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Maurizio Minghella, il serial killer delle prostitute condannato a scontare oltre 200 anni di carcere

Chi è Maurizio Minghella, il serial killer delle prostitute che ha concentrato i suoi omicidi tra il 1978, a Genova, e il 1996 e il 2001, a Torino, mentre si trovava in regime di semilibertà. Oggi sta scontando la sua pena al regime di 41 bis per gli omicidi di quattordici donne, di cui dieci prostitute.
A cura di Anna Vagli
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Maurizio Minghella
Maurizio Minghella

Maurizio Minghella è uno spietato serial killer italiano che ha concentrato inizialmente la sua attività criminale nel 1978. Per poi tornare a colpire tra il 1996 e il 2001, quando si trovava in regime di semilibertà.

Oggi è in carcere il "Travoltino della Val Polcevera", questo era il nomignolo di Minghella. Un nomignolo mutuato per la sua nota passione per la disco-music e per le balere. Tanto da essere assimilato a John Travolta durante le sue esibizioni di paese.

Nato e cresciuto nelle case popolari di Bolzaneto, a Genova, la sua vita, così come la sua carriera delittuosa, è stata largamente segnata dalla morte del fratello Carlo a seguito di un incidente automobilistico. Dopo averlo visto in obitorio, infatti, divenne affetto da un attaccamento morboso nei confronti dei cadaveri.

A causa di un’asfissia neonatale, Minghella sviluppò un lieve ritardo mentale e riuscì a parlare e camminare solamente in tarda età. Il padre Giulio abbandonò lui e i suoi fratelli quando aveva solamente cinque anni. La madre si era rifatta una vita, ma il suo nuovo compagno non faceva altro che picchiare lei e Minghella. Verosimilmente, contribuendo ad accrescere i suoi primi istinti omicidi.

Maurizio Minghella verrà bocciato nove volte in seconda elementare e rifiutato molteplici volte anche dall’esercito. Iniziò a rubare per mantenersi. Molto giovane sposò una ragazza minorenne. E l’esperienza avuta con lei segnerà definitivamente la sua carriera criminale e le sue perversioni sessuali.

La giovane ebbe un aborto spontaneo e sarà lo stesso killer a raccontare che quella “fontana che grondava di sangue, nella quale provavo a immergere le mani per fermarla” fomenterà la contemporanea attrazione e repulsione per il ciclo mestruale di quelle che diventeranno le sue vittime.

Maurizio Minghella
Maurizio Minghella

Gli omicidi di Genova

L’attività omicidiaria di Maurizio Minghella cominciò il 18 aprile 1978 quando uccise Anna Pagano, ventenne tossicodipendente che si manteneva il vizio della droga prostituendosi.

La testa della donna era stata fracassata a colpi di pietra ed era stata rinvenuta completamente nuda. Al momento della morte era nel periodo mestruale. Sulla sua schiena e sulle sue cosce erano state trovate scritte del seguente tenore: “Moro” “Brigate Rose”. Sulla parte interna della borsa della giovane, poggiata fra la spalla e il braccio destro, c’era incisa l'espressione “Bricatet Rose”. Addirittura, con accanto lo stemma della stella a cinque punte. Nel retto della Pagano, era stata introdotta una penna biro con la dicitura “Mob. Cavit s.p.a. Pesaro”. A poca distanza dal cadavere erano stati rinvenuti i suoi vestiti e il contenuto della borsa che le era stata strappata.

La seconda vittima è stata Alba Maria Catena. Il suo corpo, privo degli indumenti intimi con il reggiseno tirato sopra il seno, veniva ritrovato appoggiato al tronco di un albero, cui era vincolato da una sottile fune di canapa. Fune che, dopo essere stata incrociata e serrata sul collo, con doppia volta a forte trazione, strozzava insieme fusto e collo. Sparsi sul suolo, a breve distanza dal cadavere, si trovavano gli indumenti di Alba Maria. Tra questi vi erano un paio di pantaloni di velluto bianco che presentavano la cerniera rotta con uno strappo violento e un assorbente igienico macchiato di sangue.

