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Opinioni
20 Marzo 2018
18:35

L’Europa reprime il dissenso e criminalizza la solidarietà

Dalla guida alpina che soccorre al cronista che testimonia, dall’insegnante che rischia il posto al comandante della nave che salva naufraghi: quelli che in democrazia sarebbero normali cittadini sono ormai considerati eretici.
A cura di Roberta Covelli
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È del 10 marzo la notizia di una guida alpina francese indagata per violazione delle leggi sull’immigrazione: aveva soccorso, a 1900 metri di altezza, nella neve, una donna incinta di otto mesi, caricando in auto lei, il marito e i due figli, di due e quattro anni, per trasportarli in ospedale a Briançon, in Francia. Pochi giorni dopo, in mare invece che sui monti, è la volta della nave della ong spagnola Proactiva, impegnata nel soccorso di migranti, che ha tratto in salvo 218 naufraghi e si è rifiutata, in acque internazionali, di consegnarli alla Guardia costiera libica, che pare aver ingaggiato un inseguimento, una “battaglia navale”, contro l’imbarcazione della Ong. Per diverse ore, alla nave non è stato permesso di attraccare in nessun porto e, al momento, l’imbarcazione è sotto sequestro a Pozzallo, con l’ipotesi di reato di associazione per delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina, accusa mossa – ancora una volta – dal procuratore Zuccaro.

Nel frattempo, di fronte alla corte di Chelmsford, in Gran Bretagna, compaiono quindici attivisti, processati come terroristi, per aver cercato di bloccare un charter flight, ossia un volo effettuato affittando un aereo privato con cui vengono deportati migranti principalmente in Nigeria, Ghana, Albania e Pakistan. “Deport first, appeal later”, cioè il sistema che prevede il rimpatrio forzato prima della possibilità di ricorrere in appello, è stato giudicato illegittimo dalla Suprema corte, ma i voli non si sono fermati. Secondo gli attivisti della campagna #StopCharterFlights, sugli aerei diretti in Nigeria e Ghana vengono imbarcati indifferentemente richiedenti asilo cui sia stata negata la domanda di protezione e migranti che siano accusati di reati, anche nel caso in cui non abbiano mai vissuto nel paese in cui vengono rimpatriati, senza riguardo per eventuali violazioni di diritti umani o legami familiari esistenti in Gran Bretagna.

Nel frattempo, a Torino, gli uomini della Digos  hanno effettuato perquisizioni a carico dei manifestanti in protesta contro Casapound, tra cui l’insegnante che, in una situazione quanto meno tesa, rivolse agli agenti schierati le parole "Vigliacchi, mi fate schifo, dovete morire”. Per la docente, peraltro, il Ministero dell’Istruzione ha proposto il licenziamento. E, sempre a Torino, si è svolta lunedì l’udienza del processo a carico di Davide Falcioni, cronista di Fanpage.it, che nel 2012, per AgoraVox, seguì alcuni manifestanti No Tav durante l’occupazione simbolica di uno stabile: quando, al processo contro gli attivisti per violazione di domicilio, fu chiamato a testimoniare, il Pubblico Ministero ne interruppe l’esame per comunicargli che sarebbe stato indagato per lo stesso reato ascritto agli altri imputati.

Con le dovute differenze, c’è un filo conduttore tra la guida alpina che soccorre e il cronista che testimonia, tra l’insegnante che rischia il posto e il comandante della nave sequestrata: è la repressione dei diritti o, peggio, la repressione del diritto. Non si tratta infatti soltanto di calpestare diritti umani come il diritto d’asilo, ad esempio con i respingimenti in Libia (tanto simili a quelli per cui l’Italia fu condannata), o il diritto a un giusto processo, come sta avvenendo in Gran Bretagna, o il diritto a non subire trattamenti inumani o degradanti, come potrebbe avvenire a migranti rimpatriati, o il diritto di espressione, che vale anche quando non si è d’accordo con le parole espresse.

Il problema vero è reprimere i doveri, così distruggendo l’ossatura che regge lo stato di diritto. Se infatti si può provvedere ai diritti sociali è grazie a un dovere di solidarietà che riguarda tutti, a cui troppo spesso gli Stati abdicano, finendo addirittura per reprimere quei buonisti che si limitano ad adempiere a obblighi che la coscienza umana, prima di leggi e accordi, impone. E questi diritti, possibili grazie alla solidarietà oggi messa in dubbio, esistono in una democrazia liberale, oltre che sociale, dove un’insegnante (così come un impiegato delle poste o un ingegnere) dovrebbe poter manifestare il suo pensiero, a prescindere che esso sia condivisibile o corretto o educato, senza per questo rischiare il posto di lavoro, come se tra gli adempimenti del rapporto contrattuale fosse prevista anche l’uniformità di opinione rispetto al datore di lavoro (lo Stato, in questo caso, incarnato dagli agenti schierati). La libertà di espressione, da garantire anche a una docente rabbiosa, acquista poi una funzione ulteriore nel caso in cui sia esercitata per raccontare giornalisticamente i fatti: il cronista che documenta la realtà non sta semplicemente godendo del diritto di cronaca, ma sta anche adempiendo a un dovere di informazione nei confronti della collettività. L'informazione è infatti strumento fondamentale per assicurare ai cittadini la possibilità di scegliere consapevolmente, garantendo così la sovranità popolare: sia la Corte di giustizia europea, sia la Cassazione, peraltro, hanno più volte sottolineato che “il popolo può ritenersi costituzionalmente ‘sovrano’ in quanto venga […] pienamente informato di tutti i fatti, eventi e accadimenti valutabili come di interesse pubblico” (sentenza 16236/2010).

Reprimendo invece solidarietà, dissenso e cronaca, quelli che sarebbero normali cittadini in una democrazia compiuta finiscono per essere degli eretici in un’epoca in cui l’indifferenza istituzionale è l’ortodossia. Torna di attualità la sintesi con cui don Lorenzo Milani affrontò il caso dei primi obiettori di coscienza al servizio (dell’uccisione) militare, al tempo internati nel carcere di Gaeta, per spiegare come fosse irresponsabile demandare soltanto alla legge la scelta su che cosa fosse giusto, come fosse una subdola tentazione obbedire alla norme ingiuste. Sotto processo per apologia di reato, il priore di Barbiana scrisse ai giudici, spiegando loro:

Non posso dire ai miei ragazzi che l'unico modo di amare la legge è di obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando non sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate.

Fu condannato, infine. Ma aveva ragione.

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Nata nel 1992 in provincia di Milano. Si è laureata in giurisprudenza con una tesi su Danilo Dolci e il diritto al lavoro, grazie alla quale ha vinto il premio Angiolino Acquisti Cultura della Pace e il premio Matteotti. Ora è assegnista di ricerca in diritto del lavoro. È autrice del libro Potere forte. Attualità della nonviolenza (effequ, 2019).
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