città del vizio, della violenza, della corruzione. Oggi siamo all’inizio di una nuova era. Guardiamo sconfortati le nostre città deserte, ma vi scorgiamo pure una natura che rifiorisce, l’inquinamento quasi sparito: questa quarantena ci indurrà a ripensare il nostro rapporto con l’ambiente.

Ci eravamo quasi rassegnati alla lenta decadenza delle democrazie occidentali come la nostra e delle loro élite, sempre più fragili e meno funzionali in tempi di populismo e strapotere dei social. L’epidemia ci ha confermato i pregi delle società aperte, come la trasparenza indispensabile per rispondere a un’emergenza e coinvolgere i cittadini, ma pure le loro debolezze, nella difficoltà a far fronte comune mettendo da parte egoismi nazionalistici. Eppure siamo parte di un villaggio globale, dove all’improvviso, invocare muri e barriere per proteggersi dagli "altri", come ha scritto in un’illuminante riflessione Marco Tarquinio, direttore di L'Avvenire ci ha fatto scoprire: che gli "altri" discriminati da muri e barriere possiamo essere noi.

“Questo shock del Coronavirus ha avuto come principale effetto positivo quello di ripensare il nostro atteggiamento nei confronti dell'attuale organizzazione sociale – osserva Davide Bennato, docente di Sociologia dei Media digitali -. Consideravamo ovvio procedere verso una società maggiormente individualizzata. Ci sembravano ‘naturali’ dal punto di vista economico un lavoro poco stabile, un welfare con limitate tutele dello Stato sociale sostituite da servizi a pagamento, una politica di ‘tutti contro tutti’ come espressione della contemporaneità. ‘Naturale’ considerare le professioni un modo di accumulare capitale, gli esperti un retaggio di sistemi di conoscenza superati, gli ‘altri’ come un ostacolo. L’epidemia ci ha svelato invece che la logica della stabilità lavorativa è importante (ad esempio per ricercatori e infermieri precari), che il welfare è una conquista da cui non recedere (sanità pubblica), che nella politica il dialogo democratico è necessario (la dialettica governo/opposizione), che la professionalità ha un’importante componente vocazionale (il sacrificio dei medici di Codogno), che gli esperti hanno un ruolo chiave di orientamento delle strategie (medici, virologi, epidemiologi). Il virus passerà ma la rivoluzione culturale che avrà innescato è il necessario ripensamento delle forme di vita civile che non potranno più essere ridotte a un individualismo rampante”.

È proprio questo radicale ripensamento del rapporto con gli altri il cambiamento più profondo, indispensabile in un Paese in cui troppi ancora praticano lo sciagurato sport del realizzarsi nella conflittualità, nel campanilismo, nel far perdere gli altri, quella che ho chiamato Sindrome del Palio di Siena. Mentre il sacrificio imposto con settimane di isolamento forzato ha un significato profondo che lascerà il segno, anche nella formazione dei giovani. Sacrificarsi per proteggere dal pericolo non tanto i singoli, in prevalenza individui a basso rischio, quanto la collettività nel suo insieme, soprattutto i più deboli e il sistema sanitario che li tutela, ci obbliga a comprendere che i problemi si affrontano sentendoci parte di una comunità, in cui la nostra sorte non può prescindere da quella di chi ci sta accanto.

È’ una sfida anche per le leadership in politica e nell’imprenditoria, saper gestire un'emergenza, fronteggiare incognite e contemporaneamente comunicare, abbinando a misure di precauzione messaggi rassicuranti e lungimiranti. Crisi come opportunità per rinnovarsi.  "I sistemi chiusi implodono e creano una conflittualità autodistruttiva. Anche le organizzazioni che non adottano un approccio aperto rischiano di richiudersi in se stesse e di replicare schemi non più adatti – osserva Stefano Schiavo formatore e consulente nell’ambito del marketing strategico, innovazione e organizzazione aziendale -. Ciò che ha permesso alle società contemporanee di prosperare e superare le tante sfide degli ultimi secoli è l'approccio scientifico: l'idea di ‘non sapere’ ha superato quella dello studio dei ‘testi sacri’ come fonte della conoscenza. Sapersi avvantaggiare dei momenti di difficoltà, dell'incertezza, delle perturbazioni non solo per resistere, ma per migliorare: è il concetto dell’antifragilità reso popolare da Nassim Nicholas Taleb, autore del celebre ‘Il cigno nero’”.

Una svolta, per le élite dunque ma anche per noi, nel rapporto con chi ci rappresenta. Perché in un’emergenza che riguarda la salute, malgrado il caos di informazioni su media e social non ci si affida al più astuto nel lanciare slogan online, a chi urla più forte, né agli “onesti inesperti”: si ascoltano i più competenti. È la fiducia nella scienza, nella conoscenza, il vero antidoto alle paure, come ha sottolineato il presidente Mattarella. Premiare non l’appartenenza ma la competenza, cosa che in Italia purtroppo non è la regola, è il modo migliore, per un Paese come per un'azienda, per guardar lontano, abbattere gli ostacoli e valorizzare il proprio patrimonio più prezioso: le risorse umane. Ricordando magari ancora una volta lo spirito di quel banchiere di origine italiana, che a San Francisco dopo il terremoto continuò a investire sul talento, basando sulla fiducia il proprio immenso contributo al progresso: Charlie Chaplin, Walt Disney, la costruzione dell’avveniristico Golden Gate Bridge, gli aiuti nel dopoguerra all’Italia col Piano Marshall, persino la nascita di Silicon Valley nel garage di due giovani che si chiamavano Hewlett e Packard hanno tutti potuto realizzarsi grazie ai soldi di Giannini. Che per sé, si scoprì, aveva tenuto meno di un centesimo di quel che avrebbe potuto avere. Puntiamo sui più giovani, per liberarci dalle macerie dell’egoismo, dell’invidia sociale, della perenne litigiosità. Impariamo a rischiare dando fiducia agli altri. E davvero, insieme, da questa crisi potremmo uscirne migliori.

articolo a cura di Roberto Bonzio, autore del progetto Italiani di Frontiera