La mamma di Luana D’Orazio: “Mia figlia uccisa di nuovo dalla legge, è un altro lutto che non riesco a lavare via”

Luana D'Orazio aveva 22 anni quando nel 2021 morì in un incidente sul lavoro. La ragazza, residente a Pistoia, lavorava in un'azienda tessile di Oste di Montemurlo, in provincia di Prato. Quasi 5 anni dopo l'incidente sul lavoro che le è costato la vita, restano di lei poche cose: il ricordo come simbolo delle morti bianche, un figlio che oggi ha 10 anni e una famiglia che va avanti nella speranza di assicurare giustizia a lei e a tutti i lavoratori. "Poche cose – spiega a Fanpage.it la madre, Emma Marrazzo – perché a oggi di mia figlia si dice solo che è un simbolo. La giustizia non ha tradotto in fatti queste parole. I datori di lavoro hanno potuto patteggiare rispettivamente una pena a 2 anni e a 1 anno e 6 mesi. Il tecnico preposto agli interventi sui macchinari, compreso quello che poi ha ucciso Luana, è stato assolto per non aver commesso il fatto".
Per comprendere la rabbia di Emma Marrazzo, oggi impegnata in numerose iniziative per il ricordo della 22enne e per la sicurezza sul lavoro, bisogna partire da lontano. D'Orazio è deceduta nella mattinata del 3 maggio 2021 mentre lavorava accanto a un orditoio i cui sistemi di sicurezza erano stati bloccati per aumentare la produttività. I vestiti della 22enne sono rimasti incastrati nella macchina, trascinandola negli ingranaggi e provocandone il decesso. Per la sua morte sono finiti a processo la titolare dell'azienda, Luana Coppini, e il marito, Daniele Faggi, di fatto gestore della società. Con loro è stato chiamato a processo anche Mario Cusimano, tecnico della Tecnoassistenza che si occupava degli interventi sui macchinari. Cusimano è stato assolto il 18 novembre 2025, le motivazioni della sentenza sono state depositate il 16 febbraio 2026.

Nella sentenza visionata da Fanpage.it viene riconosciuto che Cusimano era il tecnico di riferimento per la manutenzione e i lavori sui macchinari e che a lui erano stati affidati negli anni diversi interventi, anche se di fatto non è possibile attestare di quale natura. In poche parole, stando a quanto ricostruito dalla difesa di Cusimano, non è possibile provare che il tecnico avesse bloccato, su disposizione dei titolari dell'azienda, i sistemi di sicurezza dell'orditoio che ha ucciso Luana. Su alcuni libretti operativi, infatti, era stato annotato a penna il nome di un altro tecnico, ma anche in questo caso non è stato possibile provare che quest'ultimo potesse aver effettuato degli interventi, neppure pagati in nero. Lo stesso vale per altri due tecnici i cui nomi appaiono nelle carte del caso.
Per questo Cusimano è stato assolto con la formula del "non aver commesso il fatto", anche se dalla sentenza risulta che Faggi abbia contattato il tecnico tramite Whatsapp per chiedere il ripristino dei sistemi di sicurezza su due macchinari, il tutto dopo la morte di Luana D'Orazio.

Ha letto la sentenza?
Sì, sostanzialmente si specifica che non si può parlare di una manomissione da parte di Cusimano perché non vi sono testimoni oculari. Gli operai avevano già attribuito a lui la responsabilità degli interventi sui macchinari della ditta, non credo potessero capire quali modifiche stesse apportando nello specifico. Il blocco dei sistemi di sicurezza era noto da anni, alcuni dipendenti se ne erano anche lamentati. Mi stupisce che si parta da prove praticamente schiaccianti per poi arrivare a un'assoluzione. Sono molto delusa dalla giustizia italiana.
Cosa la delude?
Nelle carte si fa riferimento a Cusimano ma anche a diversi altri tecnici i cui ruoli sono stati ipotizzati dalla sua stessa difesa. Se c'era il dubbio che queste persone potessero aver manomesso i macchinari, perché non si è indagato oltre? Di fatto i magistrati hanno alzato le spalle, dicendo che il suo intervento sull'orditoio non poteva essere provato. L'ergastolo lo paghiamo noi familiari e lo paga un bimbo di 10 anni, ma per il resto abbiamo due titolari che hanno patteggiato una pena irrisoria e un "esecutore materiale" delle manomissioni assolto.
Cosa non ha funzionato secondo lei?
Le indagini sono partite male dall'inizio, c'è stata molta fretta di chiudere. Mi auguro che sia la Procura a impugnare questa decisione. Non so cosa faremo dal punto di vista legale dopo questa sentenza, ma come cittadina e come mamma vorrei che fosse il sistema giustizia a lanciare un segnale per mia figlia. Se è vero che Luana è il simbolo delle morti sul lavoro, perché non traducono tutte queste parole in fatti? Mia figlia ha subito un'ingiustizia vera e propria e io insieme a lei.
Cosa ha pensato al momento dell'assoluzione?
Che non ci sto. Un concetto molto semplice, ma proprio non ci sto. Non ci sto per mia figlia e poi per tutti gli altri lavoratori. In questi anni mi sono data tanto da fare insieme al fidanzato di Luana e alla sua famiglia. Abbiamo lottato tanto e tutti gli sforzi che abbiamo fatto sembrano finiti nel nulla. Mia figlia purtroppo non tornerà, non ci sono norme che possano restituirmela o giustizia che possa annullare quanto successo, ma vorrei dare un senso a questa morte tutelando gli altri lavoratori. Mi sembra che anche questo mio sforzo sia stato reso vano. Luana è stata uccisa una seconda volta dalla legge ed è un nuovo lutto che non riesco a lavare via. Guardo mio nipote e non riesco a scrollarmi di dosso questa sensazione.

