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Matteo Messina Denaro

Il patto con i calabresi e il 10% su ogni carico di droga: cosa svelano i pentiti sul tesoro di Messina Denaro

La Guardia di Finanza, coordinata dalla Procura di Palermo, ha sequestrato 200 milioni di euro legati al tesoro di Matteo Messina Denaro. Due pentiti hanno svelato gli affari del boss di cosa nostra nel traffico di droga: “Voleva il 10 per cento su ogni carico se no li ammazzava”.
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Un vero e proprio "pactum sceleris", ovvero patto criminale, quello che c'era tra l'ex latitante Matteo Messina Denaro e Giacomo Tamburello, l'attuale indagato nell'operazione della Guardia di Finanza e coordinata dalla Procura di Palermo che ha trovato i 200 milioni di euro del tesoro del boss di cosa nostra legato al traffico di droga. Dopo accertamenti durati mesi è emerso che Tamburello, insieme al figlio e alla moglie anche loro indagati, aveva avviato e gestito un mercato di stupefacenti internazionale per conto anche di Matteo Messina Denaro. Erano "soci" in affari e il loro business arrivava in più Paesi del mondo.

A svelare quello che è il tesoro di Messina Denaro, arrestato il 16 gennaio del 2023 dopo 30 anni di latitanza e morto il 25 settembre successivo, sono stati due nuovi collaboratori di giustizia di cosa nostra. Uno è Giuseppe Bruno, figlio di un costruttore legato a esponenti di vertice del mandamento mafioso di Bagheria, tra i quali Leonardo Greco ovvero l'uomo di fiducia del boss Bernardo Provenzano. Giuseppe Bruno è ora imputato in un processo per concorso esterno in associazione per delinquere di stampo mafioso perché, secondo l'accusa, avrebbe permesso a cosa nostra di infiltrarsi nelle sue attività imprenditoriali in Italia e all'estero. Si trova ora in carcere in Brasile dove dal giugno del 2025 ha iniziato a collaborare. Cosa ha svelato Giuseppe Bruno su Messina Denaro?

Bruno tramite suoi fedelissimi aveva saputo che l'ex boss di Castelvetrano era entrato in affari con i "calabresi" per importare sostanze stupefacenti dal Sudamerica. Nel dettaglio nelle carte dell'inchiesta si legge che il collaboratore di giustizia riferiva della centralità della famiglia mafiosa trapanese, in particolare di Matteo Messina Denaro e della famiglia Guttadauro nell'importazione di hashish dal Mаrоссо e gli affari di droga con la Spagna. I Guttadauro sono imparentati con la famiglia di Messina Denaro e conoscevano Giacomo Tamburello.

Bruno agli inquirenti aveva spiegato di aver conosciuto l'attuale indagato "in occasione di un incontro che ho avuto a Mazara del Vallo con Filippo Guttadauro nel retrobottega di una tabaccheria di un loro amico. (…) Dopo quel primo incontro ho sentito parlare più volte del Tamburello come uomo d'onore della famiglia di Campobello di Mazara". E ancora: "La maggior parte degli sbarchi di droga organizzati dai trapanesi avvenivano in Spagna e da qui la droga era trasportata in Italia con i camion frigo per il trasporto del pesce". Inoltre precisò che a un certo punto i trapanesi non volevano più lavorare con i palermitani e "avevano avviato dei canali milanesi". Tra questi spiccava la figura dell'avvocato Antonio Messina finito nelle carte anche di Hydra, ovvero dell'inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano. Il legale era un collegamento importante di Messina Denaro al Nord. E anche a Milano l'ex boss di Castelvetrano aveva avviato i suoi traffici di droga.

Il collaboratore di giustizia aveva riassunto così gli affari dell'ex boss di Castelvetrano: "La persona che io chiamo l'avvocato e il Tamburello avevano avviato questo traffico di stupefacenti per conto di Matteo Messina Denaro ed erano in grado di rifornire sia di cocaina che di hashish ad un prezzo notevolmente più basso rispetto a quello proposto dal calabresi, purché la droga venisse pagata a vista. All'epoca i calabresi vendevano la cocaina a 31 mila euro mentre il Tamburello riusciva a venderla a 24 mila euro al chilo".

Questo vuol dire che Tamburello garantiva soldi all'organizzazione mafiosa. Come? Riforniva cocaina a 24mila euro al chilo, un prezzo nettamente inferiore rispetto ai 31mila euro richiesti dai trafficanti calabresi concorrenti, a patto che "la merce venisse pagata a vista".

La conferma che Giacomo Tamburello era "socio" in affari con il boss di cosa nostra è arrivata anche dall'altro collaboratore di giustizia Vincenzo Spezia, appartenente alla famiglia mafiosa di Campobello di Mazara e più volte condannato per 416bis. Su Spezia si legge dalle carte che "dal complesso delle informazioni raccolte emerge una strettissima e storica contiguità personale e associativa con Matteo Messina Denaro, con il quale Vincenzo Spezia ha intrattenuto rapporti continuativi di frequentazione, collaborazione e reciproco sostegno, anche durante prolungati periodi di latitanza, in Italia e all'estero. Tali rapporti sono documentati da intercettazioni, colloqui investigativi, dichiarazioni di collaboratori di giustizia e plurimi riscontri oggettivi". Non un mafioso qualsiasi tanto che è stato coinvolto in plurimi omicidi e tentati omicidi nel Trapanese negli anni '80 e '90.

Nel suo interrogatorio con i pm di Palermo Spezia ha spiegato anche che sapeva che Tamburello era socio di Messina Denaro perché glielo aveva detto quest'ultimo. Non solo, davanti agli inquirenti aveva svelato la "tassa" del 10 per cento sui carichi di droga. Stando a quanto si legge nella carte della Procura infatti i Tamburello versavano a Matteo Messina Denaro una percentuale fissa del 10 per cento sui guadagni per ogni carico di droga che vendevano in Europa e che venivano dal Marocco. I Tamburello pagavano regolarmente questa quota a Messina Denaro "perché altrimenti li ammazzava".

Spezia ha detto: "In generale, già all'epoca Matteo Messina Denaro chiedeva questa percentuale di pizzo a costruttori, a produttori di vino, olio e agli esercenti le attività economiche sul territorio. Immagino che i Tamburello abbiano sempre dato i soldi a Matteo Messina Denaro perché altrimenti li ammazzava".

Matteo Messina Denaro sapeva del traffico di droga perché era amico di chi smerciava la droga una volta che questa dalla Spagna arrivava a Brescia. Secondo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia, il capo indiscusso di cosa nostra e latitante per 30 anni ha consentito a Giacomo Tamburello di gestire senza limiti i profitti illeciti derivanti dall'attività di narcotraffico. Oggi 29 maggio Giacomo Tamburello davanti al giudice per le indagini preliminari sta rispondendo alle domande durante l'interrogatorio.

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