L’Artico rischia di diventare il teatro del nuovo scontro tra grandi potenze
L’Artico sta diventando l’area più strategica del mondo.
Questa enorme regione che circonda il Polo Nord si sta riscaldando a una velocità due volte superiore rispetto al resto del pianeta, il che significa che i cambiamenti sono fulminei. La superficie perennemente ghiacciata si scioglie, con due principali conseguenze, oltre ovviamente a quelle di impatto ambientale. Da un lato si aprono nuove rotte marittime, soprattutto di tipo commerciale, dall’altro si facilita l’estrazione delle risorse naturali di cui l’Artico è ricco, dal petrolio fino a minerali e terre rare. E tutto questo avviene mentre gli equilibri geopolitici a cui eravamo abituati negli ultimi trent’anni vengono completamente sconvolti. Le tensioni tra la Russia e gli Stati Uniti e la Nato sono tornate alle stelle, con la guerra totale di Mosca in Ucraina. Al tempo stesso, con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, si è anche aperta una faglia tutta interna all’Alleanza Atlantica e i rapporti tra gli alleati storici sono ormai ai minimi termini. Infine, bisogna fare i conti con l’ascesa della Cina, che prova ad acquisire un nuovo status di attore globale, provando a mettere le mani proprio (e non solo) sul grande Nord.
Per questo sarebbe sbagliato pensare che le mire di Trump sulla Groenlandia a un certo punto cadranno nel vuoto. Quel “pezzo di ghiaccio”, come è stata definita l’isola più grande del mondo dal presidente statunitense, è destinato a essere il nuovo fronte caldo della competizione globale.
Il cambiamento climatico e lo scioglimento dei ghiacci
Il cambiamento climatico non impatta in modo equo tutte le latitudini e longitudini della Terra. L’Artico è uno dei luoghi più vulnerabili al surriscaldamento globale: le temperature qui aumentano più velocemente, i ghiacciai si sciolgono, il livello del mare si alza, le correnti mutano e l’ecosistema cambia in modo radicale. Questo ha conseguenze devastanti per la regione e per tutto il pianeta. Ma crea anche nuove opportunità da un punto di vista strategico: in primis perché lo scioglimento dei ghiacciai rende l’Artico più facilmente navigabile.
Secondo il National Snow and Ice Data Center negli ultimi quarant’anni la superficie di oceano ghiacciata nell’Artico è diminuita del 27%. Se oggi la calotta artica si estende in mare per circa 4,6 milioni di chilometri quadrati – circa le dimensioni dell’Unione europea – tra gli anni Ottanta e la prima decade degli anni Duemila raggiungeva i 6,4 milioni di chilometri quadrati. E questo significa che si è sciolta una superficie paragonabile all’incirca allo stato della Libia.
Al Polo Nord non ci sono terre emerse. Quando il ghiaccio si scioglie diventa parte dell’oceano navigabile. Rotte che prima erano inaccessibili o percorribili solo in parte con le navi rompighiaccio, diventano rotte marittime particabili. Quindi anche commerciali. In particolare ci sono la Northern Sea Route, conosciuta in italiano come la rotta artica russa, e il Northwest Passage, cioè il famoso Passaggio a Nordovest. Un tempo queste rotte erano percorribili per un periodo molto ristretto dell’anno, ma oggi, con ondate di calore che sono ormai diventate sistemiche e temperature in continuo aumento, le finestre di tempo in cui poter navigare lungo queste vie sono sempre più ampie.
Le nuove rotte commerciali
Prendiamo la rotta artica russa, una tratta che oltrepassa Capo Nord, fiancheggia la costa della Siberia e arriva fino allo stretto di Bering, che divide la Russia dall’Alaska. Cioè dagli Stati Uniti. Fino a qualche tempo fa era percorribile per appena un paio di mesi all’anno, ma entro un decennio il traffico potrebbe incrementare in maniera esponenziale. C’è uno studio, pubblicato sull’Economic Journal, secondo cui in un futuro neanche troppo prossimo vedremo cambiamenti notevoli nei flussi commerciali tra l’Asia e l’Europa: il traffico attraverso il canale di Suez diminuirà e aumenterà quello nell’Artico, con tempi di percorrenza quasi dimezzati per lo spostamento delle merci. In altri termini, il percorso tra l’Asia e l’Europa potrebbe passare dalle 13mila miglia nautiche attuali, quelle che servono per attraversare Suez, alle 8mila, quelle cioè della rotta artica.
Nel libro “Guerra Bianca”, di Marzio Mian vengono messe in fila un po’ di numeri. Ad esempio, tra il porto di Rotterdam, che è il più trafficato d’Europa, a Yokohama in Giappone ci sono 11.250 miglia nautiche passando per il canale di Suez, che diventano però 7.350 percorrendo la rotta russa artica. Insomma, un Artico più caldo è una catastrofe per l’intero ecosistema globale, ma consentirebbe di tagliare nettamente i costi di navigazione.