Oggi suo nipote ha dieci anni, ne aveva cinque quando Luana è morta. Conosce la storia di sua madre?
Conosce una mezza verità. La sera della sua morte avremmo dovuto festeggiare il mio compleanno e invece mi sono ritrovata a dire a mio nipote che sua mamma non lo aveva abbandonato, ma che era stata schiacciata da un macchinario. Lui ha capito tutto e con l'innocenza dei bambini mi ha detto: ‘Nonna, bisogna subito comprarne uno nuovo che funzioni bene'. Il suo primo pensiero è stato per gli altri e questo è il frutto dell'educazione alla giustizia che gli ha trasmesso mia figlia.
Com'era Luana?
Era solare ed era divertente, sapeva esserci per gli altri, ma era soprattutto una donna giusta. Combatteva per se stessa e per gli altri, sentiva forse una maggiore responsabilità pensando al mondo che avrebbe consegnato a suo figlio.
Cosa le direbbe se fosse qui oggi?
Probabilmente avremmo pensato la stessa cosa. Mi avrebbe detto: "Mamma, non ci sto". Non tollerava le ingiustizie, sapeva essere leggera e profonda allo stesso tempo. La sua presenza si avvertiva in un senso e nell'altro. Ora sto cercando di crescere mio nipote come avrebbe fatto lei: per il momento ho cercato di dirgli una mezza verità sulla morte di Luana, ma lo sto proteggendo da tutta la vicenda legale. Non capirebbe quest'assoluzione.

Ha intenzione di opporsi alla sentenza?
Non lo so. So che tutti si aspettano che io prometta battaglia, ma mi sento tremendamente demotivata. Rifarei tutte le guerre che ho fatto per Luana, ma al momento penso: ‘Vado in tribunale per soffrire ancora?'. Non so se sono pronta. Non voglio un'altra porta in faccia.
Spero che sia la stessa giustizia a opporsi a quanto deciso. Credo che lo Stato debba fare ora un passo verso mia figlia e più in generale verso tutti i lavoratori. Glielo deve.
Luana le raccontava mai del suo lavoro?
Ne parlavamo sempre. Si lamentava spesso anche con il fidanzato. A me diceva che gli interventi del tecnico erano continui, perfino lei mi aveva indicato Cusimano come responsabile della manutenzione ai macchinari. Mi fa rabbia sapere tutte queste cose ed essere consapevole che l'azienda dove è morta mia figlia non ha mai chiuso.
Ha più parlato con i suoi colleghi?
No, non c'è stata alcuna vicinanza. Solo i primi tempi, poi tutti hanno pensato a tenersi stretto il posto di lavoro. È una cosa che in qualche modo capisco, ma penso che esista un limite: mia figlia non sarebbe mai tornata a lavorare alla postazione di una collega morta in quel modo durante un turno. Parliamo del rispetto della dignità umana. Luana avrebbe cercato un nuovo lavoro.
C'è qualcosa in particolare che le manca di Luana?
Mi manca sentire aprire la porta di casa quando tornava. Sembra stupido, ma era sempre un momento che faceva ridere tutti. Lei aveva molta paura delle cavallette e qui dove viviamo se ne trovano spesso. Capitava che le trovasse vicino alla porta e si sentivano le sue urla in tutto il vicinato. Noi ridevamo e anche le persone che abitano nei dintorni, perché tutti conoscevano Luana e sapevano quanto fosse solare e divertente. Sono piccoli momenti che non torneranno più. Fino a oggi ripensare a queste cose mi ha dato la forza di non mollare. Ho sempre pensato di doverlo a lei e a tutti quelli come mia figlia: chi lavora deve tornare a casa. Non possiamo pensare neanche per un attimo alla possibilità che ciò non avvenga. Le morti bianche sono una colpa dello Stato.