Operaio pubblica 20 video su TikTok nei quali offende l’azienda: licenziato. Guadagnava 2.300 al mese

I video pubblicati su TikTok possono sembrare innocui, ma a volte il confine tra svago e conseguenze reali è sottile e rischioso. Lo ha scoperto un operaio di una ditta logistica coinvolta in lavori in appalto per la Montenegro a San Lazzaro di Savena, nel Bolognese, che ha perso il posto dopo aver diffuso sui social contenuti ritenuti lesivi per l’azienda e per la sicurezza sul lavoro.
I fatti risalgono allo scorso anno. L’uomo, assunto a tempo pieno e indeterminato, era impiegato nei magazzini della Montenegro per la movimentazione delle merci. Durante l’orario di lavoro, ha girato venti video destinati a TikTok, in cui criticava duramente la società. Nei filmati non solo usava un linguaggio colorito e offensivo, ma mostrava chiaramente macchinari, pallet, prodotti e i loghi della sua ditta e della Montenegro, muovendosi a bordo del muletto tra le corsie del magazzino.
Quando la direzione ha scoperto i video, ha avviato un procedimento disciplinare. Solo a quel punto l’operaio ha provveduto a rimuovere i contenuti dai propri profili, ormai già visualizzati da centinaia di utenti. Tuttavia, secondo l’azienda era troppo tardi: le riprese avevano violato la privacy, messo a rischio la sicurezza dei lavoratori e minacciato il rapporto tra la ditta appaltatrice e la Montenegro, uno dei colossi della logistica italiana.
In giudizio, l’uomo ha cercato di difendersi, sostenendo che i video fossero solo “goliardate” e parodie destinate a far ridere i colleghi. Ma il tribunale civile di Bologna, sezione lavoro, non ha condiviso questa interpretazione. Il giudice Alessandro D’Ancona ha confermato la legittimità del licenziamento, spiegando che “il diritto di critica non può valicare i confini delle offese, delle frasi scurrili e delle allusioni”.
La sentenza evidenzia che i video contenevano commenti e citazioni con un linguaggio offensivo, suggerendo gravi illazioni sulle condizioni di lavoro e sulle retribuzioni, ritenute tuttavia infondate dai giudici. È stato infatti verificato che l’operaio percepiva circa 2.300 euro al mese, cifra ritenuta coerente con il ruolo ricoperto.
Il tribunale ha sottolineato come il comportamento del lavoratore abbia rappresentato una violazione dei doveri di diligenza, correttezza e buona fede previsti dal contratto di lavoro. L’uso dei social durante l’orario di lavoro e la diffusione di immagini riconoscibili della ditta e della società appaltante hanno concretamente compromesso la sicurezza e il buon funzionamento delle attività aziendali.
In conclusione, il giudice ha confermato il licenziamento e disposto la compensazione delle spese legali a carico dell’operaio.
Un caso questo che rappresenta un esempio evidente di come la gestione dei social, soprattutto quando coinvolge contesti professionali e immagini di lavoro, possa avere ripercussioni molto serie. Quello che per l’operaio poteva sembrare un modo per sfogare qualche critica o, a suo dire, far sorridere i colleghi si è trasformato in una vicenda giudiziaria che gli è costata il posto, ma pure la reputazione.