Alla fine il rischio è davvero di idealizzare i "colletti bianchi" dimenticandosi che Cosa Nostra mantiene le profonde radici agricole che per anni hanno garantito un'efficiente catena di comunicazione. Allora guardiamolo e riguardiamolo cento volte il video dei due anziani che in contrada Lippone, come chiamano quei fazzoletti di erba alta e polvere raggiungibili da una grulla stazzera che porta alla masseria: riguardiamo quei due vecchietti che si baciano sulle guance illuminati di sguincio dai fari di una vecchia Panda come si salutano i pensionati sotto il sole della piazza; solo che questi sono i terminali nervosi del dispositivo di comunicazione del latitante più importante di Cosa Nostra.

Gli undici arresti effettuati appena prima dell'alba nell'ambito della complicata operazione "Ermes" coordinata da Paolo Guido, Carlo Mazzella e dal Procuratore aggiunto Teresa Principato, sono i "postini" di Matteo Messina Denaro, da molti ritenuto l'ultimo "capo dei capi" di Cosa Nostra che dalle stragi del '92 ad oggi ha seguito un'irresistibile ascesa all'interno dell'organizzazione. E' un uomo con molti amici, Messina Denaro, e anche grazie a loro è riuscito a festeggiare i 22 anni di latitanza rimanendo (secondo i magistrati) mai troppo lontano dalla provincia di Trapani in cui è cresciuto.

L'indagine (che è la naturale prosecuzione delle operazioni "Golem" e "Eden") ha evidenziato come gli ordini del boss venissero diffusi attraverso dei "pizzini", foglietti appallottolati nel nastro adesivo, e smistati in aperta campagna, nascosti tra i sassi. Metodi da bianco e nero coordinati da Vito Gondola, u zu Vitu coffa, ritenuto il capomandamento di Mazara del Vallo, uno dei pochi ad avere avuto l'onore di sedere alla destra di Totò Riina. Gondola, 77 anni, nel 2012 è stato intercettato mentre parlava con il proprietario della masseria di contrada Lippone, Michele Terranova, nascondendo gli "appuntamenti" dietro un arcaico linguaggio di concimi, pecore, ricotta e favino (mangime per maiali): tra la merda e il pelo in realtà si nascondevano i segnali convenuti perché Terranova convocasse un altro vecchio mafioso, Michele Gucciardi, e la comunicazione di Messina Denaro potesse avere inizio.

Un lavoro di indagine delicato e complicatissimo che è stato reso possibile grazie a registratori ambientali nascosti nell'erba alta e potentissime telecamere nascoste: ne prendano nota coloro che ancora non hanno capito la fondamentale importanza del metodo delle intercettazioni. La speranza degli investigatori di arrivare a Messina Denaro si è scontrata su un'improvvisa frenata nel giro di "postini" dovuto probabilmente ad un momentaneo allontanamento del boss dalla zona del trapanese e per questo si è preferito agire nel tentativo di spezzare almeno la catena postale.

Fogli sputazzati e una risposta che doveva arrivare entro quindici giorni: Matteo Messina Denaro dimostra, ancora una volta, di tenere fede al vecchio sistema di smistamento degli ordini già utilizzato da Bernardo Provenzano. I pizzini andavano distrutti subito dopo la lettura, la risposta doveva pervenire entro 15 giorni, e la ragnatela contava anche qualche "professionista per bene" della zona: Mimmo Scimonelli il titolare di un Despar di Castelvetrano e l'architetto Ugo Di Leonardo, ex funzionario del Comune di Santa Ninfa. Bovari e borghesi. Insieme.

Mentre Matteo Renzi e il Ministro Angelino Alfano esultano per l'operazione augurandosi di arrivare quanto prima all'arresto della primula di Cosa Nostra, lui,  Messina Denaro, il puparo tra mangimi e concime, continua la sua latitanza. Che poi davvero basti qualche fiancheggiatore del paese per garantire un'imprendibilità così lunga ce lo dirà la storia. Si spera. E ci crederanno solo gli ingenui.