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Non c’è solo la “famiglia nel bosco”, la storia di due genitori: “Con l’affido abbiamo salvato nostro figlio”

Luca, un ragazzo che oggi ha 18 anni, 11 anni fa è stato letteralmente salvato da Matteo e Chiara grazie all’affido dopo un’infanzia di torture e abusi sessuali subiti dai suoi genitori biologici.
A cura di Davide Falcioni
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Non è il sangue, ma il cuore a renderci genitori e figli. Non sono i legami biologici, bensì l'amore e la cura le fondamenta perché una famiglia possa davvero definirsi tale. Ne sanno qualcosa Matteo e Chiara (i nomi sono di fantasia), una coppia che ha deciso di aprire le porte a un abisso di sofferenza per trasformarlo in speranza. Oggi Luca – il bambino che undici anni fa hanno preso in affido – ha appena compiuto diciotto anni. Per lo Stato italiano non è più un minore sotto tutela; per i suoi genitori affidatari, invece, questo compleanno è un traguardo che ha i contorni di una rinascita che sembrava impossibile. Nei giorni in cui una parte della politica strumentalizza la vicenda della "famiglia nel bosco" di Palmoli, descrivendo giudici minorili e servizi sociali come "ladri di bambini", la storia di Luca e dei suoi genitori affidatari Matteo e Chiara illustra meglio di molto altro qual è la realtà, e quali sono le ragioni che spesso portano all'allontanamento di un minore dai loro genitori biologici.

La storia di Luca inizia molto prima del suo arrivo in una casa accogliente di una città del nord Italia. Inizia in un contesto di degrado che la parola "trascuratezza" non riesce nemmeno a sfiorare. "Quando ci hanno presentato il caso di Luca – ricorda Matteo – ci parlarono di incuria grave. Ma la realtà superava ogni immaginazione". Il primo contatto dei servizi sociali con la famiglia biologica di Luca è infatti cristallizzato in un'immagine che toglie il fiato: "Durante una visita a casa della famiglia biologica, un assistente sociale vide Luca prendere un pacco di pasta cruda, rovesciarlo sul tappeto e iniziare a mangiare i chicchi da terra insieme ai fratelli. La madre non aveva preparato nulla per loro. Quando è arrivato da noi, a sette anni, Luca aveva un vocabolario di appena una decina di parole: diceva ‘pappa', ‘nanna', ‘pipì' e poco altro".

Il caso di Luca si presenta fin da subito come estremamente complesso, ma Matteo e Chiara – che da tempo avevano deciso di "aprire le porte" della loro casa – non si perdono d'animo e decidono ugualmente di avviare un percorso di affido. "Fin dai primi giorni Luca era estremamente goffo, aveva problemi evidenti di coordinazione motoria. Una volta, al supermercato, inciampò su un pallet e, invece di piangere, alzò le mani per proteggersi il volto, come se si aspettasse che lo picchiassi per la sua sbadataggine. Ma l’episodio più forte accadde davanti alla TV: stavano trasmettendo un telefilm dove un uomo veniva legato a una sedia. Luca esplose in un pianto disperato, iniziò a urlare e a dimenarsi in preda al terrore", racconta Chiara. "Solo più tardi abbiamo scoperto il perché. La mamma affidataria del fratello più piccolo di Luca, anche lui allontanato dai genitori, ci chiamò dicendo che il bambino aveva raccontato una cosa terribile: quando la madre biologica usciva per andare a trovare il padre, legava i figli alle sedie per ore. Luca restava legato finché non crollava dal sonno, con la testa appoggiata sul tavolo".

Matteo e Chiara scoprono così che fin da piccolo Luca non era solo stato trascurato dai suoi genitori biologici, ma che aveva subito violenze e abusi, anche sessuali. Come se non bastasse, i due genitori affidatari scoprono che il bambino ha anche una malformazione cardiaca mai diagnosticata in precedenza. Racconta Matteo: "Dopo un intervento al cuore, Luca era terrorizzato. Aveva l'Holter e i cavi del cardiogramma attaccati al petto. Mimò un gesto terribile: ci fece capire che la sua madre naturale tagliava i fili della corrente e glieli appoggiava sul braccio per dargli la scossa. Mimava lo spasmo del corpo sotto tensione elettrica. E la cosa più atroce che Luca ci disse, a gesti e poche parole, è che mentre accadeva, quella donna rideva. Per lei era un gioco". Non solo: ben presto i genitori affidatari scoprono anche che il bambino ha comportamenti sessualizzati precoci: "Metteva le mani sul seno o sulle natiche di Chiara perché era l’unico tipo di contatto fisico che aveva conosciuto. Aveva subito abusi dai genitori biologici, era cresciuto in un contesto di degrado totale, dove la violenza fisica e psicologica era la normalità quotidiana".

