Maria Dotta, centenaria tra le prime donne a votare nel 1946: “Scelsi la Repubblica”

"Ero emozionata, felice. C'era il sollievo della guerra finita, e finalmente anche noi donne potevamo votare, cosa che prima non era un nostro diritto. Era una novità". Ripensando alla sua prima volta alle urne si illumina ancora oggi Maria Dotta, classe 1921 e, dunque, 104 anni compiuti lo scorso novembre. Originaria di Savigliano, nel cuneese, Maria (Marianna, all'anagrafe) è tra le primissime donne ad aver potuto votare, il 10 marzo 1946. 80 anni fa esatti.
Si tratta di una pagina di storia forse poco conosciuta: prima ancora che il 2 giugno '46 – referendum tra Monarchia e Repubblica – le italiane poterono recarsi alle urne per la prima volta proprio nel mese di marzo di quell'anno, in occasione delle elezioni amministrative che si tennero in alcuni Comuni italiani. Un diritto che era stato riconosciuto poco prima, con un decreto del febbraio 1945 emanato durante il governo Bonomi.
Le elezioni post-belliche si svolsero in diversi turni fino al mese di aprile, e furono storiche anche perché per la prima volta le donne poterono essere elette.
La storia di Maria Dotta
La città di Maria, Savigliano, era tra quelle chiamate ad eleggere il sindaco. Lei aveva 25 anni, l'età minima prevista dalla legge, e non perse l'occasione. "Venne a prenderci in auto Giovanni Marino – ricorda la centenaria – che era uno dei candidati a sindaco ed era nostro parente (Marino verrà poi eletto alla guida di Savigliano, ndr). Ci portò a votare: c'era la mia famiglia e anche mia madre, che era nata nel 1900. Eravamo le prime ad avere quel diritto, ero contenta, felice. Dopo il periodo brutto della guerra quella era una grande novità per noi". E anche se i dettagli non li ricorda in profondità ("È passato talmente tanto tempo!", dice quasi scherzando) l'emozione negli occhi è ancora viva.

Maria e la sua famiglia torneranno alle urne pochi mesi dopo, al referendum del 2 giugno per scegliere l'assetto politico dell'Italia ed eleggere l'Assemblea Costituente. "Noi andammo tutti a votare, volentieri! Scegliemmo la Repubblica".
Origini contadine e una vita passata a lavorare duramente, soprattutto in campagna, Maria ricorda ancora nitidamente il periodo buio del Ventennio e le difficoltà della guerra. Da quando, bambina, venne "obbligata dalle suore a recitare una poesia al Duce, venuto in visita in città", a quando, insieme al padre e alla sorella più piccola, raccoglieva e scaricava pietre "per fare il fondo necessario alle piste di aerei per i tedeschi".
Durante gli anni della guerra Maria conobbe colui che sarebbe poi diventato suo marito, Pierino Viti, classe 1911 e partigiano col nome di battaglia di “Renato”. Lui era un aviatore originario di Cremona, giunto in Piemonte a causa del conflitto. "Non avrebbe dovuto fare il militare – spiega Maria – perché era l'unico figlio maschio della sua famiglia, e suo padre era un mutilato della Prima guerra mondiale. Però rifiutò di prendere la tessera fascista, e così si fece più di otto anni di guerra". Ricorda ancora affettuosamente il primo incontro. "Lui mi ha detto: ‘Mi piacerebbe conoscere una bella ragazza'. Ed io gli ho risposto: ‘Anche a me piacerebbe conoscere un bel ragazzo'. Poi ci siamo incontrati nuovamente in città, e ci siamo fidanzati". Evidenzia poi con ironia: "Ho sempre detto: ‘Piuttosto mi faccio suora, ma non sposerò mai un paisàn!'", e così è stato.

Anche per il marito Pierino (scomparso da qualche tempo) gli anni della guerra non furono facili, con il rischio costante di essere braccato, specie quando portava di nascosto il cibo ai partigiani nelle vallate del cuneese.
"Lui – racconta Maria – si è salvato per un pelo. La guerra era già finita da un paio di giorni, ma venne preso dalle Camicie nere, insieme ad un concittadino e ad un sacerdote. Venne incarcerato e malmenato: andai anche a trovarlo, ma aveva la faccia talmente sfigurata, con zigomi e mandibola rotti, che non lo riconobbi. Un tenente fascista ripeteva a mio marito: ‘Sei pronto stasera alla fucilazione?'. Ed io, disperata: ‘Non dica così! Ci dobbiamo sposare!'". "A un certo punto – aggiunge – Pierino venne messo al muro, pronto per essere fucilato. Ma gli Alleati erano già arrivati in un paesino vicino, sarebbero giunti a Savigliano di lì a pochi minuti. E così, in extremis, fu risparmiato. Il parroco corse ad avvisarmi: ‘Guarda che Pierino viene via! Lo hanno lasciato libero'".
Dopo la fine del conflitto, lui verrà insignito della croce di Cavaliere, attribuitagli "da Sandro Pertini, che conosceva personalmente".
La vita dopo la Liberazione
Dopo la Liberazione, Maria e il marito si trasferirono per un periodo a Cremona, nel 1948. Ma lei faticava a inserirsi nella mentalità cremonese, e così nel 1953 tornarono in Piemonte ed avviarono una salumeria-gastronomia. "Saviàn mi piaceva di più, c'è poco da dire" spiega con poche parole la centenaria.
Lucida, in buona salute e perfettamente autosufficiente, Maria trascorre ora le sue giornate in tranquillità, accudita amorevolmente dal figlio Gualtiero, dalla nuora Silvana e da quattro nipoti. "Ama perdersi a guardare il fuoco della stufa – confida il figlio – forse perché la riporta con la mente ai ricordi di un tempo. Mangia sempre con appetito, non rinunciando di tanto in tanto ai dolci, che ama molto. L'anno scorso, a 103 anni, ha perfino partecipato al soggiorno marino in Liguria organizzato dal Comune, lasciando basito tutto il pullman per lucidità e presenza".
Alla domanda finale, se la vita fosse migliore un tempo oppure ora, Maria sospira: "Non saprei nemmeno io che dire". Forse anche questa, a suo modo, è una risposta.