Secondo i dati raccolti dal Marine Exchange of Alaska, un’organizzazione di monitoraggio, nel 2024 si sono contati 665 transiti attraverso lo stretto di Bering. Nel 2010 erano stati 242. In circa 15 anni, quindi, c’è stato un aumento del traffico del 175%. Nel 2025 una portacontainer, la Istanbul Bridge, è diventata la prima nave di linea a navigare dalla Cina all’Europa percorrendo la rotta artica, la cosiddetta Via della Seta Polare. Ci ha messo circa venti giorni per andare da Ningbo, in Cina, a Felixstowe, nel Regno Unito.
Controllare le rotte commerciali è una fonte di potere enorme. Lo abbiamo visto con lo stretto di Hormuz, da cui passava un quinto del petrolio globale: è stato blindato dall’Iran in risposta agli attacchi militari degli Stati Uniti, mandano così nel caos l’economia globale e fornendo a Teheran una leva importante per negoziare. Per cui, presidiare le nuove rotte dell’Artico significherà aumentare i propri vantaggi in termini economici e commerciali, così come strategici.
Le risorse naturali dell’Artico
I cambiamenti climatici non stanno solo aprendo nuove rotte commerciali nell’Artico. Stanno anche rendendo più accessibili le risorse naturali della regione. In particolare, combustibili fossili. Già agli inizi degli anni Duemila il Servizio Geologico degli Stati Uniti stimava che nell’Artico fossero presenti circa 90 miliardi di barili di petrolio, a 1.669 trilioni di piedi cubi di gas naturale e 44 miliardi di barili di liquidi di gas naturale ancora da scoprire.
Nell’Artico troviamo l’isola più grande del pianeta, la Groenlandia, in gran parte ricoperta da uno spesso strato di ghiaccio. Che ora però si sta sciogliendo, rendendo molto più semplice estrarre gas e petrolio. Senza contare che l’isola è anche ricca delle ormai famose “terre rare”, quei minerali che sono materia prima fondamentale nel settore tecnologico.
Questo sono sicuramente alcune delle ragioni per cui Donald Trump sta facendo della Groenlandia una questione di vita o di morte. Ma non le sole. All’inizio del 2026 il presidente statunitense è tornato a insistere sulla necessità, per Washington, di controllare l’isola, territorio autonomo appartenente al regno di Danimarca. Ha accusato i danesi di non essere in grado di difendere la Groenlandia, descritta come circondata da navi militari russe e cinesi, mettendo così in pericolo la sopravvivenza degli Stati Uniti e la pace mondiale.
Donald Trump e la Groenlandia
Ha detto che gli Stati Uniti non avrebbero dovuto restituire l’isola alla Danimarca dopo averla brevemente occupata durante la Seconda Guerra Mondiale, per evitare che la Germania nazista ne prendesse il controllo. In un primo momento Trump parlava di acquistare l’isola, ma poi è presto passato alle minacce militari. Al World Economic Forum di Davos ha messo in chiaro di essere pronto a prendere la Groenlandia con la forza, ben consapevole che né Copenhagen, né gli altri Paesi europei avrebbero potuto fare granché a riguardo, vista la disparità di forze militari. In quel momento è stata sfiorata la fine della Nato. La Danimarca è infatti un Paese membro dell’Alleanza Atlantica. L’articolo 5 del Trattato Nato stabilisce che quando un Paese membro viene attaccato, l’intera Alleanza è chiamata a difenderlo: ma non dice come comportarsi nel caso in cui l’attacco provenga da un altro Stato membro. È uno scenario che non viene nemmeno contemplato, di fatto sarebbe la fine della Nato.
A Davos gli alleati europei della Nato hanno fatto fronte comune. Alcuni – come la Germania, la Francia, la Svezia e il Regno Unito – hanno anche mandato dei piccoli contingenti militari (formati da qualche soldato) nell’isola per delle esercitazioni comuni. Ovviamente se Trump avesse voluto davvero occupare e annettere la Groenlandia con la forza militare, non sarebbe stata quella manciata di soldati europei a fermarlo. Ma la presa di posizione ha comunque avuto i suoi effetti e il presidente statunitense ha lasciato perdere. Questo però non significa che per Trump il discorso sia archiviato. E infatti, al vertice della Nato in Turchia, appena qualche mese dopo è tornato a ribadire come gli Stati Uniti abbiano bisogno della Groenlandia per questioni strategiche.
Va fatta però una precisazione, che per essere compresa appieno ha bisogno di un salto indietro nel tempo.
La Groenlandia è per gran parte inabitabile. Solo a partire dall’anno Mille ha cominciato a ospitare insediamenti stabili. Il famoso condottiero norvegese Erik il Rosso salpò dall’islanda e arrivò in Groenlandia, che ribattezzò Groenland, cioè letteralmente “terra verde”, nel tentativo di attrarre qualche suo compatriota. Per qualche secolo i colonizzatori europei convissero lungo le coste meridionali cercando di imporsi sulle popolazioni artiche – gli antenati degli inuit – ma poi scomparvero, forse a causa di una breve glaciazione.
