È morto, malato e dimenticato, Totò Riina, l’ultimo gattopardo della vecchia Repubblica. Ormai non più un uomo ma a spauracchio triste di quella che fu l’Italia del tritolo e delle mazzette, da molto tempo prima del suo arresto nel 1993, era stato delegittimato di ogni potere.

Salvatore Riina, classe 1930, nato contadino e cresciuto assassino, era soprattutto un uomo concreto, freddo e senza scrupoli, in grado di fare quello andava fatto senza fardelli di sorta, né morali né sociali. Un soldato efficiente, di quelli che guidano le armate della morte e che, quando si siedono al tavoli con gli strateghi,  le decisioni più importanti le lasciano prendere ad altri. E poi le eseguono.

Arrivato al potere con la guerra di mafia che aveva insanguinato la Sicilia orientale, da Ciaculli a Bagheria, Riina riuscì ad affermare la superiorità del gruppo dei Corleonesi su quello storico dei Gambino e Bontade, segnando una cesura storica tra la vecchia guardia della mafia e questa nuova classe dirigente criminale di contadini e pastori. Il nuovo, che avanzava col passo pesante di ‘U curtu', stava per portare l'Italia a quella stagione di stragi che avrebbe segnato il passaggio dalla prima, alla seconda repubblica.

Un passaggio di cui ‘La belva' fu attore, non regista, tanto che tre anni dopo l'inizio degli attentati fu consegnato allo Stato per lasciare il posto all'erede Matteo Messina Denaro. A dirlo, è stato Massimo Ciancimino, il figlio di quel Vito che è stato sindaco di Palermo per volere di Riina e Luciano Liggio. All'interno di quella stessa trattativa con lo Stato, l'ex gregario Bernardo Provenzano, zio Binnu, lo avrebbe fatto arrestare come merce di scambio a un patto, però: che non fosse perquisito il suo covo, perché ‘u curtu' conservava carte ‘da far tremare l'Italia'.

Così dopo 24 anni di latitanza Riina è stato arrestato alla fine di un mandato, non serviva più. Se n'è andato oggi, lasciando più dubbi che verità. Ombre angoscianti sul ruolo che ebbe la mafia nella ‘strategia della tensione', sullo scacchiare internazionale della Guerra Fredda, sui rapporti ambigui coi servizi. E sull'ultimo segreto, quello di non essere mai stato ‘il capo dei capi'.