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Cambiamenti climatici

Perché gli oceani rischiano di collassare

Non siamo abituati a considerare cosa significa il riscaldamento degli oceani, quanto sta procedendo in fretta e che conseguenze può portare. Ma il campanello d’allarme suona da tempo: il degrado è già avanzato, e per evitare il peggio bisogna intervenire.
A cura di Fabio Deotto
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Uno dei grandi paradossi che contraddistinguono i nostri tempi è che il più vasto ecosistema del nostro pianeta è anche quello che conosciamo meno, quello a cui dedichiamo meno interesse, e anche quello che si sta degradando in modo più preoccupante.

Gli oceani coprono il 71% della superficie terrestre, contengono il 97% dell’acqua presente sul nostro pianeta, ospitano il 94% delle specie viventi; eppure, ad oggi, l’80% rimane inesplorato. In buona parte, ciò è dovuto a questioni pratiche: i fondali oceanici possono spingersi fino a 3 km in profondità, e più ci si inabissa in essi più la visibilità si avvicina allo zero, le temperature si fanno fredde, la pressione schiacciante. Come ha detto giustamente Gene Carl Feldman, oceanografo della NASA, esplorare l’oceano è un po’ come esplorare un mondo alieno: “Per certi versi, è molto più facile mandare persone nello spazio che sul fondo dell’oceano.”

Ma la nostra ignoranza riguardo agli oceani è anche legata alla nostra cecità selettiva: essendo animali terrestri non siamo abituati a considerare queste enormi distese d’acqua come ecosistemi brulicanti di vita, non ci soffermiamo più di tanto a considerarne il ruolo fondamentale negli equilibri planetari, la loro influenza sui pattern climatici, la loro capacità di immagazzinare carbonio e calore, per noi sono un elemento di corredo, qualcosa in cui perdere lo sguardo quando cerchiamo un po’ di calma, poco più di un’onnipresente metafora.

Ed è anche per questo che, ora che gli oceani sono in grave pericolo, ci ritroviamo ad affrontare il problema in ritardo.

Il termostato invisibile del pianeta

Una delle tante proprietà invisibili degli oceani è il loro ruolo di nastro trasportatore di nutrienti, ossigeno, anidride carbonica e calore in tutto il pianeta. Sotto la superficie frastagliata che siamo abituati ad associare alle grandi distese di acqua salata, si muovono imponenti correnti oceaniche che, tra le altre cose, contribuiscono a mitigare il clima in zone, come quelle equatoriali e polari, che altrimenti raggiungerebbero condizioni estreme e sostanzialmente invivibili.

Il fatto che il vento possa creare correnti marine di superficie è noto da secoli e secoli, e in fin dei conti anche piuttosto intuitivo, è invece una scoperta relativamente recente che si possano formare correnti profonde a causa di differenze di temperatura e di composizione chimica in diverse masse d'acqua. L'idea che esista un sistema di correnti globale che funziona come un grande nastro trasportatore ha cominciato a prendere piede all'inizio del XX secolo, da allora siamo riusciti a definire meglio i dettagli di questo complesso sistema. Una corrente oceanica fondamentale è la Atlantic meridional overturning circulation (AMOC), e funziona più o meno così: nell'Atlantico, l'acqua più calda e meno densa dei tropici tende a spostarsi verso i poli dove si raffredda e guadagna densità, in questo modo tenderà a scendere in profondità dove riprenderà a muoversi verso sud.

L'AMOC, come le altre correnti del complesso della Circolazione termoalina, ha un'importanza cruciale per il mantenimento degli equilibri climatici. Se dovesse rallentare e collassare, gli effetti potrebbero essere disastrosi. Per dire: c'è chi sostiene che un collasso dell'AMOC sia la causa del "grande congelamento", crollo verticale delle temperature che stravolse diverse zone del mondo circa 13.000 anni fa. Per quanto ci possa suonare folle: tra le varie minacce esistenziali che il riscaldamento globale ci sta presentando, una delle più temibili è una riduzione delle temperature talmente drastica e talmente veloce da risultare catastrofica.

Perché l'AMOC rischia di collassare

Poiché questo flusso d'acqua è regolato dalla densità dell'acqua, la sua velocità può essere influenzata sia da variazioni di temperatura che di salinità. Nell'attuale congiuntura la permanenza di questa sorta di complesso termostato globale è minacciata quindi su due fronti: il rapido aumento delle temperature oceaniche porta a una riduzione della densità dell'acqua, e nel contempo a uno scioglimento di calotte polari e ghiacciai che, andando a diminuire la salinità dell'acqua, a loro volta contribuiscono a una riduzione della densità.