Il decesso era dipeso da asfissia meccanica violenta per strangolamento. Alba Maria aveva il ciclo mestruale e nella sua vagina erano presenti spermatozoi. Inizialmente venne fermato l’ex fidanzato. Ma il 31 agosto, sulle alture di Genova, venne rinvenuto un altro corpo esanime: quello di Maria Strambelli. Anch’essa strozzata dopo essere stata abusata sessualmente.

Il 3 dicembre 1978 Minghella si macchiò dell’ultimo omicidio prima di essere scoperto. Anche Wanda Scerra era stata violentata prima di essere barbaramente uccisa. Era stata colpita con un pugno allo stomaco e poi soffocata con la cintura del suo impermeabile. È morta dopo essere stata gettata in una scarpata a seguito di una lunga agonia.

Minghella fu scoperto grazie a un testimone che si era ricordato di averlo visto approcciare la prostituta. L’uomo, interrogato il giorno stesso, confessò solamente l’omicidio di Maria Catena Alba e di Wanda Scerra. La perizia calligrafica disposta sulla scritta “Brigate Rose”, incisa sul corpo di Anna Pagano, fu sufficiente ad incastrarlo anche per il primo delitto.

Ma fu tradito anche dal suo modus operandi e dalla sua parafilia: quella per il sangue delle prede. Un sangue legato al ciclo mestruale.

La prima perizia psichiatrica per gli omicidi di Genova del 1978

L’esame psichico permetteva di intravedere una psicodinamica complessa alla base di questa struttura di personalità: una figura femminile, quella materna, vissuta in maniera negativa ambivalente. Quella paterna, invece, si era rivelata del tutto inesistente. Dato che era stato abbandonato.

Le caratteristiche di personalità, però, non assumono rilievo psicologico sotto il profilo di infermità mentale. Possono invece contribuire a spiegare almeno in parte il comportamento aggressivo e distruttivo del soggetto qualora venisse dichiarato responsabile dell’omicidio delle quattro donne.

In questo senso, i periti hanno fatto presente che se Minghella si fosse dimostrato durante l’esame meno evasivo e generico e dunque si fosse meno trincerato dietro un costante atteggiamento difensivo, la perizia avrebbe permesso di fornire una panoramica molto più completa e dettagliata sulla sua personalità.

In ogni caso gli esperti hanno potuto rilevare l’esistenza di alcune difficoltà sessuali, come episodi di eiaculazione precoce, timore di non riuscire a completare il rapporto sessuale e di sentirsi sminuiti di fronte alla partner. Specie se di bell’aspetto.

In particolare, l’ipotesi di maggior credito è che alla base dei delitti commessi, possa esservi stata una manifestazione di perversione sessuale, ad esempio una componente sadica, o comunque una complessa motivazione psico-sessuale.

I periti però avevano anche sottolineato come non sia scontato che una grave perversione sessuale sia di per sé in grado di incidere sulla capacità di intendere e volere. Per tali ragioni, esclusero che Maurizio Minghella, nel momento in cui uccideva Anna Pagano, Maria Catena Alba, Maria Strambella e Wanda Scerra, non fosse, per infermità psichica, in tale stato di mente da escludere o da scemare grandemente le sue capacità di intendere e volere. Dunque, nessuno sconto di pena.

Il primo processo

Dopo essere stato fermato nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 1978, la Corte d’Assise di Genova lo condannò all’ergastolo per i cinque omicidi commessi. Minghella venne ristretto nel carcere di massima sicurezza di Porto Azzurro. Dal momento del suo ingresso in carcere, professò sempre la sua innocenza. E fu in grado di convincerne anche don Andrea Gallo.

Nel 1995 iniziò a beneficiare del regime di semilibertà e venne trasferito nel carcere delle Vallette di Torino. Proprio a Torino entrerà nella comunità di Don Ciotti e in una delle cooperative del gruppo Abele, dove lavorava come falegname dalle 17 alle 22. Tutti ne parlavano bene e ne dipingevano un’immagine ben lontana da quella del mostro di Genova. Ma presto sarebbe iniziata la seconda stagione degli omicidi.

Le vittime di Torino

La prima vittima è stata la prostituta Sulejamani Herjona, alias Mimi Mimidi Marianthi. Il suo corpo senza vita venne rinvenuto la mattina del 2 agosto del 1996 a Reano, in provincia di Torino. La donna era morta dopo aver subito delle profonde ferite al capo, probabilmente provocate con un oggetto contundente.

