“Lavoravo senza pause in gravidanza finché non ho avuto paura di perdere il bambino”: la storia di Emilia

Costretta tramite il mobbing ad andare in maternità un mese prima di quanto previsto dalla legge. A riportare la sua storia è Emilia (nome di fantasia ndr) che a Fanpage.it ha raccontato di aver scoperto di aspettare il suo primo figlio nel febbraio di un anno fa. "Ho deciso di dirlo subito al mio datore di lavoro – spiega – perché avevo un contratto di apprendistato finalizzato al tempo indeterminato. Lui sembrava aver accolto con gioia la notizia, mi ha promesso che non mi avrebbe licenziata".
Le parole del datore di lavoro, secondo quanto racconta Emilia, non si sono trasformate in fatti. Durante l'intera gravidanza, ha continuato ad andare regolarmente in ufficio. "È stata complicata perché ho sofferto di diabete gestazionale. Avevo nausee che rendevano molto difficile stare fuori casa, ma io amavo il mio lavoro e quindi ho continuato – ricorda -. Durante tutto quel periodo però sono stata messa a dura prova con mobbing continuo e carichi di lavoro pesantissimi mai visti prima. Non potevo neppure andare in pausa per stare dietro alle cose da fare".
Nell'estate nel 2025, racconta Emilia, le sue condizioni di salute sono peggiorate anche per via del caldo. "Nulla di gravissimo, ma avendo il diabete gestazionale non era facile. Ero anche in un periodo di forte stress. In un giorno particolarmente caldo mi sono concessa una pausa perché stavo molto male. Il mio datore di lavoro mi ha visto e ha avuto una reazione terribile".
Alcuni audio del rimprovero subito da Emilia sono stati ascoltati da Fanpage.it. "Mi ha urlato contro dicendomi che non potevo starmene senza ‘fare nulla'. Il rimprovero aveva toni molto aggressivi, io ho comunque cercare di mantenere la calma e di dimostrare che non avrei rinunciato a lavorare.".
Dopo quel rimprovero, Emilia non lascia l'ufficio, nella speranza di poter dimostrare la propria dedizione. "A quel punto ero finita in un vortice di stress e ansia di dimostrare comunque che potevo andare avanti, che non usavo la mia condizione come una scusa, anche perché sono una persona molto orgogliosa. Un paio di giorni dopo quella sfuriata mi sono comunque presentata al lavoro e quel giorno non sono riuscita neppure a fare la pausa pranzo. Sono tornata a casa distrutta, non sentivo neppure più mio figlio muoversi nella pancia".
In pieno attacco di panico, Emilia chiede al marito di accompagnarla in pronto soccorso per dei controlli. "Fortunatamente il mio ginecologo, dopo aver sentito il mio racconto, mi ha messo in maternità anticipata, circa un mese prima della scadenza prevista dalla legge per la maternità ordinaria". A quel punto, Emilia sceglie di parlare al telefono con il datore di lavoro. "Dopo aver saputo quanto era successo, il titolare dell'attività ha tagliato la conversazione in modo brusco, senza neppure discutere della suddivisione del lavoro che avevo io con gli altri colleghi".
Oggi, spiega Emilia, i colleghi sono stati costretti a non contattarla, isolandola definitivamente da un posto di lavoro che ad oggi è ancora il suo. "Sono molto spaventata da quello che avverrà quando dovrò tornare in ufficio – ha sottolineato -. Non voglio che il mio dolore e la mia ansia si riversino su mio figlio, quindi ho deciso che darò le dimissioni. Sto cercando un nuovo lavoro, spero di trovarlo presto, ma è triste sapere che una mamma lavoratrice deve ‘arrendersi' al mobbing per aver deciso di costruirsi una famiglia. Le donne non sono affatto tutelate nel mondo del lavoro: si dice che un contratto indeterminato e una gravidanza ti rendano intoccabile, ma posso dire per diretta esperienza che non è così".
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