La storia di Cristina, ex moglie di un boss scappata dalla ‘ndrangheta per salvare i figli: “In quel fango non torneremo più”

A Fanpage.it l’ex moglie di un boss ha raccontato come è riuscita a scappare dalla criminalità organizzata e ad aderire al programma Liberi di Scegliere: “Il mio obiettivo era che i miei figli crescessero in un ambiente sano e lontano dalla ‘ndrangheta. Volevo andare lontano”.
A cura di Giorgia Venturini
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Articolo di Giorgia Venturini e Beatrice Barra

A Reggio Calabria nel 2012 è nato il protocollo Liberi di Scegliere: il magistrato del Tribunale dei minorenni Roberto Di Bella (oggi a Catania) lo ha progettato con l'obiettivo di salvare i ragazzi dai contesti mafiosi, da quelle famiglie che li avrebbero cresciuti per diventare i nuovi boss della criminalità organizzata. Da allora a rivolgersi ai magistrati per aderire al protocollo sono state molte donne e i loro figli: in poco tempo viene organizzato – in segreto e in sicurezza – il loro allontanamento da quella vita, grazie anche all'aiuto di Libera. Oggi questo protocollo è diventato una proposta di legge: questo vuol dire che ci saranno dei fondi a cui potranno accedere queste donne e questi ragazzi per ricostruirsi una nuova vita. Fanpage.it ha incontrato una di queste donne in una città d'Italia. Ci ha raccontato la sua storia.

Cristina (nome di fantasia), tu sei una delle donne d'Italia che ha aderito al protocollo Liberi di Scegliere. Sei una delle donne d'Italia che ha avuto il coraggio di lasciare una famiglia – in questo caso tuo marito e i suoi genitori – che appartiene alla ‘ndrangheta e mettere in salvo i tuoi figli. Partiamo dall'inizio: come hai conosciuto il tuo ex marito? 

Lavoravo in un bar, nel quartiere in cui lui viveva. Mi corteggiava: si presentava con i fiori e quella attenzione dolce mi ha catturata. Sempre con quella premura e attenzione che mi ha conquistata.

Tuo marito era a capo della cosca di ‘ndrangheta del quartiere e adesso si trova in carcere al 416 bis e al 41 bis. Quando hai capito che lui faceva parte di questa organizzazione criminale? 

Non sono nata in Italia: per me la mafia era qualcosa di generico, non sapevo nemmeno che cosa fosse la ‘ndrangheta. Mi sono innamorata di questo uomo e dopo pochi mesi sono rimasta incinta. Entro a far parte di questa famiglia che all'inizio però non mi accettava: non ero assolutamente benvoluta. Però c'era la gravidanza e quindi poco alla volta ho iniziato a frequentare anche la casa dei miei suoceri. A distanza di qualche mese ho iniziato a capire che tipo di famiglia era.

Cosa vedevi e cosa accadeva all'interno di casa tua e di quella dei tuoi suoceri? 

Vedevo un continuo via vai di persone. La sera comunque ero sempre da sola nella mia stanza e mio marito non arrivava mai. Sentivo, "Io sono il boss del quartiere". Ma anche la parola "picciotto". E qui ho iniziato a capire qualcosa.

Quali erano gli affari di tuo marito e della sua famiglia?

Un po' di tutto: estorsione, traffico di droga e armi. Non ho mai saputo nulla direttamente da loro, il mio ex marito non mi raccontava mai quello che faceva. Io avevo solo il compito di contare i soldi che portava a casa. Quando gli facevo la domanda da dove venissero tutti questi soldi, lui mi rispondeva che non era compito mio saperlo: mi diceva che non avevo il permesso di fare domande.

Quando andavi in giro per il quartiere la gente ti considerava in modo diverso? Con "rispetto" perché tu eri la moglie del boss?

Si capiva che c'era "rispetto". Quando andavo in un negozio, o mi veniva regalata la merce o mi facevano degli sconti buoni. Non solo: io volevo lavorare ma il mio ex marito non me lo permetteva assolutamente perché la moglie di un boss non lavora. E nessuno si permetteva di dare lavoro a me.

La conferma dell'appartenenza a un'associazione mafiosa di tuo marito arriva anche quando poi arrestano anche te con l'accusa di 416 bis. Cosa è successo?

Lui era già in carcere. Ho iniziato ad andare a trovarlo in carcere. Durante il primo colloquio con lui mi ha passato un bigliettino con scritto quello che dovevo fare fuori. Sono stata intercettata dalle forze dell'ordine. Una notte mi hanno citofonato e mi hanno arrestata per 416bis, per associazione mafiosa. Mi è crollato il mondo addosso, ai miei figli ho detto che sarei tornata presto. Che dovevo andare al lavoro e che sarei tornata.