Negli ultimi due anni le temperature oceaniche sono cresciute a vista d'occhio, polverizzando un record dopo l'altro; nel frattempo, com'è intuibile, anche i ghiacci perenni hanno continuato a sciogliersi andando a riversare altre centinaia di miliardi di tonnellate di acqua dolce negli oceani. Il risultato è che, secondo alcune stime, la velocità della corrente AMOC ha già rallentato del 15% rispetto a un secolo fa.

Se questo rallentamento comincia a farvi paura, non siete i soli. La scorsa estate, due ricercatori dell'Università di Copenhagen, Peter e Susanne Ditlevsen, hanno pubblicato uno studio secondo cui AMOC sarebbe destinata a collassare entro la fine di questo secolo: la data più probabile si aggira intorno al 2060, ma esiste una possibilità che il collasso avvenga già nel 2025. La pubblicazione dello studio è stata accolta da un fuoco incrociato di allarmismi e inviti alla cautela. C'era chi ne approfittava per ricordare quanto sia urgente adottare misure di mitigazione radicali, e chi faceva notare come lo studio si incentrasse su modelli statistici basati sulle temperature di superficie, mentre il comportamento dell'AMOC è dettato da salinità e temperature delle acque profonde. L'IPCC, tra l'altro, non prevede scenari così tragici, sebbene ritenga probabile un progressivo rallentamento della circolazione atlantica.

Ma la realtà è che nessuno oggi è in grado di prevedere quando e se ci sarà un collasso dell'AMOC; e soprattutto, nessuno è in grado di dire con certezza che tipo di conseguenze questo collasso potrebbe comportare.

Un’anticipazione subacquea del futuro

Nel frattempo, le acque oceaniche continuano a riscaldarsi a una velocità mai vista negli ultimi 2000 anni, con ricadute già oggi preoccupanti. Pensiamo anche solo a come proprio in questi mesi lo stress termico stia provocando uno dei più gravi e prolungati effetti di sbiancamento corallino di sempre, o alla crescente quantità di fauna marina che viene trovata morta sulle spiagge per colpa del riscaldamento delle acque, o al fatto che l’aumento delle temperature stia compromettendo la salute di un numero incalcolabile di specie (tra le altre cose, per dire, sta facendo perdere la vista alle piovre). Per non parlare degli effetti che un aumento di temperatura superficiale delle acque può avere sull’insorgenza di eventi estremi come uragani e siccità. E sto citando solo alcune delle problematiche che stanno emergendo negli ultimi anni; problematiche che tuttavia, per quanto spaventose, faticano a bucare la pellicola della nostra attenzione.

Proprio perché non siamo abituati a considerare l’oceano come un ecosistema ricco di vita, facciamo fatica a immaginare come un riscaldamento così sostenuto delle acque oceaniche possa avere ripercussioni su una vasta serie di equilibri interconnessi. Per quanto ci possa risultare difficile da comprendere, il rallentamento della circolazione termoalina, il declino della biodiversità oceanica, l’incremento degli eventi meteo estremi sono tutti fenomeni legati all’incremento della temperatura oceanica, problematiche che si sviluppano in parallelo, con ricadute che sarebbe molto più facile prevenire che tamponare.

Quando pensiamo agli oceani, tra l’altro, dobbiamo ricordare che non sono solo l’ecosistema più vasto e inesplorato del pianeta, ma anche quello che cattura la maggiore quantità di CO2 e di calore in eccesso. Tra il 1971 e il 2018 le acque oceaniche hanno assorbito 396 zettajoule di energia termica, l’equivalente di 25 miliardi di bombe atomiche. Il costante e significativo aumento delle temperature oceaniche di superficie, secondo alcuni esperti, sarebbero influenzate dal progressivo e ormai preoccupante aumento di temperatura delle acque profonde.

Dal momento che gli ambienti acquatici impiegano molto più tempo a riscaldarsi della superficie terrestre, gli oceani oggi sono un campanello d’allarme particolarmente affidabile. La brutta notizia è che il degrado degli ecosistemi oceanici è già in fase avanzata. Quella buona è che siamo ancora in tempo a prevenirne il collasso.

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Fabio Deotto è scrittore e giornalista. Laureato in biotecnologie, scrive articoli e approfondimenti per riviste nazionali e internazionali, concentrandosi in particolare sull’intersezione tra scienza e cultura. Ha pubblicato i romanzi Condominio R39 (Einaudi, 2014), Un attimo prima (Einaudi, 2017) e il saggio-reportage sul cambiamento climatico “L’altro mondo” (Bompiani, 2021).  Insegna scrittura creativa alla Scuola Holden di Torino. Vive e lavora a Milano.
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