Ha ucciso sua madre perché nutriva un ‘mai sopito disprezzo per la figura materna'. Questo, secondo i giudici, è stato il movente di Simone Santoleri, condannato a 24 anni di carcere per omicidio e soppressione  di cadavere per la morte della madre Renata Rapposelli. Il movente è stato indicato chiaramente nelle motivazioni della sentenza che ha condannato Santoleri a 24 anni e suo padre Pino, 70 anni, a 21 anni di carcere per omicidio volontario in concorso. Secondo i giudici gli elementi di prova a carico degli imputati “convergono in modo granitico nella rappresentazione del coinvolgimento diretto di Santoleri Simone nell’omicidio della madre quale autore materiale. Si tratta di indizi gravi, precisi e concordanti che scaturiscono dai fatti accertati e dalla logica”. Renata Rapposelli, pittrice anconetana, è stata strangolata nell'ottobre del 2017, nella casa del marito a Giulianova.

Nelle motivazioni della sentenza vengono messe a fuoco alcune dinamiche e in particolare come Simone nutrisse "un mai sopito disprezzo per la figura materna". Simone, come si legge "aveva manifestato in più occasioni uno spiccato interesse in merito alle vicende economiche che riguardavano il padre e la madre, con particolare riferimento all’assegno di mantenimento imposto a Santoleri Giuseppe nell’interesse di Renata Rapposelli". Il figlio della vittima aveva, inoltre, pronunciato, durante una conversazione con la sorella di poco precedente alla scomparsa della madre, alcune gravi minacce condizionate al protrarsi delle insistente della madre”.

Il Santoleri, per giunta, “aveva riconosciuto la propria responsabilità per l’omicidio di fronte ad alcuni detenuti”. Secondo i giudici “appare ragionevole che l’invito a Giulianova di Renata Rapposelli con il pretesto (falso) della grave patologia a carico di Santoleri Simone fosse stato funzionale a favorire l’avvio di ulteriori trattative con la persona offesa e a far desistere quest’ultima dal mantenere ferme le proprie pretese in ordine alle somme dovute per il mantenimento”. Da queste considerazioni i giudici hanno tratto la convinzione che l'omicidio non fosse premeditato ma che sia maturato nel corso di una lite per soldi tra Renata il suo ex marito e suo figlio. Da alcuni anni Simone, disoccupato, era il beneficiario della pensione di suo padre con cui divideva anche la casa. Questi beni, se Renata avesse avuto ragione delle sue richieste, avrebbero dovuto essere in parte divisi con lei, per coprire gli arretrati dovuti.