La mancanza di nerofumo nelle vie aeree e l’assenza di carbossiemoglobina nel sangue facevano concludere che la giovane era già morta prima che Minghella le desse fuoco. La seconda vittima della nuova tornata di sangue non è mai stata identificata.

È toccato poi a Loredana Maccario, il 22 marzo 1997. La donna è stata barbaramente uccisa nell’abitazione dove svolgeva attività di prostituzione. Il cadavere è stato rinvenuto in parte coperto dal lenzuolo e con alcuni indumenti – reggiseno, camicia e calze – ancora indossati.

A differenza delle altre vittime, il corpo della donna sembrava essere stato spostato dal suo assassino. Poco più di due mesi dopo, il 24 maggio 1997, Maurizio Minghella strangolò la prostituta Fatima H’Didou. E lo fece con il laccio di una tuta da ginnastica. Sulla coscia della donna verrà ritrovato un preservativo contenente sperma dell’uomo. Un errore che gli costerà molto caro.

Seguiranno altre quattro vittime: Carolina Gallone, Nada Shehu, Giuliana Vilali e Cosima Guido. La causa del decesso era stata per tutte quella di matrice asfittica. Fa rabbrividire la modalità omicidiaria impiegata per quest’ultima. Minghella utilizzò un fazzoletto in seta rinvenuto stretto al collo della donna e annodato anteriormente.

L’ultima preda del Travoltino fu Tina Motoc, prostituta di vent’anni e madre di una bambina di due anni residente in Romania. Venne uccisa nella notte tra il 16 e il 17 febbraio 2001.

La morte è stata conseguenza della combinazione di un’anemia metaemorragica, di lesioni neurologiche e di asfissia meccanica conseguenti a un grave trauma cranico e all’applicazione di un laccio al collo costituito da calza di nylon, collegato con una legatura ai due polsi, che erano posti dietro al dorso. Dunque, una morte per incaprettamento. Una modalità usata per uccidere in modo tale che la vittima si strangoli letteralmente da sola.

Loredana Maccario, Carolina Gallone, Nada Shehu
Loredana Maccario, Carolina Gallone, Nada Shehu

Gli omicidi di Torino, 1996-2001, e il modus operandi

Maurizio Minghella aveva imbrogliato tutti. Così, concessa la semilibertà, era tornato a colpire. Questa volta a Torino, dove era stato trasferito per lavorare come falegname per una ditta del Gruppo Abele. A quell’epoca, corresse parzialmente il suo modus operandi. Dimostrando di prediligere una categoria ben precisa di vittime: donne, nella quasi totalità dei casi prostitute, per lo più giovani e straniere.

Prima ne abusava sessualmente e poi le uccideva. Le donne venivano uccise per strangolamento o soffocamento. Tutti i cadaveri presentavano lesioni traumatiche vitali, prevalentemente al capo, conseguenti a percosse o all’utilizzo di un corpo contundente. In alcuni casi, i corpi esanimi delle prostitute sono stati rinvenuti parzialmente denudati e in parte bruciati.

Ciò avveniva generalmente in luoghi appartati, immersi nella vegetazione. Anche alla luce della “professione” delle vittime prescelte.

Dapprima spogliava interamente le sue vittime – o le costringeva a farlo – poi le violentava. Talvolta faceva uso del preservativo che lasciava sulla vittima, come tra i capelli, sulla scena del crimine o comunque nelle immediate vicinanze. Solo una volta consumato il rapporto sessuale, Minghella metteva in atto il piano omicidiario.

Gli omicidi sono stati tutti commessi in giorni e orari compatibili con le prescrizioni inerenti al regime di semilibertà del Minghella ovvero prevalentemente nei giorni di sabato e domenica e in orari non coincidenti con quelli lavorativi vale a dire in occasione del rientro a casa dopo il lavoro presso la Cooperativa.

