“Esco a fare una passeggiata”. Maria Luisa, 28 anni, monta nella Fiat Panda di colore rosso che usa di solito per andare a lavoro a Cornuda e sparisce per i sentieri di montagna che portano al Velo della Madonna. È il 16 agosto, quella è l’ultima vacanza da sola prima si sposarsi con il suo Mauro, 30 anni e un brillante futuro come procuratore legale. L’aria sulle vette di San Martino è fresca, tanto che Maria Luisa è uscita in tuta, prevedendo forse di inerpicarsi lungo i verdi sentieri che attraversano le Dolomiti. Qualche ora dopo ancora non rientra e nella casa di villeggiatura della famiglia de Cia la preoccupazione è ancora cautamente moderata. Maria Luisa – che ha vissuto per un anno da sola in Germania – è una ragazza matura e indipendente e deve avere i suoi motivi per trattenersi fuori casa. Alla sera, però, l’allarme scatta.

L’indomani, venerdì 17 agosto 1990, un gruppo di escursionisti trova Maria Luisa nel bosco a pochi passi dal Velo della Madonna. Lo spettacolo è di quelli che fanno tremare vene e polsi: la ragazza è distesa priva di vita su un giaciglio fatto con i suoi vestiti. Nuda dalla vita in giù, ha un filo di nastro adesivo nero che le solca la faccia attraversandole la bocca. Sulla tempia sinistra, invece, un foro di un proiettile spiega cosa le è accaduto. È un’estate maledetta quella di San Martino di Castorazza, un’estate di sospetti e paure. In un primo momento, infatti, tra gli abitanti de paesini sulle montagne del Trentino si diffonde la voce che l’orrore del 16 agosto sia stato opera di un maniaco, il serial killer dei boschi, il mostro delle Domoliti.

Una strana telefonata

Solo dopo gli accertamenti disposti dal pm Giovanni Kessler, si arriva alla certezza che quella brutale aggressione non ha nulla di occasionale, ma è lucida, crudele e premeditata. Prima di essere freddata con un colpo di pistola, infatti, Maria Luisa è stata immobilizzata con una corda e messa a tacere con del nastro adesivo nero avvolto con tale precisione da presupporre necessariamente un’azione fredda e calcolata. È possibile che l’aggressore fosse uno, ma non è escluso che possa trattarsi di un branco. Eppure, negli inquirenti comincia a maturare il convincimento che Maria Luisa fosse andata consapevolmente all’appuntamento con il suo assassino, senza immaginare cosa sarebbe accaduto. Poche ore prima, infatti, Maria Luisa aveva risposto a una strana telefonata dall’apparecchio di casa, dicendo, alla presenza di suo padre: “Possiamo anche vederci”.

Una ragazza comune

Quando era Mauro a chiamarla, Maria Luisa era solita prendere in mano il telefono fisso trascicnandosi dietro il filo e ritirarsi a parlare nella sua stanza lontano dalle orecchie dei suoi: dunque, non era il suo fidanzato quello a cui aveva proposto un incontro. La vita di quella ragazza di provincia viene rivoltata come un calzino: amicizie, vecchi amori, perfino le conoscenze del periodo tedesco vengono passate al setaccio, ma tutti i possibili indiziati hanno un alibi.

L'identikit

Alcuni testimoni, però, dicono di aver intravisto un uomo a pochi passi dal luogo del delitto quel giorno e i tecnici della polizia riescono a farne un identikit. L’assassino ha un volto, il volto di un uomo non più giovanissimo, forse sulla quarantina. Un altro passo verso l’identità del killer è l’analisi dell’arma che ha sparato. Si tratta di una pistola modificata, probabilmente una scacciacani. Dunque, l’assassino, l’uomo che ha seviziato, spogliato e ucciso una ragazza di 28anni, è un cacciatore esperto, o un esperto di armi. Neanche questo elemento riesce a condurre a conclusione le indagini, il caso viene archiviato e la storia di Maria Luisa de Cia, la ragazza del bosco, diventa una specie di leggenda noir, finché, 21 anni dopo, qualcuno soffia via il velo di polvere dal fascicolo.

L'epilogo

Stavolta c’è un nome credibile ed è quello di un imprenditore locale, un uomo sorprendentemente somigliante all’identikit che ne fecero nel ’90 e che vive in una baita a pochi passi dal luogo dove Maria Luisa è stata trovata morta. Un personaggio descritto come uomo violento e sadico, in grado, peraltro, di modificare le armi come è suo hobby fare. A fare la differenza, stavolta, c’è il il test del DNA, che ha permesso di risolvere casi come quello dell’Olgiata e di Elisa Claps. La svolta è vicina, la Procura è convinta che quello sia il suo uomo, ma i test, eseguiti su campioni danneggiati dalla pioggia di quei giorni, danno esito negativo. Quello di Maria Luisa De Cia resta uno dei tanti delitti irrisolti degli anni Novanta.