In carcere ci sei stai pochi giorni. Poi però in te scatta qualcosa guidata dal desiderio di aiutare i tuoi figli. 

In carcere mi sono trovata in un mondo che ho capito non è il mio. Mi sentivo umiliata, mi vergognavo a trovarmi in carcere con tutte queste donne che appartenevano a quel mondo criminale. Erano fiere di appartenere a una famiglia mafiosa. Cosa che io non ero.

Le donne che hai incontrato in carcere sono la dimostrazione che anche le donne hanno un ruolo fondamentale nella organizzazione criminale della ‘ndrangheta.

Sì, anche perché quando viene a mancare il marito o il fratello (perché arrestati) loro diventano le uniche portatrici dei messaggi dall'interno all'esterno del carcere.

Decidi così di chiedere aiuto e di aderire al protocollo Liberi di Scegliere voluto dal Tribunale dei Minori di Reggio Calabria con allora a capo Roberto Di Bella. Come ti sei convinta che era arrivato il momento di chiedere aiuto? 

Avevo il desiderio di dare un futuro diverso e migliore – fatto di legalità – ai miei figli. Così ho chiesto aiuto. Ho ricevuto la convocazione tramite il servizio sociale del Tribunale dei minorenni con il presidente Roberto Di Bella. Avevo paura però che mi venissero tolti i miei figli perché avevo ancora un processo in corso per reati di mafia. Ma il mio obiettivo era che i miei figli crescessero in un ambiente sano e lontano dall'ambiente malavitoso.

Avevo paura che qualcuno potesse pensare che io diventassi una collaboratrice di giustizia con i giudici (non potevo esserlo perché non avevo alcuna informazione da fornire), quindi avevo paura che qualcuno mi potesse fare del male. E il pensiero di lasciare i miei figli da soli mi terrorizzava.

Ho trovato il coraggio e ho detto a Di Bella che volevo partire con i miei figli. Volevo andare lontano.

Secondo te Cristina, se non foste partiti i tuoi figli ora sarebbero ‘ndranghetisti?

Assolutamente, avrebbero avuto il futuro segnato. Un esempio? Quando il mio ex marito era già in carcere, per un Natale ho comprato ai miei figli una caserma della polizia da costruire. Ho fatto una foto e l'ho fatta vedere al mio ex: quando l'ha vista, mi ha scritto poi una lettera. Mi ha detto di non permettermi più di fare un regalo simile. Cioè un regalo sulle forze dell'ordine.

Non sapevi a chi rivolgerti, non avevi qualcuno con cui parlare, soprattutto nel periodo in cui hai deciso di aderire al progetto Liberi di Scegliere. Ti sei sentita sola vero? 

Tantissimo. Mi sono resa poi conto quanto è importante avere persone attorno, che ti aiutano. Con le quali ti puoi confidare. Se avessi avuto qualcuno vicino a me e lontano dai contesti criminali, avrei preso prima la decisione di allontanarmi dalla Calabria.

Finalmente però è arrivato il giorno della partenza…

Finalmente mi comunicano che ci sono i biglietti dell'aereo e che mi sarebbero venuti a prendere la mattina presto. Quel giorno ho svegliato i miei figli, ho detto loro che dovevamo partire. Che saremmo andati al Nord. Qui ci hanno accolti i referenti di Libera: in quel momento da un lato mi sono sentita libera, dall'altro comunque avevo paura, tanta paura. Però la voglia di un futuro diverso e tanto sperato batteva la paura che avevo.

È passato qualche anno da quel giorno. Puoi dire che ce l'hai fatta a scappare dalla ‘ndrangheta. Oggi sei una persona serena?

Quando siamo arrivati nella nuova città comunque è stato tutto in salita. Ma oggi sono sicuramente una donna serena con ancora qualche preoccupazione ma so che siamo dalla parte giusta. Lo sanno anche i miei figli.

Ci possono essere donne che in questo momento stanno vivendo quello che tu hai vissuto qualche anno fa: cosa diresti a loro? Come le convinceresti a dare un'alternativa ai figli, allontanandoli dal contesto criminale?

La prima cosa che mi viene da dire a queste donne è di tirare fuori quel coraggio che a noi mamme non manca. Farlo per i propri figli perché hanno diritto di crescere in un contesto sano. In questo modo liberano i propri figli ma liberano anche se stesse. Ora ho la certezza che io e i miei figli in quel fango non ci torneremo mai più.

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