Verso il 1700 gli europei tornarono, questa volta con l’ambizione di cristianizzare l’isola. A inizio 1800 il regno di Danimarca si proclamò detentore di quel territorio e le cose sono rimaste pressoché invariate fino alla Seconda guerra mondiale. Con l’occupazione nazista della Danimarca, gli Stati Uniti iniziarono a preoccuparsi che la Germania potesse spingersi fino alla Groenlandia e così, con un accordo segreto stretto con l’ambasciatore danese a Washington, la occuparono e iniziarono a costruire delle basi militari. A guerra terminata cercarono di comprare il territorio per circa 100 milioni di dollari in lingotti d’oro, ma davanti al diniego di Copenhagen furono costretti ad accontentarsi, nel 1951, di un accordo di intesa.
Era un’intesa basata sulla necessità di contrastare le influenze sovietiche, in piena guerra fredda, e permetteva a Washington di mantenere ed espandere a piacimento la sua presenza militare sull’isola. Ecco perché le mire di Trump oggi, basate su una fantomatica necessità di proteggere l’isola da una presunta offensiva militare sino-russa, sono pretestuose. Perché da quel punto di vista, Washington ha già carta bianca. Senza contare che la preoccupazione di avere militari russi nelle vicinanze esiste al di là della Groenlandia: Russia e Stati Uniti sono separati da uno stretto e nei mesi invernali, con inverni particolarmente rigidi, si può anche passare a piedi dalla Siberia all’Alaska, camminando sopra l’oceano ghiacciato.
Russia e Cina, gli attori che puntano al Polo Nord
La partita, però, non si gioca solo tra Washington e Copenaghen.
C'è un organismo che dovrebbe coordinare la cooperazione nell'area – il Consiglio Artico – fondato in Canada a metà anni Novanta. Ne fanno parte gli otto Paesi che affacciano sul Polo: Canada, USA, Islanda, Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia e Russia. Per anni l’Artico è stato un modello di diplomazia, una regione che come proprio mantra aveva la cooperazione, la stabilità, il dialogo. Parlare di conflitto nell’Artico è stato a lungo un tabù. Oggi però le cose sono un po’ diverse.
Per prima cosa, oggi la NATO ha circondato l'Artico. Con l'ingresso recente di Svezia e Finlandia nell'Alleanza Atlantica, 7 Paesi su 8 del Consiglio Artico sono membri della NATO. L'unico rimasto fuori è la Russia.
Per Mosca l’Artico è un misto di misticismo e vocazione: già ai tempi di Pietro il Grande c’era il culto dell’estremo Nord, dell’ignoto, della Natura impenetrabile e della Patria di ghiaccio. Ma ovviamente l’Artico è anche molto altro: per Vladimir Putin è un asset geopolitico impareggiabile, un pozzo senza fondo di risorse energetiche. Se la Russia è un petro-Stato è proprio grazie all’Artico: gran parte delle sue entrate – quelle che poi finanziano la gigantesca spesa militare, che sostiene la guerra del Cremlino in Ucraina – deriva proprio dagli idrocarburi artici. Nel 2021 petrolio e gas costituivano la metà del Pil del Paese. L’anno prima la Russia estraeva sei milioni di tonnellate di petrolio dalla prima (e unica) piattaforma ghiaccio-repellente al mondo, nell’Artico.
C’è una stima, dell’Accademia delle Scienze di Mosca, secondo cui nell’Artico russo ci sarebbero ricchezze minerarie per 30 trilioni di dollari. La Russia poii possiede metà della costa che si affaccia sull’Oceano Artico – più di 24mila chilometri – gestisce la Northern Sea Route e dispone della più grande flotta rompighiaccio del mondo: sa di avere un asso nella manica ed è determinata a giocarselo.
La Cina non è uno Stato artico e non fa parte degli otto membri del Consiglio, ma – anche se distante migliaia di chilometri – si definisce uno Stato “vicino all’Artico” e ha inserito nuove rotte settentrionali nella sua strategia della cosiddetta “Via della Seta Polare”, finanziando rompighiaccio nucleari, spedizioni scientifiche e infrastrutture commerciali. Oltre a dominare una buona parte delle filiere mondiali di lavorazione e raffinazione delle terre rare. E con le sanzioni occidentali dovute alla guerra in Ucraina, la Russia ha blindato la sua partnership con Pechino per vendere il proprio gas artico e sviluppare le infrastrutture al Nord. Non solo: anche in campo militare la cooperazione tra i due Paesi si sta rafforzando, arrivando fino alle esercitazioni militari congiunte nelle acque settentrionali del mare cinese.
Insomma, l’Artico sta passando dall’essere uno spazio di cooperazione al teatro di una nuova competizione globale. Forse il palcoscenico del prossimo scontro tra potenze. E il cambiamento climatico sta accelerando questi processi. Siamo abituati a pensare al cambiamento climatico come a un'imminente catastrofe ecologica, che minaccia ecosistemi e complica la vita delle persone, ma le grandi potenze stanno già calcolando chi potrà guadagnare dal mondo che resterà dopo.