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Ultime notizie sull'omicidio di Nada Cella
20 Aprile 2018
15:18

L’enigma di Nada Cella, massacrata nell’ufficio dove lavorava come segretaria

Entrando nel suo ufficio in via Marsala, a Chiavari, poco dopo le 9 di una mattina di giugno del 1996, il commercialista Marco Sarocco trova la sua segretaria in un lago di sangue. Ha il collo spezzato e la testa fracassata. Per gli investigatori l’assassino non ha mai lasciato il palazzo.
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Sono passate da poco le nove e la piccola via Marsala, a Chiavari, cittadina stretta fra il mare e le montagne a due passi da Genova, si sta scaldando al sole d'inizio giugno. Nell'androne del civico 14, palazzone alveare dove si alternano abitazioni familiari e uffici, si avvicendano i passi svelti del lunedì mattina. Da dietro lo spioncino del suo appartamento la signora Egle Signorini osserva di tanto in tanto il viavai del pianerottolo, allertata del passaggio dei vicini dall'abbaio del suo cagnolino. Venti minuti dopo circa, davanti all'appartamento che ospita lo studio del commercialista al secondo piano, il dottor Soracco, il titolare sta aprendo la porta a un paio paramedici della Croce Verde.

Tra i faldoni e le carte dello studio è successo qualcosa di spaventoso: entrando in studio, il dottor Marco Soracco, ha trovato la ragazza accasciata in un lago di sangue dietro la scrivania della sua stanza. I soccorritori si allontanano a sirene spiegate verso l'ospedale di Lavagna, nella stradina intanto è arrivata una volante della polizia. Per le scale è tutto un vociare d'incidenti, malori, improvvisi attacchi, perché pare, la ragazza perdesse sangue dalla testa, tanto, tantissimo sangue. Poco dopo, dal quarto piano, secchio e straccio alla mano scende la signora Bacchioni, la mamma del commercialista, venuta a ripulire l'ufficio del figlio e le scale. La candeggina cancella le macchie, ma non l'orrore.

Nada Cella come Simonetta Cesaroni

Simonetta Cesaroni, uccisa a Roma nel 1990
Simonetta Cesaroni, uccisa a Roma nel 1990

Intanto, all'ospedale di Lavagna, arriva un caso in codice rosso: Nada Cella, ventiquattro anni, segretaria, ferite multiple sul corpo, il collo spezzato e il cranio sfondato. Gli infermieri le tagliano i vestiti e le rasano i capelli per prepararla all'intervento disperato che forse le salverà la vita, ma no, non gliela salva. Nada viene trasferita in obitorio, in attesa di un autopsia, perché quello che l'ha uccisa non è un malore, ma un omicidio. L'indomani l'edicola è piena di quella storia: "Segretaria massacrata nello studio dove lavorava", "Un nuovo delitto di via Poma", "Come Simonetta Cesaroni", negli articoli di cronaca c'è il brivido del deja vu. Un'altra segretaria uccisa in un ufficio tranquillo in un giorno d'estate, ma il caso di via Marsala è diverso. Quello di Nada, al contrario di quello romano, non è stato un delitto a sfondo sessuale. Che cos'è stato, allora? Il raptus di uno sconosciuto entrato nello studio e diventato inspiegabilmente violento? No, secondo gli investigatori – che ricostruiscono l'aggressione nello scenario gravemente inquinato dal passaggio dei soccorsi e dalle pulizie della professoressa Bacchioni –  l'assassino non è uno sconosciuto.

Nada è stata colta di sorpresa con un oggetto recuperato nello studio, forse dalla scrivania, che l'ha colpita al capo facendola accasciare in terra dove l'attacco è proseguito con una violenza inaudita: il carnefice ha afferrato la testa di Nada e l'ha picchiata su una superficie liscia, presumibilmente il pavimento. La ricostruzione degli inquirenti porta a una conclusione evidente: a uccidere Nadia è stato qualcuno che lei non temeva, qualcuno che conosceva e che sapeva come muoversi in ufficio. I sospetti si appuntano immediatamente sul datore di lavoro di Nada, Marco Soracco. Una testimone, la signora Egle Signorini che quel giorno osservava il passaggio, dice di averlo visto scendere dal quarto piano dello stesso edificio, dove il commercialista abita con la madre, intorno alle 8 e 50, venti minuti prima che desse l'allarme.