Per questo, da quando sentono parlare della "famiglia del bosco" di Palmoli e della decisione dei giudici di collocare i figli in una casa famiglia, Matteo e Chiara non si stupiscono: sanno che questo è quello che accade in Italia a decine di migliaia di minori, alcuni dei quali vengono presi in carico da genitori affidatari in attesa e nella speranza che quelli biologici risolvano i loro problemi: spesso accade, ma non sempre. Se c'è però qualcosa che suscita rabbia in Matteo e Chiara sono le semplificazioni di certa politica e le critiche ingiuste ai servizi sociali e ai giudici minorili che decidono l'allontanamento dei minori dai loro genitori naturali.

"Il sistema ha delle criticità, è innegabile. Ma l’idea che i giudici si divertano a strappare i figli alle famiglie ‘per sport' è una falsità pericolosa. L'allontanamento è l'estrema ratio. Nel caso di Luca, hanno provato in ogni modo a recuperare il rapporto con la famiglia d'origine, ma ci sono situazioni in cui la famiglia biologica non ha gli strumenti, la maturità o semplicemente la dignità per accudire un figlio. L'affido non è un ‘furto di bambini', è dare una possibilità di vita a chi altrimenti non l'avrebbe". dice Matteo. "Spesso – aggiunge Chiara – si dimentica che noi famiglie affidatarie siamo le prime a voler ricucire, dove possibile. Ma quando il legame è tossico o pericoloso, bisogna avere il coraggio di proteggere il minore. Luca, dopo gli incontri protetti in ‘spazio neutro' con i suoi genitori biologici, regrediva: ricominciava a farsi i bisogni addosso. Era la manifestazione fisica di un disagio che il tribunale non poteva ignorare".

Oggi Luca ha 18 anni. Matteo lo descrive come "un miracolo vivente". "Ha una malattia genetica rara, e non sappiamo quale sarà l'evoluzione, ma oggi lui è un ragazzo sereno. Gioca a Baskin (basket inclusivo), frequenta l'oratorio dove fa l'animatore ed è benvoluto da tutta la comunità. La scorsa settimana abbiamo festeggiato i suoi 18 anni. Non si esprime come i suoi coetanei, ama ancora creare braccialetti e collanine per tutti, e forse rimarrà per sempre un po' bambino. Ma ha raggiunto un'autonomia che nessuno credeva possibile. Finalmente siamo arrivati al punto di poterlo adottare legalmente, per dargli quella stabilità definitiva che ha sempre cercato. Tutto quello che è diventato è merito suo, della sua curiosità e della sua voglia di riuscire nonostante tutto il male che ha ricevuto. Noi siamo stati solo il terreno dove ha potuto finalmente germogliare in sicurezza".

La storia di Luca non è un caso isolato, ma è l'esempio di una realtà che in Italia coinvolge migliaia di bambini e bambine. Secondo i dati del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, al 31 dicembre 2024 si contavano infatti 15.870 minorenni inseriti in percorsi di affido familiare. Luca è solo uno degli oltre 370mila minori che, nel corso del 2024, sono stati seguiti dai servizi sociali.

Proprio per rispondere alle "inefficienze" denunciate anche da Matteo e Chiara, poche settimane fa il Senato ha approvato in via definitiva l'istituzione di registri nazionali per il monitoraggio dei minori in affidamento. Questo nuovo strumento legislativo mira a tracciare con precisione ogni percorso di accoglienza, garantendo un supporto costante all'attività di protezione delle istituzioni e impedendo che altri bambini rimangano invisibili per anni.

Nonostante la normativa italiana indichi l'affidamento familiare come misura prioritaria, i dati di fine 2024 mostrano che le comunità residenziali accoglievano ancora una quota superiore di minori, pari a 20.592 unità. Il "miracolo" della rinascita di Luca, reso possibile dal coraggio di Matteo e Chiara, evidenzia l'urgenza di potenziare questa rete di solidarietà. Perché se è vero che "non è il sangue, ma il cuore a renderci genitori e figli", è altrettanto vero che solo una struttura pubblica efficiente e trasparente può trasformare quel battito del cuore in un diritto garantito per ogni bambino.

Se anche tu hai una storia di affido familiare da raccontare scrivici qui.

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