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Opinioni
9 Luglio 2020
20:28

“Irrazionale e irragionevole”: perché la Corte Costituzionale ha bocciato il decreto sicurezza

La norma del decreto Salvini secondo cui il permesso di soggiorno per richiesta d’asilo non è titolo per l’iscrizione all’anagrafe è incostituzionale: la politica adottata dal provvedimento non è solo ingiustamente discriminante, ma anche illogica rispetto allo scopo dichiarato di garantire sicurezza.
A cura di Roberta Covelli
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Diversi sindaci ne avevano preannunciato la disapplicazione, dai tribunali erano partiti i ricorsi: ora è la Corte Costituzionale a mettere un punto sulla norma del decreto sicurezza che impediva l'iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo, dichiarandola incostituzionale.

L'articolo 13 del Decreto legge 113 del 2018, fortemente voluto da Salvini, prevedeva che il permesso di soggiorno per richiedenti asilo non costituisse titolo per l'iscrizione all'anagrafe. Molti tribunali avevano già risolto la questione disapplicando la norma o, meglio, interpretandola in senso costituzionalmente legittimo. Altri giudici (da Milano, Ancona, Ferrara, Salerno) hanno invece sollevato questioni di costituzionalità, chiedendo che fosse la Consulta a pronunciarsi.

La Corte risponde oggi con un comunicato stampa, in attesa del deposito della sentenza, spiegando come la norma del decreto Salvini sia incostituzionale, perché viola l'articolo 3 della Costituzione. Il contrasto con la norma centrale della Carta è duplice. Da un lato, spiega la Corte, c'è una irrazionalità intrinseca: se infatti lo scopo dichiarato del Decreto Sicurezza è il maggior controllo del territorio, è illogico spingere nell'invisibilità un intero gruppo di persone. Dall'altro, c'è una irragionevole disparità di trattamento, perché ai richiedenti asilo è reso più difficile l'accesso a servizi essenziali a cui avrebbero diritto e che sono normalmente garantiti proprio grazie all'iscrizione all'anagrafe.

La Corte Costituzionale si è espressa sul piano giuridico, dichiarando come la norma in questione del decreto Salvini sia intrinsecamente irrazionale e irragionevolmente discriminante, ma la questione riguarda anche il piano politico.

Innanzitutto è il caso di rilevare che, ancora una volta, non è stata la politica a provvedere: è toccato alla giustizia, nonostante sia tutt'altro che celere, occuparsi di garantire diritti a persone a cui erano stati illegittimamente tolti. Dal fine vita all'abrogazione di leggi sbagliate, dal Jobs act ai decreti Salvini, i rappresentanti politici di ogni livello decidono di non decidere.

Non solo. Quei diritti, solennemente sanciti e posti alla base della nostra democrazia, devono essere periodicamente difesi nelle aule dei tribunali, perché calpestati non tanto da chi viola le leggi, quanto da chi le scrive. Chi dovrebbe tutelare i cittadini, chi è chiamato a decidere del benessere della popolazione attraverso le leggi, approva norme contrarie ai principi basilari del vivere civile.

Ma è sull'irrazionalità intrinseca della norma censurata dalla Consulta che emerge il dato forse più preoccupante. Il decreto sicurezza di sicuro ha solo il nome: la sicurezza è una scusa, è un'etichetta falsa su un provvedimento che si pone nel verso opposto. C'è una evidente illogicità tra il giusto fine e il mezzo scelto per raggiungerlo. L'allora ministro Salvini non l'aveva capito, e quindi mancava dell'intelligenza di cercare un modo razionale (o almeno non irrazionale) per raggiungere il proprio obiettivo, oppure l'obiettivo che perseguiva non era la sicurezza?

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Nata nel 1992 in provincia di Milano. Si è laureata in giurisprudenza con una tesi su Danilo Dolci e il diritto al lavoro, grazie alla quale ha vinto il premio Angiolino Acquisti Cultura della Pace e il premio Matteotti. Ora è assegnista di ricerca in diritto del lavoro. È autrice dei libri Potere forte. Attualità della nonviolenza (effequ, 2019) e Argomentare è diabolico. Retorica e fallacie nella comunicazione (effequ, 2022).
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