Il 7 giugno è iniziata in quattro regioni la fase sperimentale dell’utilizzo della App Immuni, molto attesa anche a seguito delle polemiche che ne hanno accompagnato la gestazione. Ebbene, le polemiche paiono destinate a proseguire. Si ha notizia, infatti, che una delle regioni in cui avviene la sperimentazione, le Marche, ha chiesto alle Direzioni Generali di "dare indicazioni agli operatori sanitari di disattivare il bluetooth durante l'orario di lavoro al fine di evitare segnalazioni di falsi contatti". Si precisa che il Bluetooth è la tecnologia su cui l’App di tracciatura si basa e che, quindi, consente ad essa di funzionare, rilevando i contatti con persone positive al Covid-19.

La notizia solleva molte domande – per alcuni versi riguardanti temi affrontati da esperti nelle settimane scorse – che è bene evidenziare, considerato il ruolo che la strategia cosiddetta delle “tre t” (tracing, testing e treating) riveste nella lotta al virus.

Innanzitutto, si resta perplessi per il fatto che l’indicazione di disattivare il Bluetooth sia arrivata via mail e non attraverso canali pubblici e trasparenti: in altri termini, senza dare a tale indicazione il necessario rilievo, data l’importanza che essa assume ai fini della verifica ex post del funzionamento dell’App e, quindi, della valutazione circa l’esito della sperimentazione. In una fase di prova del sistema, qual è quella attuale, la circostanza che la tecnologia di tracciatura dei contatti sia disattivata in certi contesti rischia, infatti, di falsare la sperimentazione stessa, se ciò non è reso pubblicamente noto e, quindi, se non si tiene conto delle distorsioni che ne possono derivare.

Peraltro, non è chiaro a quale titolo la Regione in discorso abbia dato l’indicazione suddetta. Non risulta, infatti, che essa sia stata fornita a livello centrale, in particolare dal ministero dell’Innovazione, cui fa capo il processo di implementazione dell’App di contact tracing. Insomma, dopo i dubbi suscitati dall’assenza di trasparenza nelle fasi che hanno accompagnato la nascita della App – dalla costituzione del gruppo di esperti alla selezione di quella prescelta alle continue modifiche circa la sua configurazione – si addensano nuovi profili di opacità.

Inoltre, è particolarmente grave che l’avvertenza di disattivare il Bluetooth venga data con riferimento a strutture sanitarie: si tratta di luoghi “sensibili”, per i quali più di altri è necessario il monitoraggio dato il rischio che, essendo destinati ad accogliere persone malate, possano essere sedi di eventuali focolai. Il fatto che la regione chieda di rendere l’App inoperante proprio in tali sedi è stata motivata con la necessità di “evitare segnalazioni di falsi contatti”. Si tratta di una delle criticità che gli esperti hanno più volte mosso all’applicazione, in relazione a un’efficace azione di contenimento dei contagi. Come ha scritto l’avvocato Andrea Lisi, “l’app non è in grado di garantire dati esatti di rilevazione proprio a causa della attuale tecnologia mai testata in precedenza e che ci esporrebbe a un numero incredibile di falsi positivi, determinati da rilevamenti automatici spesso poco affidabili e inesatti”. Il rischio di “falsi positivi” è stato sottolineato anche dall’avvocato Bruno Saetta: può partire un alert “ad esempio se una persona si trova dal lato opposto di una parete porosa rispetto ad altra persona diagnosticata infetta”. E – continua Saetta – le conseguenze derivanti dalla segnalazione hanno un impatto notevole, in particolare quella dell’auto-isolamento. A quest’ultimo riguardo, appaiono palesi gli effetti che in una struttura ospedaliera potrebbe comportare la “quarantena precauzionale” – prevista dalla legge in caso di “contatti stretti” – di un numero consistente di operatori sanitari, considerati anche dalla disciplina antinfortunistica come persone ad alto rischio di contagio. Forse questo è il motivo che ha indotto la regione a chiedere la disattivazione del Bluetooth negli ospedali, ma è al contempo il motivo per cui sarebbe stata necessaria da parte della Regione stessa una maggiore trasparenza, con la precisazione delle motivazioni sottostanti. E magari ciò avrebbe indotto anche esponenti di governo a interrogarsi più concretamente sui profili problematici dell’applicazione.

Sembra opportuno concludere ribadendo un concetto essenziale: la scelta di usare una App che, per le caratteristiche che riveste, è idonea a influire sull’esistenze di chi la scarica, necessita chiarezza. Questa è la base della fiducia nelle istituzioni. Ma di trasparenza da parte delle istituzioni finora non se n’è vista molta, per usare un eufemismo.