Ha confessato tutte le accuse che lo hanno fatto finire in carcere il giudice dimissionario del tribunale di Bari, Giuseppe De Benedictis. Ha poi chiesto scusa. Nell'interrogatorio di questa mattina nel carcere di Lecce, davanti al giudice per le indagini preliminari Giulia Proto, alla presenza dei suoi avvocati difensori e del pubblico ministero Alessandro Prontera, il magistrato ha spiegato di aver ricevuto denaro in relazione a tre provvedimenti di scarcerazione effettuate. "Ho agito – avrebbe detto – in seguito ad un corto circuito mentale dovuto alla morte di mia moglie in seguito alla quale ho deragliato".

Nell'ambito delle stesse indagini è stato arrestato anche l'avvocato Giancarlo Chiariello, accusato di avere pagato mazzette a De Benedictis per ottenere provvedimenti di scarcerazione nei confronti di quattro suoi clienti, coinvolti in inchieste sulla criminalità organizzata. L'inchiesta ha avuto una svolta il 9 aprile scorso, quando il giudice è stato fermato dopo aver ricevuto una somma di denaro di 5.500 euro da Chiariello. La successiva perquisizione nella casa del magistrato, aveva consentito agli investigatori di trovare altri 60mila euro, divisi in buste e nascosti dietro le prese elettriche.

"Il giudice sta male – hanno detto i suoi difensori, gli avvocati Saverio Ingraffia e Gianfranco Schirone – al termine del confronto – è un uomo distrutto e piegato dai sensi di colpa. Speriamo di tirarlo un po' su, perché è innanzitutto una persona. Per 36 anni è stato un magistrato esemplare, questo non bisogna dimenticarlo". I legali hanno presentato istanza di scarcerazione alla stessa giudice Proto, affinché a De Benedictis possano essere concessi i domiciliari, ritenendo che non sussistano più le esigenze cautelari dettate dal pericolo di reiterazione del reato, considerato che ha chiesto di lasciare la magistratura.

De Benedictis avrebbe avuto un "corto circuito di un anno e mezzo causato da vicende personali (la morte della moglie, ndr) e da un isolamento professionale verificatosi dop il ritrovamento delle armi". Il giudice era stato infatti arrestato nel 2010, condannato in appello e poi assolto in Cassazione, perché in casa sua, nell’ambito di una inchiesta della procura di Santa Maria Capua Vetere era stato trovato un arsenale, tra cui un’arma da guerra che non avrebbe potuto tenere.