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“Non sapevo di averli scaricati”: assolto il ragazzo del lancio bici dai Murazzi per i video pedopornografici

Assolto il giovane condannato per il lancio della bici ai Murazzi di Torino. Aveva scaricato in maniera inconsapevole 22 video pedopornografici su Telegram scaricati in automatico senza mai guardarli. Attualmente è in carcere e deve scontare 9 anni e 6 mesi per tentato omicidio.
A cura di Biagio Chiariello
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Carabinieri ai Murazzi del Po, Torino
Carabinieri ai Murazzi del Po, Torino

Tre anni fa era finito al centro di una delle vicende più discusse della cronaca di Torino (e italiana in generale): il lancio di una bicicletta elettrica dai Murazzi del Po, che aveva lasciato tetraplegico lo studente di medicina Mauro Glorioso. Oggi quel ragazzo, indicato nelle carte come M.U., torna sulle pagine giudiziarie per un motivo completamente diverso. Il Tribunale per i minorenni lo ha assolto dall'accusa di detenzione di materiale pedopornografico: ‘Il fatto non sussiste'.

All'epoca dei fatti, febbraio 2023, M.U. aveva 17 anni. Arrestato insieme ad altri amici per quel gesto folle – una bici scaraventata dalla balaustra che colpì in pieno Glorioso –, finì in carcere. Fu proprio durante le perquisizioni successive che i carabinieri trovarono sul suo telefono 22 video con contenuti sessuali espliciti che coinvolgevano minori. Materiale scaricato da gruppi e canali Telegram, che fece scattare una nuova indagine pesantissima: pedopornografia.

Il ragazzo ha sempre negato tutto con decisione. "Quei video non sono miei, non li ho mai visti", ripeteva. E oggi il giudice gli ha dato ragione, chiudendo il procedimento con una formula piena: assoluzione perché manca l'elemento essenziale, la consapevolezza.

Il processo (celebrato con rito abbreviato) si è concentrato quasi interamente sulle perizie tecniche. Da un lato la consulenza della Procura minorile, affidata al professor Giuseppe Dezzani; dall'altro quella della difesa, curata dal tecnico informatico Daniele Occhetti. Entrambe hanno confermato la stessa dinamica: i file provenivano da chat Telegram e sono stati scaricati in automatico mentre il ragazzo scorreva i messaggi.

Il giudice Roberta Vicini, nelle motivazioni, entra nel dettaglio del funzionamento dell'app: è verosimile che i canali non abbiano rispettato le preferenze dell'utente sui contenuti; il download è avvenuto in background, senza che M.U. avesse il tempo o le condizioni per accorgersi di cosa stesse scaricando. I video, inoltre, non sono mai comparsi nella galleria principale del telefono, ma sono rimasti “confinati” dentro le chat di origine. Non c'è traccia di aperture, visualizzazioni complete o condivisioni.

Un passaggio chiave della sentenza riguarda proprio la scarsa familiarità con le logiche di Telegram, tipica di molti adolescenti: l'app conserva i file multimediali anche dopo la cancellazione delle conversazioni, senza avvisare chiaramente l'utente. Per il tribunale è plausibile che un minorenne non conoscesse questi meccanismi. Risultato: niente gestione attiva dei file, niente visione effettiva, niente dolo. La detenzione "non è consapevole" e quindi non integra il reato.

M.U., difeso dagli avvocati Michele Ianniello e Roberto Capra, sconta già una condanna a 9 anni e 6 mesi per tentato omicidio in relazione al lancio della bici. Su quel fronte nulla cambia. Ma su questo secondo filone – nato quasi per caso da un sequestro telefonico – arriva una svolta netta: non c'era volontà di possedere o diffondere quel materiale.

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