Come aggrediva le sue prede

Minghella si è macchiato, oltre che di omicidi, anche di alcune aggressioni in danno delle prostitute. Perfino negli episodi di violenza, il serial killer seguiva sempre il medesimo copione. Avvicinava le prostitute a bordo di scooter rubati e, dopo aver promesso un compenso elevato, si appartava con le stesse in un posto isolato, le immobilizzava e iniziava a picchiarle sferrando pugni.

In qualche occasione, si avvaleva anche di un coltello per minacciarle verbalmente. La ferocia di Minghella, secondo le testimonianze, era nella maggior parte dei casi ingiustificata. In altri casi, invece, scaturiva dal rifiuto della donna di consumare un rapporto sessuale non protetto. Ad ogni modo, l’escalation violenta precedeva sempre la consumazione di atti sessuali.

In aggiunta, in tutti gli agguati Minghella sottraeva alle malcapitate la borsetta. Non soltanto per rubare il denaro, ma anche per inferirne le generalità e l’indirizzo. E, dunque, per imporre loro il silenzio. Dato che, in caso contrario, avrebbe saputo dove trovarle. E proprio le minacce e la frequente mancanza del permesso di soggiorno inducevano le vittime, prostitute per lo più extracomunitarie, a non denunciare l'aggressione.

Dopo essere state picchiate, tutte le prostitute venivano sottoposte a pratiche sessuali diverse, in prevalenza quelle sodomitiche. Quasi tutte le donne aggredite riferivano che Minghella aveva difficoltà a raggiungere l’orgasmo. Inoltre, il Travoltino della Valpolcevera aveva motivato la decisione di non uccidere le vittime in considerazione dell’assenza di sangue mestruale nelle stesse. Persino le aggressioni sono avvenute in giorni e orari compatibili con le prescrizioni inerenti al regime di semilibertà del Minghella.

La seconda perizia psichiatrica

La seconda perizia psichiatrica sullo stato di mente, capacità processuale e pericolosità sociale di Maurizio Minghella, è stata depositata dai periti Dott. Enzo Bosco, Dott. Franco Freilone e Prof. Salvatore Ruberto, in data 15 febbraio 2002. Dunque, in relazione agli omicidi commessi a Torino.

Nella sua seconda fase omicidiaria, difatti, Minghella era imputato per i reati plurimi, aggravati e continuati di: omicidio volontario, lesioni personali, violenza sessuale, rapina e distruzione di cadavere. Dieci le donne uccise, undici quelle aggredite.

Secondo i periti, Minghella presentava sotto il profilo clinico e diagnostico, un livello intellettivo ai limiti della deficitarietà, c.d intelligenza borderline. Una zona di confine tra i valori minimi dell’intelligenza e un ritardo mentale di grado lieve.

Una condizione sicuramente capace di influire sulle abilità adattive e sugli atteggiamenti concreti di Minghella. Ma in concreto non ha mai comportato per l’uomo né segni di deterioramento cognitivo né di ritardo mentale grave. Portando così a escludere che lo stesso Minghella potesse aver ucciso in preda a delle pseudo allucinazioni, di illusioni o delle distorsioni della realtà.

Allucinazioni non attribuibili nemmeno alla dipendenza da sostanze. Difatti, era emerso che l’uomo in passato aveva fatto uso di droghe leggere e di alcol, ma niente di clinicamente rilevate. Constatazioni avvalorate anche dallo stile di vita tenuto in carcere, dal momento che era dedito all’attività in palestra e all’atletica.

Il secondo processo

Dopo l'arresto del 7 marzo del 2001, a casa di Minghella vengono rinvenuti i cellulari delle prostitute uccise con il numero di matricola cancellato. L'uomo, però, commetterà un errore ancor più grave. Il giorno di San Valentino aveva infatti regalato alla sua fidanzata il cellulare rubato a Tina Motoc.

Minghella venne così fin da subito sospettato per gli omicidi di tutte le prostitute. Ma il 4 aprile 2003 la Corte D’Assise di Torino lo condannò all’ergastolo solo per l’omicidio di Tina Motoc e a trent’anni di carcere per gli omicidi di Cosima Guido e Fatima H’Didou. Dopo due tentativi di evasione, oggi si trova ristretto nel carcere di Pavia al regime del 41 bis. Dovrà scontare una pena totale di duecento anni di reclusione.

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