“Mobbing al lavoro dopo aver chiesto di andare in maternità anticipata: ho sofferto di depressione”

"Per un anno ho sofferto di ansia e attacchi di panico dopo aver dovuto lasciare il lavoro. Tutto è iniziato da una maternità anticipata che non mi hanno voluto concedere, da lì è stata una spirale di mobbing e dispetti". A raccontarlo è Chiara (nome di fantasia ndr), mamma di due figli di 7 e 4 anni, che per oltre 9 anni ha lavorato in un negozio di abbigliamento di una grande catena. Come altre donne che hanno raccontato le loro storie di mamme-lavoratrici a Fanpage.it, preferisce non fare il nome dell'azienda. "Ho ancora molte difficoltà a parlare di quel posto. Ho cercato di andare avanti e chiudere quel capitolo della mia vita dopo il mobbing che ho subito, ma restano molte cicatrici psicologiche".
Tutto inizia nel 2018, quando Chiara resta incinta per la prima volta. "Lavorando in un negozio passavo molto tempo in piedi, così mi sono informata per capire cosa potessi fare. La legge 151 mi avrebbe permesso di chiedere la maternità anticipata, così ho comunicato ai miei datori di lavoro le mie intenzioni. Mi hanno chiesto di portargli un certificato di gravidanza a rischio che sarebbe stato chiaramente falso, così mi sono rifiutata".
La legge 151/2001, infatti, permette alle lavoratrici di chiedere la maternità anticipata anche in caso di impieghi gravosi e rischiosi per la salute e per la gravidanza, anche se non vi sono complicanze mediche in senso stretto. Tra questi impieghi, vi sono quelli che prevedono il sollevamento di pesi o mansioni da svolgere in piedi per oltre il 50% del turno di lavoro. Chiara avrebbe potuto avvalersi della norma, lavorando solitamente per molto tempo in piedi in negozio, e dopo essersi informata aveva provato a chiedere ai datori di lavoro.
"Loro volevano un certificato di gravidanza a rischio, ma non era quello il caso – ha ricordato -. Il mio lavoro era considerato gravoso per la mia condizione, quello che chiedevo era a norma, mentre il certificato che avrebbero voluto loro, no. Mi sono rifiutata e mi sono rivolta all'Ispettorato del Lavoro che è intervenuto. Davanti alla possibilità di essere multati o denunciati, mi hanno concesso la maternità anticipata ma da lì la mia vita lavorativa è diventata un incubo tra mobbing e dispetti".
Al suo ritorno dalla maternità, secondo quanto racconta Chiara, i datori di lavoro avrebbero iniziato a non corrisponderle lo stipendio, pagandola al limite dei 60 giorni, mentre ai colleghi lo stipendio veniva regolarmente corrisposto il 10 del mese, il limite per il contratto nazionale per il commercio. "Ho dovuto rivolgermi a un avvocato e siamo andati avanti così fino a quando il mio legale non si è fatto sentire con l'amministrazione. A quel punto hanno iniziato a pagarmi regolarmente, ma si sono rivalsi sulle ferie. Se chiedevo il lunedì di ferie, per esempio, il giovedì prima mi dicevano che non me le avevano concesse. Io magari mi ero già organizzata e dovevo disdire tutto. Magari poi me le accordavano di sabato, quando ormai avevo già rimandato i miei impegni".
Oltre alle ripicche sulle ferie e sullo stipendio, Chiara ha iniziato a subire anche continui rimproveri via email. "Improvvisi – ci tiene a specificare – perché io ho passato più di 9 anni in quella catena ed ero anche diventata responsabile del punto vendita dove lavoravo. Nessuno prima della mia prima gravidanza si era mai lamentato del mio lavoro, invece da quel momento in poi avevano iniziato a scrivermi continuamente per dirmi che le cose non andavano bene".
Il tutto è peggiorato con la seconda gravidanza di Chiara, quando al rientro dalla maternità, nel 2019, ha trovato una nuova responsabile del punto vendita assunta al suo posto. "Nessuno mi aveva detto nulla, ovviamente. Il mio stipendio era rimasto lo stesso, formalmente non c'era stato un demansionamento, ma dal punto di vista del lavoro mi avevano fatto regredire. Ero arrivata a non chiedere neppure i congedi parentali perché avevo paura che mi accusassero di approfittarne: per ogni febbre dei miei figlio o necessità mi sono organizzata con le babysitter o con mia madre, al lavoro sono sempre andata".
Una volta sola, racconta Chiara, avrebbe provato a chiedere un permesso ritrovandosi poi trasferita per una settimana per punizione nel punto vendita di Noventa di Piave, situato a diversi chilometri da casa. "Tutto questo è andato avanti fino al 2025, quando poi mi sono licenziata" ricorda Chiara. "La goccia che ha fatto traboccare il vaso è arrivata nel 2024, quando sotto il periodo di Natale ho avuto la polmonite. Sono stata ricoverata in ospedale per una settimana e il medico mi ha detto di restare a casa per 15 giorni circa. Ovviamente ho presentato un regolare certificato, evitando perfino di prendermi gli altri 5 giorni consigliati dai dottori per tornare in negozio per il periodo dei saldi. Per tutta risposta, dopo 10 giorni mi hanno inviato una lettera di trasferimento a circa 39 km di distanza dalla mia residenza. Un cambio di sede del tutto ingiustificato ma mantenuto nel chilometraggio previsto per legge, quindi ho dovuto capire con l'avvocato come fare. Alla fine sono comunque riuscita a licenziarmi per giusta causa, ma ho sofferto di ansia e depressione per diverso tempo".
Chiara ha raccontato infatti di aver avuto un attacco di panico subito dopo aver appreso del trasferimento, finendo in ospedale. "Per mesi sono andata avanti a psicofarmaci e dovevo vedere una psicoterapeuta – ricorda -. Tutto questo con due figli piccoli. Non è stato facile".
Oggi Chiara ha un nuovo lavoro ed è felice del suo impiego. "Mi sono resa conto che per 9 anni ho vissuto cose terribili. La mia ansia è diminuita col tempo, così come la depressione. Mi sento davvero fortunata ad aver avuto un lieto fine". Chiara ci racconta di aver deciso di non procedere per vie legali con l'azienda nella quale lavorava prima. "Avevo paura di dover affrontare anni di battaglia legale, di stare ancora male. Ho scelto di chiudere il capitolo dopo aver concluso il contratto di lavoro. Nel posto in cui mi trovo adesso sono rispettata come lavoratrice, come persona e come madre".
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