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15 Aprile 2022
13:05

“Le parole uccidono, denunciate sempre”, la polizia mette in guardia dai rischi del web

Ogni giorno la Polizia di Stato riceve centinaia di denunce per reati che si consumano sulle piattaforme social e coinvolgono soprattutto minori. La sovrintendente Anna Curcuruto: “Bisogna denunciare. Noi non siamo qui per giudicare, noi siamo qui per ascoltare”.
A cura di Francesca Lagatta
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Il web è un posto virtuale, ma non troppo. Lo sa bene la Polizia di Stato che ogni giorno riceve centinaia di denunce per reati che si consumano molto spesso sulle piattaforme social e coinvolgono soprattutto i minori. Si tratta di episodi gravissimi che possono trasformarsi in veri e propri drammi. In cima alla classifica ci sono adescamenti e cyberbullismo, adulti che con l'inganno attirano a sé ragazzini inconsapevoli per i motivi più disparati e utenti che vomitano odio su tutto e tutti per il solo gusto di ferire qualcuno. Ne abbiamo parlato con la Polizia di Stato in una tappa calabrese della manifestazione "Una vita da social", la campagna di sensibilizzazione contro i rischi della rete giunta ormai alla sua IX edizione. La carovana di recente è arrivata anche a Tropea, in provincia di Vibo Valentia. All'evento hanno partecipato centinaia di studenti accompagnati dai loro insegnanti e molti di loro hanno raccontato di aver vissuto in prima persona episodi spiacevoli, come ad esempio quello del furto di identità. I poliziotti presenti hanno spiegato che anche i malintenzionati della rete si possono arginare. "Bisogna denunciare – ha detto la sovrintendente Anna Curcuruto -. Noi non siamo qui per giudicare, noi siamo qui per ascoltare. Qualunque cosa sia successa, bisogna chiamare la Polizia".

La responsabilità dei genitori

Un momento della tappa
Un momento della tappa "Una vita da social" a Tropea

Forse molti non ricorderanno il nome della sovraintendente, ma negli ultimi mesi il suo volto è apparso in centinaia di migliaia di pagine social. Anna Curcuruto, in servizio all'ufficio di Polizia Postale di Reggio Calabria, da anni si occupa di fornire agli studenti gli strumenti giusti per potersi difendere in rete e proprio in uno dei tanti incontri aveva parlato ai ragazzi a cuore aperto: "Quando i vostri genitori vi danno un cellulare vi consegnano un'arma, le parole uccidono". E poi giù un elenco di bambini e adolescenti che si sono uccisi a causa delle offese e degli insulti ricevuti sul web, a cominciare da Edith, 8 anni appena, trovata morta in un armadio, a finire a Eliana, 15 anni, passando per Matteo, Stefano, Amanda. Quel video è finito sul web e in poco tempo ha macinato migliaia di visualizzazioni. Durante quel discorso, risalente al 2019, la sovrintendente se la prese non solo con gli odiatori seriali, i cosiddetti haters, ma anche con i genitori dei ragazzi, a suo parere troppo distratti, e non solo. "La gente si uccide e noi andiamo oltre. E i bambini non sanno neanche allacciarsi le scarpe perché i genitori sono troppo impegnati a dire cattiverie su un gruppo WhatsApp, i gruppi WhatsApp delle mamme, ragazzi, sono l’aberrazione del genere umano". Tre anni dopo, l'abbiamo incontrata a Tropea: "Io credo che quel video sia diventato virale – ha detto la Curcuruto a Fanpage.it – perché ho detto cose che nessuno aveva avuto il coraggio di dire".

La solitudine dei giovani

Uno dei motivi per i quali i ragazzini trascorrono tante ore sui social è che le nuove generazioni si sentono profondamente sole. "Una volta – racconta la sovrintendente – abbiamo letto di un bambino di otto anni che cercava qualcuno sui social per un po' di compagnia". Erano soltanto le 8 del mattino. "Ed era il periodo del lockdown, quando tutte le persone erano costrette a casa". In condizioni di fragilità psicologica è ancora più facile cadere prede dei malintenzionati, tanto i giovani che gli adulti, e purtroppo il web ne é pieno. Tanti sfogano le proprie frustrazioni offendendo pesantemente il prossimo, pronunciando e scrivendo parole affilate come coltelli. "Come diceva Hannah Arendt – conclude Anna Curcuruto -, chi commette del male non è né buono né cattivo, semplicemente non ha idee. Dobbiamo cominciare a far comprendere a chi utilizza le parole che deve cominciare a sapere perché è un suo dovere".

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