Il sospettato

Per capire la direzione presa dalle indagini, però, dobbiamo rispondere a una domanda: chi è Marco Soracco e perché avrebbe dovuto uccidere la sua segretaria? Trentaquattro anni, scapolo, si è candidato, con un discreto successo ma senza vittoria, alle ultime elezioni a Chiavari con la DC, il partito cui era legato il compianto padre, ex direttore del dazio. Una famiglia borghese, pochi amici, nessuna fidanzata, unico svago le lezioni di liscio all’ex cinema Odeon, Marco Soracco, dunque, è una persona distinta e tranquilla. Ora rispondiamo alla domanda dal punto di vista della vittima: chi è per Nada, Marco Soracco? Dallo studio del suo diario, l'immancabile ‘Smemoranda' che tutte le ragazze hanno negli anni '90, Soracco appare come un datore di lavoro noioso e pedante, nulla di più, tanto che, secondo la sorella, Nada avrebbe voluto presto lasciare quel lavoro monotono per uno più interessante. Tutto normale, fin qua. Con i suoi ventiquattro anni Nada aveva voglia di stimoli e, inoltre, stava perfezionando il suo inglese, indizio, forse, del desiderio di un'esperienza all'estero. Ciò che manca agli inquirenti, in questa fase, è il movente, il perché di quell'escalation di ira e odio.

‘Presto ci sarà il botto: la segretaria se ne andrà'

A rispondere a questa domanda, portando in via Marsala uno sciame di giornalisti, è la testimonianza di un collega di Soracco, il dottor Bertuccio. Non appena sa del delitto, infatti, Bertuccio ripensa a una sortita del collega di qualche tempo fa: ‘Presto ci sarà il botto – diceva Marco – ne parleranno anche i giornali. La segretaria se ne andrà via'. Una frase che alla luce di fatto si riempie di significati inquietanti e che l'uomo riferisce a chi di competenza. A suffragare il movente del conflitto lavorativo, c'è, peraltro, la testimonianza della stessa madre di Soracco, che dichiara di aver visto Nada in ufficio il sabato precedente, due giorni prima del delitto, mentre portava via un floppy disk.

Il floppy

In cinque anni di lavoro Nada non era mai andata a lavorare di sabato, né aveva mai prelevato materiale dall'ufficio, anche perché, a casa, la ragazza, non aveva il computer. Quel floppy, forse, Nada lo aveva preso per consegnarlo a qualcun altro. Eppure tra le sue cose non verrà mai ritrovato, segno, dunque, che la ragazza lo aveva passato di mano o che, semplicemente, non lo aveva mai avuto e la signora si era sbagliata. Strano, però, che Nada avesse rifiutato di seguire la famiglia al mare per restare a Chiavari e andare in ufficio nel weekend. Altra circostanza strana, è che nella sua borsetta venga ritrovato, dopo la morte, il libretto del lavoro, documento che in genere è in possesso del titolare e che viene consegnato in due casi:dimissioni o licenziamento. Nada voleva lasciare il lavoro?

L'epilogo

Secondo l'accusato dottor Soracco, non è affatto così. ‘Cercate nella sua vita privata' dice agli inquirenti, ma nella vita privata di Nada ci sono solo una famiglia unita e delle amiche, neanche l'ombra di un fidanzato. Il convincimento degli inquirenti resta che a uccidere la segretaria sia stata una persona che aveva familiarità con l'ufficio, ma dopo la ritrattazione della testimonianza della Signorini e di quella del collega di Soracco, che derubrica la sortita sulla segretaria a chiacchiera da bar, a fronte dell'esito negativo del test del DNA, Soracco viene scagionato. Fine della storia. Da allora sul fascicolo del caso di Nadia Cella – nonostante l'attenzione destata dal programma ‘Mistero in blu' di Carlo Lucarelli – si è alzato un velo di polvere. L'assassino ha vinto, i magistrati hanno perso, eppure c'è ancora una carta della partita che potrebbe fare la differenza. Sulla scena del delitto, infatti, l'assassino ha lasciato una traccia, un bottone di un cardigan femminile, una traccia che fa il paio con un altro elemento trovato sul corpo di Nada: un DNA femminile. Chi assicura, in fondo, che l'assassino fosse un uomo?

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Giornalista dal 2012, scrittrice. Per Fanpage.it mi occupo di cronaca nera nazionale. Ho lavorato al Corriere del Mezzogiorno e in alcuni quotidiani online occupandomi sempre di cronaca. Nel 2014, per Round Robin editore ho scritto il libro reportage sulle ecomafie, ‘C’era una volta il re Fiamma’.
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